Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

martedì 31 dicembre 2013

"Ida" - "Legami di sangue", di Irene Némirovsky



Giorni passati, su Twitter, girava questo intervento qui, a firma Paolo Di Paolo, pubblicato sul blog di #Masterpiece in data 19 Dicembre (aperta e chiusa parentesi: leggetela, l'Officina Masterpiece, capita che spesso sia più interessante del programma in sé). 

In specie, quindi, si parlava del diventare scrittori: processo che, non v'è dubbio alcuno, presuppone una sistematica, metodica, difficile, ardua, infinita gavetta ...da lettore.

Ora. Parlando di scrittori da imitare, io pensavo che se proprio dovessi mai cimentarmi nella difficile arte della scrittura, ecco, una da tenermi cara sarebbe davvero l'Irene, con le sue descrizioni dell'Essere Umano, di cui non è mai avara, in nessuna delle sue opere.

Perché l'Irene ha del metodo. Se l'è studiata la questione, questo è evidente, aggiungendo a quel talento narrativo che innegabilmente possiede – condito da una buona dose di sensibilità e intuito - un'osservazione analitica che, si capisce, viene dallo studio e, a sua volta, dalle letture personali di cui non ha mai fatto mistero, anzi: spesso nelle interviste rilasciate alle riviste dell'epoca la si vede soffermarsi con affetto e reverenza sulle proprie frequentazioni letterarie.

Maestrina dalla penna rossa sempre in lotta con se stessa alla ricerca dell'eccellenza intellettuale, è avvantaggiata da una condizione patrimoniale evidentemente di prestigio – almeno al principio - che le offre del materiale ricco e sempre nuovo su cui riflettere e con cui esercitarsi. 
Frequentazioni d'elite, alta letteratura internazionale ma non solo. L'Irene mostra un interesse vivo, sincero e curioso, indubbiamente scevro da patemi neo-veristi, anche - e vien da dire nonostante il di cui sopra status sociale - per qualsiasi espressione artistica che abbia il merito di impiegare la fisicità dell'espressione individuale: variété, avanspettacolo, café-chantant e cinema, prima muto e poi parlato, tutto fa numero e poco importa che poi questa materia venga utilizzata per completare il romanzo di una vita o per recuperare (come in questo caso) il denaro necessario a tirare avanti attraverso collaborazioni a contratto.

Sicché l'Irene si inventa uno standard tutto personale, una firma leggera e onnipresente, briciole di pane a guidarla sulla difficile strada della scrittura come erano gli esametri delle formule omeriche per gli aedi alla corte dei vecchi re barbuti.

Prima solitamente guarda al volto: gli occhi, la forma del viso, la carnagione, il naso, la bocca. Poi un passo indietro, per dar forma a capelli, orecchie, spalle. E' un primo piano cinematografico che meticolosamente sposta e allarga: tronco, arti, altezza, peso, portamento; poi abiti, movimenti in campo lungo a ricollocare la figura nello spazio teatrale della scena. Conoscere l'Uomo per interpretare il presente, alla luce del passato, e dar forma al futuro.

“Gabriel... cerca di ricordarsi il suo volto, e subito lo rivede, come se fosse ancora seduto al suo fianco, chino verso di lei. Un gran naso aquilino, quasi adunco, come un becco da uccello rapace, delle guance ossute, con le superfici marcate, gli occhi chiari con la pupilla dilatata dei drogati, un lungo corpo magro e sinuoso, delle belle mani agitate da un tremito impercettibile, ma una bocca fremente e sensibile da vecchio guitto. Il suo volto era pallido e trasparente, il pallore degli uomini che scrivono tutto il giorno con la carne che alla lunga sembra riflettere il bianco della carta. Esagerava l'agilità silenziosa dalla sua andatura, ed esagerava la curva satanica delle belle sopracciglia che si depilava come una vecchia civetta...” (Ida, p29-30)

“Era una donna anziana, piccola e pesante. Si sforzò di conferire ai suoi lineamenti un'aria gioiosa e spensierata, ma gli occhi stanchi, sotto le palpebre rotonde e pallide, si illuminarono appena. Sorrise solo con gli angoli della bocca, e il volto avvizzito, invaso dal grasso, si atteggiò subito involontariamente in una smorfia imbronciata” (Legami di sangue, p5)

“I fratelli erano diversi l'uno dall'altro, ma in una maniera misteriosa si somigliavano. Albert era un cinquantenne con il viso tondo, il cranio e la pelle rosati, gli occhi malinconici. Augustin era più piccolo, magro, con i capelli argentati sulle tempie. Aveva un volto piacevole, che stava cominciando a imbolsire, e un'aria freddolosa e assente lo faceva somigliare ogni tanto a un gatto addormentato” (Ibid., p6)

- Ida, in “Marianne”, 82, 16 maggio 1934; ripreso in Films parlés, “Renaissance de la nouvelle”, Gallimard, Paris, 1934
- Liens du sang, in “Revue des Deux Mondes”, 15 marzo e 1° aprile 1936
@Elliotedizioni, 2013, nell'eccezionale traduzione di Monica Capuani

Buona lettura :)

mercoledì 11 dicembre 2013

"Wool", di Hugh Howey

Più riguardo a Wool Il guilty pleasure della fiction distopica rapisce sempre, non ci sono scuse. 
Poi, che questo particolare tipo di science-fiction abbia a sua disposizione oggigiorno un ventaglio di possibilità narrative praticamente infinito e multiforme per quantità e qualità - virando verso il mondo letterario sottile e stratificato dello steampunk o declinandosi, come in questo caso, attraverso la più classica spettacolarizzazione dell'inquadratura cinematografica di matrice post-apocalittica, questo è altro discorso.

"Wool" è interessante per almeno due motivi: l'ambientazione fortemente claustrofobica e il tema ecologico ad essa sotteso.
A seguito di una catastrofe di dimensioni planetarie naturalmente (ancora) non ben identificata - alcuni indizi rivelano comunque una responsabilità quasi certamente umana - e a causa dell'inabitabilità del suolo terrestre corroso da terribili sostanze tossiche rilasciate nell'aria, da centinaia di anni i sopravvissuti sono costretti a vivere prigionieri di immense città sotterranee contenute in giganteschi silo. Il senso di pesante e continua claustrofobia - che deriva  da un world-building francamente ben congegnato - non è così scontato e offre un'alternativa interessante alle consuete (e forse ormai un po' abusate) ambientazioni della distopia classica, tra scenari cittadini di grattacieli diroccati e lande deserte spazzate dai venti tossici dell'inverno nucleare. 
L'autore dipinge così un'enclave sufficiente a se stessa, per il cui sostentamento è necessaria la costante attenzione, da parte di tutta la comunità stessa, nessun escluso, all'utilizzo consapevole delle risorse energetiche a disposizione: acqua, combustibili, cibo, energia elettrica. Un mondo in cui il concetto di "nuovo", quasi inesistente, è soppiantato da quello di "riciclo" e sopratutto di "riparazione" (questione, questa del riparare, tanto cara ai nostri nonni... un po' meno  a noi). Un mondo in cui ogni individuo è responsabile - più o meno attivamente a seconda delle singole capacità tecniche - del benessere della comunità: dal bambino piccolo a cui si insegna a riutilizzare, in un continuo sforzo di re-invenzione, tutti gli oggetti del quotidiano al meccanico esperto in grado di servirsi di ogni materiale e attrezzo disponibile - e di ogni conoscenza acquisita con gli anni - per costruire macchinari utili al sostentamento e riparare quelli già esistenti, ideati e assemblati da altri venuti prima di lui.

"Wool" vince col passaparola del self-publishing di Amazon: l'autore, autopubblicatosi direttamente sul sito nel 2011 con una narrazione breve e unica, ben presto acquista popolarità e viene esortato dal pubblico ad ampliare il plot, fino ad arrivare a concepire una serie composta da ben nove uscite, in cui non mancano neppure gli spin-off. L'opera è aiutata da una trama varia e ben organizzata e da un ritmo narrativo, come già detto, fortemente cinematografico (non a caso i diritti sono stati acquisiti da una major americana): se piace il genere, l'unica perplessità sta forse proprio nella serialità, che pare ormai d'obbligo in questi casi. Sono previste infatti altre due uscite ("Shift" e "Dust") e il dubbio è che si incorra ancora una volta nelle difficoltà più classiche proposte da trilogie simili: varietà eccessiva di personaggi e  di situazioni difficoltose da seguire anche a causa dei fisiologici tempi di attesa tra un volume e l'altro, per non parlare dei naturali "cali" di stile. Forse "Wool", trasformandosi da stand-alone short story a "Silo trilogy" ha perso l'occasione di distinguersi nel mare magno delle narrazioni del suo genere da cui, con un colpo di reni ben assestato, era riuscita ad emergere - e con salto doppio, contando anche gli esordi in autopubblicazione. 

Buona lettura :)

giovedì 21 novembre 2013

"La cena di Natale", di Luca Bianchini


Più riguardo a La cena di Natale di Io che amo solo te (Si sa, Natale non è per i cuori deboli. Né per quelli troppo felici, né per quelli troppo tristi). 

LBianchini si inventa un Christmas Carol tutto all'italiana che se da una parte si affida, per ambientazione e ritmo narrativo, al classico, evocativo racconto natalizio dall'altra strizza elegantemente l'occhio niente meno che ...al cinepanettone nostrano.

I protagonisti che ritroviamo attorno al desco di Matilde per il cenone della Vigilia [che a Polignano non si festeggia mai, ma quest'anno ci sta bene, “come fanno a Bari” (p26)] sono quelli che abbiamo imparato a conoscere leggendo #iochamosolote: Ninella e don Mimì, la First Lady, i due figli Damiano e Orlando, Nancy e Chiara, e poi ancora zia Dora e zio Modesto, Pascal il truccatore dei vip, Tony il latin lover e tutti i co-protagonisti che avevano reso l'opera quel caleidoscopio di mirabolanti avventure che tanto ci avevano divertito – e fatto riflettere.

Troviamo questa commistione di registri fin dal principio, nella poetica delicatezza di una nevicata sul mare:
«Mamma mè... nevica» disse, e per un attimo tornò bambina. Si ricordò di quell’anno in cui la scuola aveva chiuso una settimana e lei se n’era restata in casa a guardare la finestra dicendo: «Ma al mare non si appiccica» (…). Per Ninella era quella la neve. Certo negli anni successivi non si sarebbe messa in macchina per andare a vederla a Monopoli, come avevano fatto alcuni compaesani. Lei si spostava a Monopoli solo per Mondo Mocassino” (p9-10)

Mondo Mocassino. La chiave di lettura sta tutta qui, come per l'opera precedente. Perché non ce n'è di storia: l'italiano medio vorrebbe de-provincializzarsi, fare l'internazionale, vivere la globalizzazione. Ma non gliela fa, per quanto ci si metta di impegno. Col risultato unico di de-strutturarsi e de-personalizzarsi, senza riceverne alcun guadagno, né arricchimento personale.

Così, il biondo-Kidman che Lucia Coiffeur (no, pardon, Lucia hair-designer, dopo il corso di aggiornamento fatto a Bari) convince Ninella a mettersi in testa, su di lei fa soltanto “una di quelle belle russe che vanno a Forte dei Marmi” (p89). Il bidè quadrato nel bagno padronale a casa di Chiara, novella sposina, sarà pure di gran design ma è di uno scomodo pazzesco per non parlare dei rubinetti a fotocellula di palazzo “Petruzzelli” (NB: piano alto condonato), che non ce li ha nessuno a Polignano ma poi a parte il fatto che ci vuole una laurea in ingegneria aerospaziale per imparare ad usarli, ogni volta “ti sembra di entrare in autogrill” (p99). E la cena di Natale? Ah no, nessun dettaglio, qui vi lasciamo intatta la suspance!

Una mercificazione della “roba” (pure all'opposto: zia Dora riciclerebbe pure un cewingum masticato se potesse) che ad un certo punto si pretende di applicare anche ai sentimenti, specie all'amore, tra biechi ricatti straboccanti livore, cadeaux esagerati che rigurgitano, colpevoli, affetto tardivo e postumi sensi di colpa, baci clandestini di mani strette sotto ai tavoli e cornini malcelati che tutti sanno ma che nessuno vuole vedere.

Per fortuna ci pensa il Natale a farci diventare tutti un po' più buoni.
O forse alla fine buoni lo siamo sempre, solo che delle volte ce ne dimentichiamo.

Buona lettura :)

ps. prestate attenzione alla colonna sonora. Che non si vede (molto), ma c'è.

lunedì 11 novembre 2013

"La morte delle api", di Lisa O'Donnell

Più riguardo a La morte delle api Ci aveva pensato anche JKRowling, in questi ultimi anni, a entrar nei panni di una moderna Cassandra mai creduta ma noi, belli caldini nel nostro bozzolo di densa nebbia Harrypotteriana, così magica e naive, non ci avevamo fatto troppo caso: Dolores Umbridge e la villetta suburbana dei coniugi Dursley erano così lontane. Poi, ovviamente non sazia anzi spinta da sacro furore e puntiglio, per tentare di aprirci gli occhi rincarò la dose parlandoci della lieta e ridente cittadina di Pagford. E finalmente anche il suo message in a bottle arrivò a destinazione.

Con "La morte delle api" Lisa O'Donnel, un'altra scrittrice UK (almeno di origine - scozzese: ora vive a LA) si imbarca nella difficile avventura del raccontare il Grande Impero alle giovani generazioni. Non di come lo si vorrebbe che fosse (ancora), o di come lo si immagina che sia (ancora), ma di come in effetti è. Sono molti i tratti che accomunano i lavori degli scrittori che si cimentano in una simile impresa (da Zadie Smith a Nick Hornby) e su questi tanti uno spicca in particolare, ben presente anche nell'opera della O'Donnell: l'assoluta lucidità di giudizio, che grazie al fatto di essere sostenuta da una profonda cultura letteraria, storica e antropologica, non scade mai né nel romance sentimentale né, al contrario, in un didascalico e asettico naturalismo. 

Una storia a tre voci, narrata in prima persona pezzo per pezzo (come la camminata del gambero, due passi avanti e uno indietro) da tre punti di vista diversi e complementari: quello delle sorelle Marnie e Nelly Doyle - rispettivamente di quindici e dodici anni - e dell'anziano vicino di casa Lennie.

“Oggi è la vigilia di Natale. – ci illumina Marnie nell'incipit, con quel misto di rudezza e spavalderia a cui presto ci abitueremo – Oggi è il mio compleanno. Oggi compio quindici anni. Oggi ho seppellito i miei genitori in giardino. Non mancheranno a nessuno”. (p9)

Si perché la provincia suburbana in cui Lisa O'Donnell ci proietta tutto d'un colpo non è quella pittoresca dei cottage ottocenteschi, degli inner-pub cari ai turisti di tutto il mondo, dei golosi cupcakes burrosi e della Royal Family in abiti confetto. E' il regno di Mark, Spud, Sick Boy, Tommy e Francis: un mondo lontano, fatto di villette fatiscenti circondate da giardini-discarica dentro le quali adulti quarantenni, disoccupati, perennemente ubriachi e strafatti giocano a fare i genitori occupandosi alla bell'e meglio di figli appena preadolescenti e già corrotti dalla delinquenza, dall'alcool e dalle pasticche, nella più assoluta indifferenza generale che regna sovrana all'interno di questi quartieri-dormitorio.

“Adesso ci sono immigrati con lauree che si prostituiscono, vendono droga e fanno tutto quello che devono per sopravvivere all'inferno che chiamiamo asilo politico. Immagino che i veri eroi siano quelli che vengono qui e sopportano i buoni alimentari, gli abusi della gente, i vestiti di seconda mano e le case diroccate, per non parlare delle montagne di scartoffie necessarie per farsi accettare in un Paese che non conosce neppure la tua lingua” (p18-19)

“Insegnano persino il gaelico, anche se non capisco a che diamine serva. (…) Dovrebbero insegnare lo spagnolo e il francese, e anche il tedesco, le lingue del mondo (…) e invece devi pensare alla Scozia (...) sempre a rimestare nel passato, con un Parlamento che dà la priorità alla lingua parlata in posti senza nessuna opportunità lavorativa, piccole isole dove allevano mucche e si sposano tra parenti” (p52)

Un girone infernale di una banlieue multietnica all'interno della quale Marnie non si dimostra eccezione: a quindici anni fa sesso non protetto con chi le capita a tiro – e con chi la costringe a farlo - e si è già sottoposta ad un aborto; beve, prende pasticche (quando capita le smercia anche), è sboccata e fa di tutto per non piacere a nessuno – e per la verità all'inizio non piace neppure al lettore. E' irritante e sgradevole, questa ragazza-bambina che avrebbe tutte le carte in regola per emergere (una su tutte, la passione per lo studio e per la scuola che la porta ad ottenere sempre i voti migliori della classe) e che invece fa di tutto per perdersi, vittima di una disperazione profonda e inenarrabile:

“Noi siamo qualcosa che le era accaduto e anche se ci teneva le mani e ci baciava la fronte e qualche volta ci rimboccava le coperte, noi suoi occhi c'era sempre un battito, come se pensasse *Che ci faccio qui*” (p56-57)

“L'intelligenza dovrebbe essere la ricompensa per le vergini non fumatrici di questo mondo, non per un'adolescente moralmente corrotta con due tossici sepolti nel giardino di casa” (p33)

La trama è tutta qui, poche parole messe in fila da Marnie, un pugno di briciole che una ragazza interrotta ci lancia sotto al tavolo, come dar degli avanzi a un cane di casa un po' disprezzato. Eugene e Isabell sono morti – in che modo lo sapremo poi – e le due ragazze ne hanno seppellito i corpi in giardino, terrorizzate all'idea dell'arrivo dei servizi sociali. Sì, perché tempo un anno e Marnie avrà sedici anni e diventando maggiorenne potrà occuparsi per legge di se stessa e della sorella Helen – detta Nelly. Ragazza bellissima, dal talento musicale perfetto, e affetta da una grave forma di autismo. E' una corsa contro il tempo quella di Marnie e Nelly, che si impegnano con tutte le loro forze per nascondere la verità dei due corpi distesi sotto pochi centimetri di terra dura e incolta, in un crescendo di bugie e inganni costruiti ad arte per celare l'orrore scavato nel giardino e nell'anima.

Siccome però il diavolo, come si dice, fa le pentole ma non i coperchi, ecco lo zampino dell'imprevisto che fa cu-cu dalla porta sul retro, impersonato da tutta una congrega di comprimari che regalano alla trama la varietà di cui necessita per sostenersi fino all'epilogo della vicenda.
Abbiamo Lennie, il vicino di casa, ora vecchio e malato, che si prende l'onere di accudire le due ragazze fintanto che i genitori non torneranno (partiti, a quanto dice Nelly, per un lungo viaggio in Turchia) nel tentativo di salvare se stesso purgandosi del male commesso in passato. Mick, il proprietario del carretto dei gelati, alias lo spacciatore a cui Eugene deve una cospicua somma, più che mai deciso a recuperare il bottino visto che Vlado, il pusher della zona, un quarantenne di origini russe che di segreti ne nasconde più d'uno, lo stringe d'assedio e lo minaccia di morte nel caso in cui non riesca a consegnare la cifra dovuta. E poi ancora, come se non ne avessimo già a sufficienza, il nonno MacDonald, ubriacone di vecchia data, che riemerge dal nulla dopo decenni di latitanza illuminato – pare – dalla luce divina della conversione religiosa e convinto più che mai a riallacciare i rapporti con la figlia Isabell; le amiche di Marnie, Kimberly “Kimbo” e Susie; e infine il giovane Kirkland, di buona famiglia, innamorato di Marnie o forse soltanto delle pastiglie che lei ogni tanto gli vende.

Se Marnie è il buio che inghiotte, Nelly è la purezza del sentimento e dell'innocenza che rimane tale anche nell'orrore, ma non per consapevole sforzo e presa di posizione quanto per un puro atto di inconscia follia. Ti stringe il cuore questa bambina spaurita ignara delle brutture del mondo eppure così presente a se stessa, pronta a tutto pur di difendere le persone amate – Marnie su tutti.

“La morte delle api” è una fiaba horror da leggere tutti insieme, nonni e nipoti, papà e figli, nella notte di Halloween; ma è anche, e soprattutto, un dipinto crudo e veritiero del mondo che ci circonda. L'abilità dell'autrice, che non per nulla con questa opera ha vinto il Commonwealth Prize 2013, è la grande sensibilità mostrata nell'affrontare temi difficili attraverso una narrazione sempre lieve e delicata eppure scevra da qualsiasi emendamento di carattere censorio. Una scrittura precisa che senza tanti giri di parole ma mai in maniera cruenta e gratuita racconta alle giovani generazioni quel qualcosa di “meno buono” che esiste in quella parte di mondo allo specchio in cui le api muoiono.

Buona lettura :)

ps. Domande, domande, domande. La trama non vi è nuova? Perché qui noi si parlava di "grado zero"? CVD.