Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.
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sabato 11 gennaio 2014

"Il bordo vertiginoso delle cose", di Gianrico Carofiglio

Più riguardo a Il bordo vertiginoso delle cose Equilibrio, veniva da pensare leggendo questo Carofiglio.

Perché racconta un'esperienza personale dettagliata e inconfondibile, senza però che l'autobiografia risulti così invasiva da limitare un'eventuale immedesimazione da parte del lettore. La storia di Enrico, il suo romanzo di formazione è personale e circoscritto ma è anche un manifesto di una generazione all'interno della quale molti non faranno fatica a collocare il proprio vissuto giovanile. 
Gli anni settanta, gli studi classici in un liceo fortemente politicizzato, i primi approcci con le estremizzazioni sociali; i fatti di cronaca, l'Italia del boom economico; la formazione personale tra le lettere antiche e quelle moderne, la filosofia, la musica, la poesia. 
Un contesto strutturato e contestualizzato con forza, anche geograficamente, cui va riconosciuto il merito del non-autocompiacimento: non siamo di fronte al solito romanzo sugli anni Settanta farcito di tutti quegli attributi (dagli eventi di cronaca più invasivi alla nota marca popolare della crema per le mani, per dire) che soltanto perché inseriti con agio nel contesto sembrano delle volte sufficienti a caratterizzare l'epoca. Gli anni Settanta di Carofiglio passano a volo, spesso solo intuiti, come è giusto che sia, mischiati com'erano anche nella realtà concreta di chi li ha vissuti alle esperienze pregresse e ai decenni precedenti in un turbinio di passato-presente difficile da riconoscere, identificare e catalogare.

Per i personaggi: credibili e ben delineati ma mai eccessivi. Il protagonista, Enrico, uno scrittore quarantottenne in crisi di ispirazione, è sì un personaggio da romanzo, con una vita particolare, ricca di eventi ed esperienze. Eppure non è dissimile dall'uomo della porta accanto, vittima della salute che va e che viene, di un matrimonio fallito per le cause più banali, di una certa (colpevole) inedia di azione e di espressione che tutti conosciamo bene, avendo essa fatto parte, almeno per qualche momento, della vita di ognuno. Celeste, la professoressa supplente di filosofia che tanta parte ha nell'impianto narrativo: intellettualmente affascinante, coltissima, giovane e di bell'aspetto, non manca di presentare zone d'ombra inevitabili e “naturali” - una certa fascinazione per gli estremismi politici per esempio, o certi “cedimenti” passionali, sentimentali e ideologici - attribuibili certamente alla giovane età e ad una maturità professionale ancora lontana da raggiungere. Il compagno di classe Salvatore, il deux ex machina che mette in moto, inconsapevolmente, tutta la vicenda, quella presente e quella passata: un ragazzone figlio dei vicoli di Bari vecchia, intelligente, desideroso di emancipazione sociale ma incostante negli studi, irrefrenabilmente irretito dalle lusinghe della lotta di classe e dalla violenza di strada, alla quale inizia anche il protagonista.

Per stile, forma, lessico. Esemplificativa la scelta della seconda persona singolare, secondo la stessa ammissione dell'autore nelle numerose interviste rilasciate: un “tu” che scinde il protagonista da se stesso creando una struttura complessa e bipolare tra un “presente-tu” (Enrico adulto) e un “passato-io” (Enrico adolescente). 
Una scrittura quasi colloquiale, intima, ricca di aggettivazione ma mai ridondante, specifica nelle subordinate eppure sempre lineare nella consecutio della narrazione.

Un romanzo (magari, meglio: un racconto lungo) studiato, che a prima vista parrebbe osare poco, specie nel finale che è lasciato quasi incompiuto. Eppure un'opera completa proprio nella sua sospensione di giudizio: una narrazione pulita, in cui è giusto che non tutto vada raccontato.

Buona lettura :)

martedì 31 dicembre 2013

"Ida" - "Legami di sangue", di Irene Némirovsky



Giorni passati, su Twitter, girava questo intervento qui, a firma Paolo Di Paolo, pubblicato sul blog di #Masterpiece in data 19 Dicembre (aperta e chiusa parentesi: leggetela, l'Officina Masterpiece, capita che spesso sia più interessante del programma in sé). 

In specie, quindi, si parlava del diventare scrittori: processo che, non v'è dubbio alcuno, presuppone una sistematica, metodica, difficile, ardua, infinita gavetta ...da lettore.

Ora. Parlando di scrittori da imitare, io pensavo che se proprio dovessi mai cimentarmi nella difficile arte della scrittura, ecco, una da tenermi cara sarebbe davvero l'Irene, con le sue descrizioni dell'Essere Umano, di cui non è mai avara, in nessuna delle sue opere.

Perché l'Irene ha del metodo. Se l'è studiata la questione, questo è evidente, aggiungendo a quel talento narrativo che innegabilmente possiede – condito da una buona dose di sensibilità e intuito - un'osservazione analitica che, si capisce, viene dallo studio e, a sua volta, dalle letture personali di cui non ha mai fatto mistero, anzi: spesso nelle interviste rilasciate alle riviste dell'epoca la si vede soffermarsi con affetto e reverenza sulle proprie frequentazioni letterarie.

Maestrina dalla penna rossa sempre in lotta con se stessa alla ricerca dell'eccellenza intellettuale, è avvantaggiata da una condizione patrimoniale evidentemente di prestigio – almeno al principio - che le offre del materiale ricco e sempre nuovo su cui riflettere e con cui esercitarsi. 
Frequentazioni d'elite, alta letteratura internazionale ma non solo. L'Irene mostra un interesse vivo, sincero e curioso, indubbiamente scevro da patemi neo-veristi, anche - e vien da dire nonostante il di cui sopra status sociale - per qualsiasi espressione artistica che abbia il merito di impiegare la fisicità dell'espressione individuale: variété, avanspettacolo, café-chantant e cinema, prima muto e poi parlato, tutto fa numero e poco importa che poi questa materia venga utilizzata per completare il romanzo di una vita o per recuperare (come in questo caso) il denaro necessario a tirare avanti attraverso collaborazioni a contratto.

Sicché l'Irene si inventa uno standard tutto personale, una firma leggera e onnipresente, briciole di pane a guidarla sulla difficile strada della scrittura come erano gli esametri delle formule omeriche per gli aedi alla corte dei vecchi re barbuti.

Prima solitamente guarda al volto: gli occhi, la forma del viso, la carnagione, il naso, la bocca. Poi un passo indietro, per dar forma a capelli, orecchie, spalle. E' un primo piano cinematografico che meticolosamente sposta e allarga: tronco, arti, altezza, peso, portamento; poi abiti, movimenti in campo lungo a ricollocare la figura nello spazio teatrale della scena. Conoscere l'Uomo per interpretare il presente, alla luce del passato, e dar forma al futuro.

“Gabriel... cerca di ricordarsi il suo volto, e subito lo rivede, come se fosse ancora seduto al suo fianco, chino verso di lei. Un gran naso aquilino, quasi adunco, come un becco da uccello rapace, delle guance ossute, con le superfici marcate, gli occhi chiari con la pupilla dilatata dei drogati, un lungo corpo magro e sinuoso, delle belle mani agitate da un tremito impercettibile, ma una bocca fremente e sensibile da vecchio guitto. Il suo volto era pallido e trasparente, il pallore degli uomini che scrivono tutto il giorno con la carne che alla lunga sembra riflettere il bianco della carta. Esagerava l'agilità silenziosa dalla sua andatura, ed esagerava la curva satanica delle belle sopracciglia che si depilava come una vecchia civetta...” (Ida, p29-30)

“Era una donna anziana, piccola e pesante. Si sforzò di conferire ai suoi lineamenti un'aria gioiosa e spensierata, ma gli occhi stanchi, sotto le palpebre rotonde e pallide, si illuminarono appena. Sorrise solo con gli angoli della bocca, e il volto avvizzito, invaso dal grasso, si atteggiò subito involontariamente in una smorfia imbronciata” (Legami di sangue, p5)

“I fratelli erano diversi l'uno dall'altro, ma in una maniera misteriosa si somigliavano. Albert era un cinquantenne con il viso tondo, il cranio e la pelle rosati, gli occhi malinconici. Augustin era più piccolo, magro, con i capelli argentati sulle tempie. Aveva un volto piacevole, che stava cominciando a imbolsire, e un'aria freddolosa e assente lo faceva somigliare ogni tanto a un gatto addormentato” (Ibid., p6)

- Ida, in “Marianne”, 82, 16 maggio 1934; ripreso in Films parlés, “Renaissance de la nouvelle”, Gallimard, Paris, 1934
- Liens du sang, in “Revue des Deux Mondes”, 15 marzo e 1° aprile 1936
@Elliotedizioni, 2013, nell'eccezionale traduzione di Monica Capuani

Buona lettura :)

lunedì 28 ottobre 2013

"Atti mancati", di Matteo Marchesini

Il viaggio raccontato in “Atti mancati” è una cruda e lineare presa di coscienza: uno strumento di analisi personale, e professionale, che rispecchia al meglio i tempi in cui ci tocca vivere.

Si parte dalla vicenda di Marco Molinari - alter ego dell'autore, Matteo Marchesini (classe 1979, firma delle pagine bolognesi di CorSera, Foglio e Sole24 e uno dei più brillanti critici letterari della sua generazione): stessa età dello scrittore, Molinari, bolognese, è come lui giornalista freelance e si guadagna da vivere nuotando nel grande mare del precariato delle lettere, tra articoli su commissione, traduzioni, piccoli volumi di composizioni e saggi – e un romanzo monco e abbozzato chiuso nel cassetto del comodino. Tutto comincia quando a Molinari viene commissionato un pezzo sul “Bolognino d'oro”, onorificenza letteraria assegnata per l'occasione al letterato, saggista e scrittore Bernando Pagi, che in passato è stato il grande mentore del protagonista (da poco più di cinque vive ritirato in campagna, abbandonati studi e vita pubblica). Alla premiazione Marco inaspettatamente incontra anche Lucia, la sua fidanzata dell'epoca, scappata misteriosamente giusto cinque anni prima senza una spiegazione plausibile, e riapparsa – pare - proprio in occasione di questa cerimonia.

Se l'illustre studioso (figura che senza tanto mistero è modellata su quella, quasi identica, del famoso critico Alfonso Berardinelli) ha deliberatamente abbandonato il mondo universitario - che talvolta, specie quando si tratta di narrativa ed editoria in genere, si risolve in un panorama infecondo di giovanissimi questuanti e stucchevoli professoroni, su cui si posa l'occhio del critico, ora più che mai ironico e distaccato [“Bernardo è già seduto dietro la cattedra, tra assessori e membri del senato accademico, tutti intabarrati e sonnolenti” (p17). “Non è riuscito a disfarsi del capannello di professori e funzionari che gli s’è appiccicato addosso appena terminata la cerimonia, e dovrà andare a pranzo con loro” (p21)] - anche in Lucia – osserva Marco - qualcosa è cambiato: ha lo sguardo velato e il suo fisico rivela una magrezza estrema, improvvisa; nei suoi occhi Marco scorge l'urgenza di un riavvicinamento, urgenza a cui, vuoi per ignavia, vuoi per una certa viva curiosità che nonostante tutto riesce a far capolino, non è in grado di opporsi nei giorni successivi all'incontro. 
Difatti Lucia, portando a pretesto la sua lunga assenza dalle terre di casa, costringe Marco ad una serie di pellegrinaggi apparentemente senza senso nei luoghi della loro memoria condivisa, tutti caratterizzati da una specie di pena a contrappasso, come in una sorta di commedia dantesca: se le gite fuori porta che tanto avevano caratterizzato i primi mesi dell'amore erano liete, spensierate ricche di cibi, vini e soprattutto parole [“Una pura voglia fisiologica di chiacchiere”(p69)] ora la guida si fa a strappi, rigida; il clima non è affatto clemente [“Procediamo a braccetto, intontiti da un sole che acceca senza scaldare e si nasconde in una luce lattiginosa” (p87)], la conversazione è tesa, aguzza, centellinata e guardinga. E nella maggior parte dei casi, è Lucia a troncare di netto l'escursione, vittima di un malessere che inquieta e imbarazza.
Una provincia, quella Bolognese, la cui dettagliatissima descrizione anziché mortificare il racconto (in nome di una globalizzazione e conseguente spersonalizzazione del contesto ambientale che tanta parte ha ultimamente nella creazione del prodotto-romanzo) lo trasforma, lo completa e lo caratterizza, creando sfumature ineguagliabili di suono, parola e immagine, dandogli corpo e spessore, vivido e poetico. Piazze e monumenti, strade strette poco battute, vicoli e portici, bar di quartiere e osterie di periferia – tutti i luoghi dell'amore di Marco e Lucia, teatro della loro giovinezza – si trasformano in fondali di teatro slightly out of focus, necessari e mai invadenti, su cui si stagliano le due figure protagoniste, illuminate dalla luce cruda del presente e dell'esperienza, fino alla destinazione finale: una casa di cura per malati mentali presso cui risiede Davide, il fratello di Ernesto; Ernesto, l'amico di sempre dei due fidanzati e vittima, giusto cinque anni prima, di un terribile incidente stradale avvenuto proprio in prossimità della clinica e di cui non è stata mai chiarita la dinamica.

Qual è la linea sottile che separa la colpa dall'irresponsabilità, si domandano il protagonista e, assieme a lui, l'autore. Qual è la differenza tra una piccola bugia e un'omissione colpevole.

Lucia, attraverso questi pellegrinaggi distillati di cui si farà regista indiscussa e nei tempi e nei modi, costringerà Marco a rianalizzare le proprie, personali esperienze di vita squarciando il velo che nasconde il passato e riempie il presente di dubbi e domande per le quali Molinari non sa, e non vuole, trovare risposta, preferendo rinchiudersi in un mondo quasi virtuale, asettico e di esperienze e di rapporti umani. Una non-vita insomma, come candidamente ci illustra il protagonista – una voce quasi fuori campo al principio della lettura, mentre la cinepresa dall'alto dell'incipit scende verso il dettaglio della narrazione:

“A un certo punto, senza accorgertene, hai trentatré anni. E non puoi neanche dire di non aver raggiunto, almeno in parte, ciò che volevi. Fai un lavoro che non ha orari e quasi non ha gesti, asettico, ripulito da ogni sgradevole contatto umano. Non ricordi nemmeno più quando ha preso piede in te questa necessità di limare, escludere, cancellare tutto: rapporti, viaggi, imprevisti quotidiani. Sai solo che ora che hai quasi raggiunto l’obiettivo, lisciato ogni contorno, pareggiato ogni asperità, non ricordi più perché l’hai fatto. Ti chiedi per quanto tempo sarà possibile barare scrivendo il tuo articolo giornaliero senza lasciar capire che dietro è stato tolto l’audio dell’esperienza” (p10)

Che cosa (o chi) si nasconde dietro la morte di Ernesto?
Perché Molinari non riesce a terminare la stesura di quel romanzo, iniziato giusto cinque anni prima, che giace ancora in bozza nel cassetto più inaccessibile della sua scrivania?
Cosa ha a che fare l'improvvisa scomparsa di Lucia con questo suo altrettanto improvviso e inspiegabile ritorno?
Qual è il senso dell'interesse quasi morboso di Lucia nei confronti dell'opera di Ernesto, pagine in forma narrativa, vivide e brucianti, stese poco prima della morte improvvisa?

Si parte dalla vicenda personale, dicevamo, per approdare a qualcosa di diverso che travalica il senso intimo del viaggio di formazione. O, per meglio dire, forse lo caratterizza.
Alfonso Berardinelli (Roma, 1943) raffinato critico letterario specializzatosi in “critica della cultura nel 2011 dà alle stampe il discusso saggio “Non incoraggiate il romanzo” (Marsilio).
Ecco un estratto dalla quarta di copertina:
“Che il romanzo è un genere di consumo e di intrattenimento "per tutti", lo si è sempre saputo. Ma il consumo è diventato più veloce, più distratto e l'intrattenimento lo si trova in abbondanza altrove. Quanto a qualità artistica, valore conoscitivo e documentario, la maggior parte dei romanzi che si pubblicano sono poco convincenti e non dimostrano nessuna memoria letteraria. Anche quando funzionano come trappole acchiappa-lettori, non provocano riflessioni e interpretazioni critiche impegnate, "non fanno storia". L'attuale sovrapproduzione di narrativa dà perciò l'impressione di essere più un segno di patologia che di salute”.

Analisi non c'è dubbio sconfortante, che il nostro Molinari fa propria in maniera metaletteraria, e nelle lunghe digressioni letterarie al principio dell'opera, e successivamente, nei momenti più intimi del racconto:

“I pezzi rifiniti, quelli che coincidono esattamente col progetto che avevo in mente, sono anche i più chiusi, i più ingessati, i più sterili. Viceversa, i fuor d’opera sono brillanti, elettrici: ma non riesco a infilarli in una trama che vorrei somigliasse a una tagliola – un meccanismo secco, perfetto, scarno, che però non coincide con le mie esigenze espressive, e a cui pure non so rinunciare. È come se dovessi dimostrare a qualcuno di saper creare una storia tenuta in piedi da un’economia implacabile – come se dovessi provare oltre ogni ragionevole dubbio che i miei dubbi sulla forma-romanzo non dipendono da un qualche volgare ressentiment" (p28).

Eccolo qui, il dramma dell'individuo moderno: l'atto mancato della non-azione che si mangia l'iniziativa e del silenzio che ingoia, a buco nero, la capacità espressiva:
“Non abbiamo parole condivise per affrontare il dolore” (P84) dice Molinari. E' un atto di accusa verso se stessi, più che verso la società, a quel sé intimo e nostro assuefatto a un certo lieve tepore confortevole e auto-referenziante che ci viene offerto da una vita sempre più facile e senza scosse.

La soluzione dell'empasse viene recuperata prima di tutto attraverso il valore salvifico delle lettere: il romanzo che Molinari finalmente riesce a concludere affonda nelle radici della realtà e nel dolore dell'esperienza, che attraverso un meccanismo catartico dischiude il velo dello scibile. Chissà che il processo (psicanalitico – a cui rimanda anche il titolo dell'opera) non valga anche per la risoluzione della coscienza personale.

Per ora al protagonista è concessa un'altra opportunità: suo compito sarà farla fruttare nel migliore dei modi:
“Scendo le scale in fretta, quasi correndo, e giù in strada mi ritrovo in mezzo alla folla carica di pacchi pasquali. M’infilo a occhi chiusi tra due comitive, e mi lascio trascinare da quel fiume lento e ronzante verso le luci della Porta” (p112)

Buona lettura :)

venerdì 12 luglio 2013

"Il weekend", di Peter Cameron

Più riguardo a Il weekend Cameron insegna al lettore l’arte della lettura lenta e continua. A concedergli fiato, frammentandola, ci pensa lui. Placido - ma risoluto - ti ordina di seguirlo.

“The weekend” è un’opera acerba (la prima edizione è del 1994), a tratti destrutturata, ma contiene in sé già tutti i germogli che andranno poi a comporre, maturati a frutto, le narrazioni successive.

Primo tra tutti, il gusto per il dipinto di atmosfera che tanto piace all’autore, utile e futile allo stesso tempo.

Sono i passi che più abbiamo condiviso su Twitter:

"Lyle tornò tenendo in mano la lampadina come se fosse una rarità. Era smerigliata, di un tenue rosa conchiglia. <<Proviamola>> disse. Tolse alla lampada il paralume di carta marrone e fece il cambio. La stanza si accese di un colore rosato" (p30)

"Per un'estate va bene - rispose Laura - ma ha quella terribile aria da casa in affitto" (...) "Hanno portato via tutte le cose decenti. Ho dovuto comprare delle lenzuola di cotone e della cristalleria. C'erano i bicchieri di plastica" (p49)

Nelle descrizioni degli ambienti predominano le nuance pastello, uno shabby-chic molto retrò che spazia dal rosa confetto, alle mille gradazioni del giallo (“Il colore delle pareti […] una sfumatura delicata ma brillante, come il burro genuino” - p67) , al color acquamarina (p119) di bagni e piscine – onnipresente la dimensione liquida e fredda che Cameron associa, come caratterizzante, alla stagione estiva, malinconica e sensuale allo stesso tempo: dagli specchi d’acqua assoggettati e ricreati ad arte dall’uomo (“<<Adoro nuotare. Da me c’è una piscina, ma le piscine sono sempre un po’ deprimenti. Si perde tutto il piacere naturale di fare il bagno, credo>>” – p125) a quelli selvatici, dal fascino potente e inconscio: “Non poteva dire che il fiume fosse più bello di mattina, anzi, c’erano certe sere quiete in cui veniva da piangere a guardarlo: prendeva un colore viola e sembrava fermo, come un livido in fondo al prato. Scorreva profondo e freddo e determinato, limpido e tonificante” (p11)

I passi narrativi, per la maggior parte impiegati in descrizione d’ambiente, creano quasi sempre uno scostamento percettivo: si tratta spesso di inserti creati ad arte all’interno di una scena o di un dialogo serrato e pregnante tra i protagonisti. Quasi come se le questioni si facessero troppo personali, l’autore entra in campo lungo ristabilendo le giuste, e civili, prospettive, come a voler in qualche modo preservare l’intimità e la privacy dei suoi protagonisti, limitando il lettore nella sua conoscenza di fatti e personaggi.

Altro tratto caratterizzante della narrazione, ancora in fieri (e per questo forse ancora troppo accentuata ed evidente), è l’attenzione per quella patina di teatralità, glassata e zuccherosa, o cupa e dirompente, con cui tutti noi, a volte, amiamo dipingerci la vita e su cui lo scrittore Cameron riflette, con disincantata autoironia (usufruendone e, allo stesso tempo, criticandone l’utilizzo):

“Voleva toccarlo di nuovo, accarezzargli la pelle tesa e levigata dell’avambraccio, ma gli parve un gesto eccessivo, troppo consapevole, scontato. Sembrava un’indicazione di scena in un’opera teatrale: (Lyle tocca il braccio di Robert)” (p19)

“<<Se la pittura – anzi, se l’arte in generale – intende sopravvivere, per non dire se vuole contare qualcosa, deve riallacciarsi alla vita, così come la viviamo noi>> (…) <<La gente, l’uomo, o la donna, della strada. (…) Quando una forma d’arte diventa un dialogo fra artisti perde la sua… sì, perde quel che la rende vitale, che la tiene in contatto col mondo>>” (p22)

“Durante la partita, con la mazza in una mano e il cocktail o la sigaretta nell’altra, sembrava indifferente, senza una tattica, distratto, ma verso la fine metteva da parte il bicchiere o il tabacco e in pochi colpi concludeva vittorioso la partita. Letale! esclamava, sono letale!” (p60)

“<<Ogni anno facevamo una festa per il solstizio d’estate e la gente doveva venire vestita come i personaggi della commedia, che poi recitavamo all’aperto. Lyle era sempre restio a farlo. E’ buffo come certe persone che in fondo hanno un animo teatrale, di fronte alla possibilità di recitare, si chiudano a riccio>>” (p66)

“Basta che la conversazione passi dal particolare all’astratto, pensò Marian, e stai sicura che avrai l’attenzione di Lyle. (…) <<E credi che ci sia differenza tra le arti visive e la letteratura, riguardo al comunicare?>> <<Be’, ovvio. Le arti visive non comunicano più in modo diretto, come la letteratura, ma lo scopo è quello. I quadri mostrando una scena, da cui si desume la storia, la letteratura la storia la racconta>>. <<Quindi tu parli dell’arte narrativa? (…) Ma quella è una forma morta” (p70)

“<<Quale gondolino?>> <<La barca a remi>> rispose lei. <<E allora perché la chiami così?>> <<Chissà, forse perché mi piace l'idea. Mi piace pensare che sia una piccola gondola. E' un reato?>> <<Certo che no>> <<E allora perché mi riprendi? - disse Marian - Pensi che mi piaccia avvolgere tutto in un alone romantico?>>” (p170)

Cameron in “The Weekend” riflette. Sui rapporti umani prima di tutto, come di consueto nelle sue opere, nelle quali non si può dire di certo che l’azione prevalga sul momento riflessivo, di cui essa è spesso soltanto un pretesto. E su quelle convenzioni sociali che regolano le relazioni interpersonali e a cui, volenti o nolenti, ci troviamo a dover sottostare:

“<<Di solito gli altri pensano che sono molto cinico>> disse Robert. <<Be’, non credo che oggi si possa vivere diversamente, a meno di non essere degli idioti. Ma è una seconda natura, una corazza che copre quella vera” (p130)

“Te l’ho detto che i weekend in campagna con gli eterosessuali possono essere un pericolo per la salute mentale. E’ stato orribile? Avete mangiato hamburger e giocato a croquet?” (p165)

Il mondo di Cameron è un raffinato gioco di scatole cinesi, amaro e commovente: sotto le maschere da teatro che comunemente indossiamo e che –crediamo – ci differenziano l’uno dall’altro rendendoci unici e speciali (l’ereditiera italiana di mezza età, la di lei figlia attricetta hollywoodiana, il gay critico d’arte, la coppia di eterossessuali rigidamente NewYorkesi…) vivono e bruciano i medesimi sentimenti: il timore di non essere amati abbastanza, l’angoscia per il senso della vita, l’amore filiale che porta con se, più che felicità e senso di appagamento, l’ansia e le preoccupazioni per il futuro, nostro e di chi ci sta accanto.

“Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d’avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c’è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio” (p159-160)

Vi invito a leggere le belle cose scritte, a riguardo, da @FNall.

Buona lettura :)

mercoledì 12 giugno 2013

"Tradimento", di Adriaan van Dis

Più riguardo a Tradimento Adriaan van Dis (Bergen, Olanda - 1946), celebre anchormen della televisione nederlandese, giornalista e scrittore di narrativa e di libri di viaggio, con questo nuovo titolo affronta ancora una volta i temi a lui più cari: “Figlio di genitori rimpatriati dall'Indonesia dopo la Seconda Guerra Mondiale e cresciuto con le sorelle nate da un precedente matrimonio della madre con un indonesiano, lo scrittore ha fatto del tema dell'identità e della diversità, del contatto interculturale e della discriminazione i temi centrali della sua opera già a partire dal primo romanzo, 'Nathan Sid', pubblicato nel 1983” (Fulvio Ferrari, postfazione, p271-272).
Van Dis si reca in Africa già nel 1990, al momento della liberazione di Nelson Mandela. Da questo viaggio nasce “La terra promessa”, un reportage in forma narrativa che ha come protagonisti gli afrikaaner (sudafricani bianchi di lingua afrikaans) della regione del Karoo e che ben descrive la situazione di estrema incertezza in cui versa il Paese, diviso al suo interno dalle secolari lotte tra gruppi etnici e inerme di fronte a così repentini cambiamenti politici e sociali. Più di dieci anni più tardi van Dis torna in Sudafrica (passando anche per Namibia e Mozambico) e gira un corposo docu-reportage per la televisione olandese: sette puntate a forma di intervista, in onda nel 2008, nelle quali il giornalista, interagendo con una gran varietà di persone di ogni ceto sociale e gruppo politico, dipinge con maestria la realtà multi-sfaccettata del Sudafrica contemporaneo. 

E' da queste esperienze ventennali che nasce il romanzo “Tikkop”, uscito in Olanda nel 2010
Il titolo in traduzione italiana, “Tradimento”, fa riferimento, in doppia interpretazione, prima di tutto alla macro-vicenda sociale e politica dell'apartheid sudafricano e poi alla storia personale dei due personaggi di cui van Dis ci narra – e nel passato, e nel presente – in un costante intreccio di piani narrativi sia verticali, attraverso i numerosi flashback, sia orizzontali, grazie all'intreccio delle vicende personali dei protagonisti, Mulder e Donald, con quelle delle varie realtà che popolano la narrazione. 

Il racconto scorre fluido e unisce sapientemente la finzione narrativa alla veridicità del reale. Nella prima parte assistiamo all'incontro dei due protagonisti, l'olandese Mulder e il sudafricano Donald, che si ritrovano dopo quasi quarant'anni di lontananza. Entrambi, da giovani, erano membri di una organizzazione clandestina che combatteva contro l'apartheid: Mulder era un brillante studente universitario interessato alle vicende di un Paese legato al passato colonialista della sua patria. Donald invece un giovane in volontario esilio, figlio di un alto esponente dell'elite afrikaaner da cui si è per scelta allontanato. Ma nulla è come era un tempo. Oppure non lo è mai stato; comunque sia, il presente, da qualsiasi parte ci si giri a guardarlo, nn corrisponde certo alle aspettative del passato. 

Donald, medico, è in Sudafrica da ormai molti anni. Vive sulle colline insieme ad una moglie che vede di rado e che per sei mesi all'anno risiede in Francia, con la sorella; abita in un'enclave per afrikaaners e stranieri, lontano dal villaggio di pescatori in cui vorrebbe professare la medicina; a causa della delinquenza locale si è fatto costruire una villa fortificata da mura e chiavistelli ed è vittima di episodi di intimidazione da parte di esponenti delle istituzioni municipali la cui corruzione e ignavia spesso denuncia attraverso lettere e proclami; battaglie civili che ai pescatori del villaggio spesso fanno più male che bene poiché alterano uno status quo che nel suo insieme, pur zoppicante, permette alle poche cose che funzionano di continuare a funzionare. 
Mulder invece, da brillante studente e viaggiatore indefesso, deve fare i conti con una malattia invalidante che lo costringe ad assumere numerosi medicinali e gli procura delle gravissime perdite di memoria. 
Si ritrovano dunque, Mulder e Donald, a fare i conti con un passato ingombrante e con un presente incerto; con le proprie memorie, intime e labili come solo sanno esserlo i ricordi dei tempi della giovinezza, e con quella, forse molto più labile, di un Paese che dimentico degli slanci di euforia e del sentimento di speranza che animava la classe dirigente dei primi anni Novanta si trova nella necessità di confrontarsi quotidianamente con la corruzione politica e con uno sviluppo a macchia di leopardo che vede realtà ipertecnologiche ed estremamente europeizzate convivere accanto a sacche di non-sviluppo segnate ancora da povertà, malattia, analfabetismo, droga e violenza, in un amalgama sociale e politico solo in superficie modificato da una lotta all'apartheid spesso unicamente formale, sotto cui ribolle ancora la discriminazione, la lotta di clan e quella di razza. 

A fare da contrappunto romanzato a questa realtà multiforme, le due figure d'invenzione che assieme a Mulder e Donald costituiscono il fulcro della "parte-romanzo" dell'opera.

Da una parte il fantasma della bella Cathérine, attivista del movimento clandestino, ragazza di Morten e come Donald – che conosceva fin da ragazza e con cui forse ebbe una relazione – figlia di un esponente di spicco del partito nell'era pre-Mandela. Tradita da uno scambio di documenti finito male, operazione in cui erano coinvolti sia Donald sia Mulder (che per questo nutrono l'uno verso l'altro un rancore antico e mai esploso, nella convinzione comune che sia stato l'altro la causa dell'errore), e condannata ad una lunga pena detentiva, da anni ha fatto perdere le sue tracce. 
Dall'altra l'adolescente Hendrik che i due protagonisti si prefiggono di salvare – ultima propaggine e colpo di coda della lotta intrapresa in passato - dal tik, la famosa, potente amfetamina ricavata da un mollusco, una delle tante piaghe sociali dell'Africa contemporanea. E anche qui, lo scollamento tra ideale e realtà è in agguato, poiché alle (buone) intenzioni di Mulder e Donald fa da contrappeso la riottosità del giovane tossicodipendente (fino all'inevitabile conclusione) nonché la deflagrante maldicenza del vicinato e della popolazione locale che legge nell'interesse dei due uomini verso il ragazzo una cura viziosa ammantata di perversità. 

Van Dis è giornalista e come tale affronta la materia letteraria: fraseggio limpido ed essenziale, aggettivazione ridotta all'osso, paratassi - queste le caratteristiche stilistiche dell'opera che pur nella sua fondamentale impronta narrativa mantiene intatto lo spunto redazionale che la caratterizza fin dal principio, anche dal punto di vista strutturale. L'autore infatti ha come fine ultimo e ben chiaro l'obbedienza non tanto ad una struttura circolare quanto a quel carattere intrinseco del reportage che sta nel porre domande ed aprire questioni, piuttosto che chiuderle in un finale auto-conclusivo, tipico della narrativa tradizionale. In questo senso anzi vanno letti i personaggi della “fiction-Tradimento”, come meri strumenti di cui l'autore si serve per risvegliare, attraverso un reportage che non è solo esterno, ma anche “interno” (un viaggio nella memoria, intima e personale, e dell'autore, e dei suoi personaggi, ma anche in quella collettiva di un Paese in continua evoluzione e cambiamento), l'interesse del proprio pubblico nei confronti di un tema sociale e politico che da molti anni oramai non è più al centro dell'interesse internazionale ma che continua ad avere un peso notevole all'interno del sistema-mondo contemporaneo.

Buona lettura :)

sabato 11 maggio 2013

"I doni della vita" - "I falò dell'autunno", di Irene Némirovsky


Più riguardo a I falò dell'autunno Più riguardo a I doni della vita   Per far fronte alle spese sempre ingenti, tra la prima e la seconda metà del 1941 Irene Némirovsky si rivolge nuovamente a Horace de Carbuccia, Chief Executive della rivista “Gringoire” (“Una banderuola dal punto di vista ideologico ma un genio della carta stampata” - OPhilipponat / PLienhardt “La vita di Irène Nemirovsky”, Adelphi 2010 p340), proponendogli alcuni racconti inediti, tra i quali spicca “Les Biens de ce Monde”. Racconto che Carbuccia, naso fino, occhio lungo e affetto profondo per la scrittrice, si impegna a pubblicare, a puntate, sulla sua rivista: “un romanzo inedito scritto da una giovane donna” (di cui viene naturalmente mantenuto l'anonimato) recita la presentazione del feuilleton

Risultato: le vicende di Pierre Hardelot, giovane erede designato delle omonime cartiere, tengono in scacco centinaia di lettori per ben 30 capitoli, dal 10 Aprile al 20 Giugno. 
La famiglia Hardelot incarna perfettamente l'iconografia classica della media borghesia francese tipica della Belle Epoque: la saga familiare, incentrata su Paul e sua moglie Agnes, sposata per altro contro la volontà dei parenti poiché appartenente al ceto medio, prende il via negli anni appena precedenti il primo conflitto mondiale, termina con l'occupazione della Francia ad opera dei Tedeschi e si snoda epica, sciorinando una serie infinita di protagonisti e comprimari, attraversando trent'anni della storia francese tra nascite, matrimoni, funerali, guerre, sorti avverse ma anche favorevoli. “Les Biens de ce Monde è il grande classico di Irene Némirovsky, nel quale l'autrice svela quale sia il segreto della Francia: la solidità a prova di bomba della borghesia provinciale, che non si lascia mai abbattere e affronta con coraggio la sorte” (op cit p358)

L'opera non sottende né lo spessore né l'impegno politico / sociale di altri racconti ma funziona perché, nella sua mole dettata in primis, per altro, dalle mere questioni economiche che tanto assillavano l'autrice, risulta un'epopea estremamente accattivante per il pubblico specie per le decine di personaggi presenti e ben contestualizzati nella realtà contemporanea, tecnica che permette un meccanismo di immedesimazione quasi perfetto. 

Incoraggiata quindi dal buon esito del romanzo, INémirovsky affronta subito una nuova saga familiare, che andrà a coprire il periodo delle due guerre fino al 1941: “Les Feux de l'automne”. 
Non si tratta, tuttavia, di opere gemelle e neppure di un tentativo meramente commerciale volto a “cavalcare l'onda”. Anzi. 

Nel 1914 il giovane e promettente Bernard Jacquelin, appartenente ad una famiglia parigina della piccola borghesia, spinto dal fervore patriottico si arruola nell'esercito e parte per la guerra. Quattro anni di trincea, tuttavia, lo trasformeranno in uno sciacallo cinico ed arrivista al soldo di un vecchio amico di famiglia, Raymond Détang, ora divenuto potente imprenditore, abile finanziere e influente politico senza scrupoli. Se in “Les Biens de ce Monde” INémirovsky celebrava la forza di una certa classe sociale che aveva avuto (e avrebbe dovuto avere, agli occhi della scrittrice) il merito e il dovere di fungere da “collante” per la società, al contrario nell' “Les Feux de l'automne” la scrittrice non fa mistero delle sue disillusioni: la Belle Epoque si è definitivamente conclusa (nel peggiore dei modi) e la guerra, (con il suo “culto ipocrita del sacrificio predicato dal pulpito" - op cit p379) non ha fatto altro che creare una nuova razza di giovani disillusi, attratti solamente (dopo anni passati in trincea a offrire la propria vita ad una Patria che mal li ha ricompensati) dal denaro facile e dal mondo corrotto dei piaceri, terra di avidi politici, faccendieri meschini e amori prezzolati. 

Eppure, all'Irene e al suo inguaribile ottimismo dovremmo essere ormai abituati. “Les Feux de l'automne” non è certo “un romanzo della rassegnazione” (op cit p384). La vecchia nonna, la signora Pain, la notte prima di morire sogna se stessa; cammina in mezzo ad un campo, tenendo per mano la nipote: “Vedi – le diceva – sono i fuochi dell'autunno che purificano la terra e la preparano per nuove sementi” (II, 9). 

Insomma, Irene Némirovsky ancora una volta ci stupisce per la sua profonda umanità, tanto più apprezzabile quanto più difficile da sostenere: “Accettò con falsa umiltà il bicchiere di acqua di Vichy che le offriva Thérèse e, non appena questa le voltò le spalle, scese dal letto, aprì la finestra e gettò il contenuto giù in cortile” (II, 9) 

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Irene Némirovsky non ebbe mai la soddisfazione di vedere pubblicati questi due romanzi: “Les Biens de ce Monde” uscirà in edizione integrale nel 1947.  Dieci anni di attesa in più toccheranno a “Les Feux de l'automne” (prima ed. 1957).

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Nota a margine: si è scelto di identificare le due opere oltre che con le consuete etichette anche con la tag #booksformums sia per via dei contenuti sia per la forma. La sensibilità di Irene Némirovsky nei confronti dei temi legati alla maternità è evidente, manifesta e soprattutto reca con sé elementi di profonda attualità. Per quanto riguarda la forma, il carattere intrinseco del feuilleton favorisce una lettura agile, di largo respiro, che non viene penalizzata ma semmai esaltata da una cadenza temporale lunga e inframmezzata dalle pause tipiche che il genere letterario porta inevitabilmente con sè. 

Buona lettura :)

domenica 31 marzo 2013

"Prima di scomparire", di Xabi Molia


Più riguardo a Prima di scomparire Mi trovo un po' in difficoltà, per non dire in imbarazzo, a raccontarvi di Xabi Molia. Del perché presto detto: è questione che altri, molto più acuti e istruiti di me in materia, ne hanno già, e abbondantemente, discusso. E dell'opera, e della casa editrice che la propone. 

Per cominciare, due parole sulla casa editrice. Attraverso l'acronimo dei nomi di battesimo dei due fondatori, @lormaeditore rimanda non tanto ad una editoria “giovane” quanto al ruolo centrale dell'editore, che si intende così rivalutare nella sua esperienza di “persona di lettere”. Approda in libreria il 4 ottobre scorso con due titoli tra cui proprio “Prima di scomparire”, che fa parte della collana di punta della casa editrice, “Kreuzville” (crasi tra Kreuzberg e Belleville, quartieri di Berlino e Parigi in cui i due editori hanno vissuto), riservata ad autori tedeschi e francesi. 
Per approfondimenti, non posso fare altro che invitarvi alla lettura dell'interessante articolo (con intervista ai due editori) di A Cortellessa su @00doppiozero forse, a mio parere, l'intervento più puntuale e completo - tra i tanti comunque ottimi che trovate in rete - che trattano dell'esordio della casa editrice romana.

Detto questo, parliamo dell'opera. Recentemente è apparso su @La_lettura (10/03/2013) un interessante articolo a firma Sandro Modeo dal titolo “Il ponte sospeso tra le sponde franate”. Sottotitolo: “Il passato non c'è più, il futuro non c'è ancora. La parentesi temporale del presente fotografa la nostra condizione. Però non esaurisce il nostro mondo”. SModeo accosta e pone in correlazione la crisi del presente, fatta di un passato “che non c'è più” e di un futuro “che non c'è ancora” - si va dalla precarietà economica e quindi sociale a quella esistenziale, che ne è conseguenza – con alcune tipologie di fruizioni letterarie che al momento paiono preponderanti e in continua ascesa (o revival): “da un lato, un rifugiarsi nostalgico-riflessivo nella società letteraria ante web (i classici, la poesia, i grandi scrittori di lingua e di stile); dall'altro, l'adesione acritica a fiction di genere (vampiri, zombie, le stesse distopie). Come a dire, un ripiegamento museale contro una proiezione esorcistica”. La distopia in special modo “rinunciando all'illusione dell'utopia, prefigura un futuro in negativo per scongiurarlo”. 

Xabi Molia, 35 anni, è sceneggiatore e insegnante di cinema all'università di Poitiers e, nonostante la giovane età, già affermato scrittore (questo è il suo quinto romanzo). L'opera rientra perfettamente nei canoni della fantascienza distopica, sia per ambientazione sia per contenuti. 

XXI secolo, futuro prossimo. 
In una Parigi dilaniata dalla guerra civile appena conclusa, scoppiata a seguito di una grave crisi economica, si aggira il medico Antoine Kaplan, a cui il governo ha assegnato il compito di ricercare e segnalare tutti coloro che mostrano i primi sintomi (banalmente simili ai prodromi di una brutta influenza) di un misterioso virus che sta trasformando la popolazione in una sorta di esseri-zombie crudeli e violenti ma dotati di raziocinio e intelligenza, il cui unico scopo pare la distruzione della razza umana. Dato che per ora sembra non esistere antidoto alcuno contro il virus, che per altro sembra essere in grado di mutare e rafforzarsi, e siccome gli “infetti” appaiono sempre più organizzati e strutturati nei loro attacchi – per altro a quanto pare sostenuti da sacche di ribelli “umani” - , quella di Kaplan, e di altri come lui facenti parte del Dipartimento dell'Individuazione, pare un'inutile corsa contro il tempo  verso un destino che ha dell'ineluttabile. L'ambientazione, cupa, oppressiva e ossessionante è tratteggiata con sapienza e ogni particolare è utile e necessario all'economia del racconto, senza mai risultare ridondante. 

In parallelo al dramma sociale dobbiamo anche seguire anche le vicende personali di Antoine. Prigioniero, in tempi precedenti, di un campo di deportazione (poiché di gruppo sanguigno AB, che alle autorità pareva, all'inizio del contagio, il più sensibile all'attecchimento del virus) e poi fuggito dall'area di detenzione, ora a seguito della riabilitazione concessa alla popolazione ingiustamente deportata (o meglio, a quella parte di popolazione deportata E sopravvissuta al carcere), è medico e, come detto, si occupa di rilevare i sintomi incipienti della malattia, sempre trattando i malati con la maggior compassione e cura possibile. Ma non solo. Hélène, sua moglie, attivista politica e nota autrice di fumetti pubblicati a “strisce” su una famosa rivista, è misteriosamente scomparsa, forse unitasi ad uno dei gruppi sovversivi a cui, pare, è legata, o forse semplicemente fuggita con un amante di cui Antoine, indagando, rileva qualche traccia: il rapporto di Antoine con la moglie, pur fresco di appena qualche anno, si era esaurito da diversi mesi e i due vivono nella completa estraneità, benché inquilini dello stesso misero e fatiscente appartamento. 

Come ha più volte riferito l'autore stesso, “Prima di scomparire” è un tentativo di rilettura della storia in chiave letteraria, dalle pagine indelebili e infamanti della Repubblica di Vichy alla realtà odierna dei sans papiers. L'idea quindi supera la rappresentazione distopica, a cui tanto comunque deve e che conserva in sé tutti i suoi topoi narrativi, dalle atmosfere fatiscenti e vagamente steampunk di edifici, abiti e occupazioni, e si concentra piuttosto sulla ricerca del sé – e dell'altro - sia come Uomo, sia come individuo

Un esempio su tutti, l'accento che l'autore pone sul culto delle lettere e dell'arte in generale. Nel romanzo, nonostante il clima di terrore e la devastazione della guerra, tra palazzi in rovina privi di corrente elettrica, computer e cellulari ormai abbandonati in stanze polverose, i cittadini di Parigi ritornano a dilettarsi con la cultura umanistica: divengono scrittori, giornalisti, filosofi, artisti, attori. Fioriscono i circoli letterari organizzati e improvvisati, ci si reca a teatro, si ragiona di filosofia, si rispolverano i classici, l'amore per le citazioni, la passione per i libri e le opere artistiche dell'ingegno umano. Eppure, il dubbio rimane. Siamo di fronte ad una reale presa di coscienza che comprende il recupero della tradizione e la sua rivalutazione, oppure, piuttosto, ad una pantomima unicamente di facciata nel tentativo di salvare tutto ciò che – tutti sanno – non potrà essere salvato? 

La risposta forse ci viene offerta dallo stesso Kaplan, nel finale dell'opera. Anzi, da un suo alter-ego di età anagrafica più avanzata e di fama un po' più nota: Robert Kerans, che con Kaplan condivide il ruolo del protagonista all'interno di un romanzo distopico dal finale aperto e dalla forte e profonda recherche spirituale:

Così abbandonò la laguna e si addentrò nuovamente nella giungla. Nel giro di qualche giorno si perse completamente, seguendo le lagune che si susseguivano verso sud nella pioggia e nel calore sempre più intensi, attaccato dagli alligatori e dai pipistrelli giganti, un secondo Adamo alla ricerca dei paradisi dimenditcati del sole rinato” (JG Ballard, “Il mondo sommerso”, traduzione di Stefano Massaron, Feltrinelli 2005, p199). 

Buona lettura :)

venerdì 8 marzo 2013

"Cacciatori di frodo", di Alessandro Cinquegrani

Più riguardo a Cacciatori di frodo Alessandro Cinquegrani, 39 anni, ricercatore di Letteratura comparata all'Università Ca' Foscari, scrive un'opera prima (finalista al @PremioCalvino XXIII edizione) piuttosto scomoda, ruvida carta vetrata a grana fine, sia per lo stile sia per i temi trattati.
L'impatto con la pagina è notevole, fitta com'è di segni e lettere che si inseguono l'una con l'altra senza neppure il respiro di un a-capo. Peggio ancora quando si scopre, fin dalle prime righe, di trovarsi di fronte ad un testo zoppo perché ripetitivo, ciclico, ipnotico: intere frasi e paragrafi identici l'uno all'altro fino all'ultima virgola, copiatiincollati e ripetuti all'infinito e inframmezzati (soltanto) da pochi, centellinati singhiozzi di parole nuove che spingono in avanti la narrazione, passi di gambero eleganti e minuscoli, avanti ma anche, inaspettatamente, indietro.
Un approccio alla forma evocativo, per altro, perché rimanda direttamente all'archetipo primitivo della trasmissione orale del testo, di matrice indoeuropea: quella dell'aedo, che battendo sulla terra nuda il bastone con cui segnava (per sé e per il pubblico) l'esametro omerico, non disponendo di un testo scritto diventava a sua volta compositore avvalendosi di uno stile tipicamente formulare caratterizzato da ripetizioni, appellativi e topoi che - funzione pratica - giungevano in soccorso nel momento in cui il cantore avesse dimenticato la strofa successiva e che – funzione poetica – ammaliavano il pubblico trascinandolo in una dimensione evocativa mistica e quasi religiosa, grazie al potere ritmico dell'esametro.

Accade lo stesso in “Cacciatori di frodo” con incisività tanto maggiore poiché la scelta della forma è direttamente collegata a quella del contenuto: il dolore di una tragedia orribile che, evocata all'infinito non solo nella sua oggettività (mai del tutto chiarita) ma anche nel suo fardello di “acerbe espiazioni” (cit.) tra sensi di colpa per vecchi rancori infantili mai sopiti, tragiche sciocchezze giovanili ed errori ancor più gravi perché commessi in età adulta, trascina inevitabilmente verso il gorgo della malattia mentale che nelle sue forme più gravi e distruttive priva l'essere umano di qualsiasi personale consapevolezza del mondo reale per confinarlo all'interno di universi paralleli e distorti in cui il tempo e lo spazio non percorrono più traiettorie lineari ma girano e si arrotolano su se stessi in un continuo ritorno di percezioni falsate e ossessioni.

Tra i boschi spogli che costeggiano le rive del Piave rieccheggiano degli spari. Sono quelli dei cacciatori di frodo che si aggirano cauti nella nebbia alla ricerca della preda ma sono anche quelli, molto più antichi e profondi, appena udibili, dei soldati caduti in battaglia: sì, proprio quelli del Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio”, la cantilena ossessiva che accompagna i pensieri e i passi di Augusto, protagonista dell'opera. Augusto ci racconta la sua storia – ma anche quella della sua famiglia – un monologo costruito passo dopo passo, un particolare in più ogni mattina mentre percorre tra sterpi e sassi, facendo attenzione a non rovinare l'ultimo paio di scarpe buone rimastogli, i dodici chilometri della ferrovia abbandonata che separa la casa cantoniera in cui vive dal luogo in cui la moglie, Elisa, dopo essere uscita dall'abitazione, si reca ogni mattina.

Cacciatore di frodo è però (o meglio era) anche il fratello gemello di Augusto, Cesare, un cacciatore di demoni infernali, propri e altrui, con la memoria del quale Augusto ha da confrontarsi inevitabilmente. Augusto: un'esistenza “passiva” com'egli stesso la definisce, trascorsa nell'attesa e quasi mai nell'azione. Un buon uomo che, fin dall'infanzia non troppo serena, ha sempre cercato di appianare gli screzi e tutelare le persone care, rattoppando alla bell'e meglio strappi profondi che non potevano in alcun modo essere ricuciti, sempre fedele ad una personale, cieca fiducia – e a un pizzico di codardia di troppo – a valori familiari e sociali autoimposti a cui, per sopravvivere, era necessario aderire: la buona creanza, l'accomodamento delle criticità interpersonali, il successo sociale costruito da sé, l'idea rassicurante della famiglia perfetta. Dall'altra parte, specchio dolente di ricordi mal sopiti, sensi di colpa e – ancora una volta - “acerbe espiazioni” - il gemello Cesare, o meglio, quel che di lui, oltre il ricordo, rimane: ancora una volta, un refrain, e che refrain (che vi lascio scoprire da soli).

Buona lettura :)

Nota a margine: anche qui s'è parlato di “Cacciatori di frodo”, entrato nella nostra personale hit-parade #certilibrivannolettidicarta. Perché la copertina (“nuda e vestita”, come si è detto su Twitter) già mostra, in germoglio, quel che l'opera poi renderà esplicito.

domenica 17 febbraio 2013

"Villa Metaphora", di Andrea De Carlo


Più riguardo a Villa Metaphora  Ovvero, delle corrispondenze. Curioso che negli ultimi periodi la letteratura rifletta spesso sul tema che stiamo per analizzare – quello del “reality show” - quasi che il sentimento dominante sia un certo qual “sentirsi in gabbia” dovunque e comunque, che come inevitabile conseguenza conduce all'approccio psico-socio-geografico nel tentativo di risolvere la questione (leggi: uscirne vivi e in salute). Perché la formula è, incredibilmente, sempre la stessa: 
  1. prendi un gruppo di individui, meglio se di classi sociali differenti, 
  2. rinchiudili all'interno di uno spazio ben definito, 
  3. crea un bel diversivo che irrompa nella routine quotidiana con la stessa violenza di una molotov lanciata a tutta velocità: 
  4. e vedi cosa succede. 
Molto prima c'era stato JGBallard, con due opere della maturità, meno fiabesche e più consapevoli malgrado l'ambientazione ai limiti della fantascienza: "SuperCannes" e "Il Condominio". Da ultimo, Aravind Adiga con il suo “L'ultimo uomo nella torre”. 
E poi arriva DeCarlo, con Villa Metaphora. 
  1. Quattordici personaggi, di varia caratura sociale e morale, professione, cultura etcetc ospiti - ma anche dipendenti - di un lussuoso resort abarbicato sulle coste impervie di un isolotto immaginario perso nel Mediterraneo più estremo, ultimo baluardo a difendere l'Italia dall'Africa e raggiungibile solo via mare. DeCarlo ne ha per tutti (al pari di AAdiga): c'è la stella del cinema holliwoodiano, bella, giovane, talentuosa, intossicata da alcool e pasticche; c'è uno dei più alti rappresentanti del gotha finanziario mondiale che attende, leone in gabbia, il verdetto che segnerà il suo destino, a seguito di un gravissimo scandalo sessuale di cui il pluridecorato professionista s'è consapevolmente macchiato. C'è un distinto, anziano e malato imprenditore del Nord, accompagnato dalla moglie fedele, a rappresentanza di quella borghesia italiana “all'Agnelli” che tanto ha influenzato l'economia e la società italiana dal dopoguerra agli anni Ottanta. E diversi altri ospiti che vi lasceremo scoprire da soli. C'è pure il cuoco dalla fama internazionale, curriculum di prestigio e stipendio a sei zeri, celebrato esponente di quell' “estremismo gastronomico” che tanto impazza tra i vip; per non parlare della manager del resort, giovane autoctona fuggita anni prima sul continente dopo aver ripudiato luoghi d'origine e affetti, alla ricerca di se stessa e di un affrancamento sociale, o del falegname-artista, una figura maschile tipica e quasi sempre presente nella letteratura decarliana. Anche qui, diversi i personaggi che lasceremo al vostro studio. 
  2. Insomma, ce n'è per tutti (noi), perché sono chiare ed evidenti le corrispondenze tra il personaggio che vive all'interno del romanzo, contestualizzato e particolare, e il suo alter ego che, dall'esterno della realtà quotidiana, in esso si rispecchia. Se la starlette americana rappresenta una tipica gioventù - made in USA ma in rapida espansione pure nel vecchio continente - talentuosa anche, ma inficiata da un ego ipertrofico, parto deforme di quel “tutto subito” tanto caro al mito del selfmade americano, neanche a dire quale sia l'immagine che il banchiere tedesco senza scrupoli ci rimanda dallo specchio fatato della pagina decarliana. Cosa ci manca poi, la politica? Voilà, ce l'abbiamo: ecco a voi l'italianissimo onorevole di turno, un bel giovanotto di grandi speranze, un WASP de no' artri che più provinciale di così non si può (uh, le sentiamo quasi, le sue vocali aperte da bravo lumbard, ancora lì, belle presenti nonostante i corsi di dizione): lo vedete in tutto il suo splendore, intento nell'azione di lavarsi la mano destra con la sinistra autogiustificando la propria condotta pubblica e privata e adducendo, come fine ultimo dell'azione, il Bene Patrio. 
E così via, in un continuo gioco di rimandi bidirezionali e concatenati. Per dire, ne peschiamo uno a caso: Lara, madre irlandese e padre italiano, aiuto-scenografa capitata per caso sull'isolotto a seguito dell'attrice di cui sopra conosciuta sull'ultimo set cinematografico, è alla ricerca incessante di se stessa e delle proprie origini, in contrapposizione non solo alla giovane e pluripremiata attrice ma anche a Lucia, la manager scappata sul continente, e poi all'estero: lei che delle proprie origini ad un certo punto non ne ha voluto sapere proprio più nulla; lei, innamoratasi poi del bell'architetto di fama internazionale, autore del progetto e della realizzazione del resort, tutto muscoli di palestra, abiti taylormade e tecnologia ultimo modello, che a sua volta non possiamo non porre a confronto con il falegname-artista che vive di lavori precari e che di necessità ne ha poche o nessuna (evoluzione, per altro, del personaggio di Durante, degno erede, sìsì, di quel Guido Laremi là, esponente estremo della categoria “maschio decarliano – romanzi della gioventù”). 
Per ogni personaggio, uno specifico stile narrativo, appena ammorbidito dallo stile decarliano, sempre riconoscibile nonostante le varianti. E così abbiamo: la lingua colta, raffinata, liquida e leggera dell'imprenditore del Nord; lo stream of consciousness lumbard dell'onorevole di spicco, che non rinuncia alla verve del comizio neanche quando parla con se stesso allo specchio del bagno; il francese melodico e controllato della giornalista in incognito, che a sprazzi tuttavia cede al sentimentale e all'emotivo, e infine il registro forse più riuscito, quello di Carmine, il marinaio tuttofare che parla una lingua artificiale autoctona credibile e immediata nella sua finta semplicità. 

3 (e 4.) Sono tanti i temi trattati da DeCarlo, che affida a questa sua diciassettesima fatica letteraria una urgenza comunicativa evidente ad ogni pagina. Il reality show inizia qui, nel momento in cui, per motivi vari che chiaramente non anticipiamo, allontanarsi dall'isola sarà difficile, se non impossibile, in un crescendo di situazioni disagevoli sia psicologiche sia, soprattutto, pratiche, che faranno virare la storia dal farsesco della satira sociale al catastrofismo. DeCarlo insomma scende nell'arena e forse per la prima volta si misura con la realtà esterna, tralasciando per un momento quella visione dell'esistenza così intimista che caratterizza la maggiorparte delle sue opere. 
Quel che ne esce è un'analisi della realtà, profonda ed equilibrata, che tocca gli aspetti più caratterizzanti della vita moderna e del disagio che essa porta con sé, sia a livello individuale, sia collettivo e sociale. 

Un'opera “per giovani” dunque – target forse rivoluzionario per DeCarlo – che tuttavia non scade mai nell'epidittico. Si tratta piuttosto di una serie di riflessioni personali che DeCarlo, attraverso il pretesto del romanzo, ha avuto il merito di saper codifcare e plasmare, ad uso e consumo di quanti vorranno affrontare la fatica di queste 900 pagine scritte fitte: il successo sociale, per esempio, identificato nella persona (personaggio) del divo chiacchierato, bello e dannato, del potentissimo banchiere, dell'imprenditore, del selfmade men di foggia americana, del politico di chiara fama; oppure l'utilizzo dei social networks, che DeCarlo mostra di conoscere alla perferzione nonostante la sua fama di scrittore refrattario ad alcuni di questi specifici strumenti di comunicazione moderna, che per certi versi frammentano l'attenzione, scardinano dal profondo le regole sostanziali che differenziano la comunicazione privata da quella pubblica, e creano dipendenza. Oppure ancora, l'utilizzo di forme d'arte e di stili di vita che, sicuramente mutuati dalla realtà dell'esperienza umana, delle origini non conservano che poche gocce di succo annacquato (si va dall'estremismo culinario del cuoco di gran fama volto a denigrare l'esperienza carnale dell'assunzione del cibo – alla quale, inevitabilmente, si tornerà - fino all'esasperazione per il culto del corpo, in un tripudio di orientalizzazione della fatica fisica che poco aiuterà nel momento del bisogno, perché così disgiunta dall'essenza della materia). 

Vi lasciamo con una immagine evocata dalla giornalista in incognito Simone Poulanc quando oramai la vicenda dei quattordici naufraghi volge al termine: 
Eccoci alla degenerazione di rapporti tipica delle situazione ad altissimo stress. Eccoci all'abbandono di ogni freno inibitorio, all'esplosione dell'aggressività primaria incontrollata. Eccoci quasi alla **Zattera della Medusa** (…). Quasi cinque metri per sette. Il Cinemascope di allora. Così i buoni borghesi parigini potevano andare a contemplare l'abisso del dissolvimento delle regole sociali e la degenerazione dei rapporti umani – la regressione abominevole – e poi tornarsene alle loro confortevoli abitazioni” (pp844-45) 

http://it.wikipedia.org/wiki/La_zattera_della_Medusa - Théodore Géricault

Buona lettura :)

martedì 5 febbraio 2013

"La Fine", di Salvatore Scibona


Più riguardo a La fine Dieci anni di lavoro culminati in 389 pagine da affrontare con cautela e rigore. Ecco cos'è “La fine” di SScibona. Non è una novità del panorama editoriale italiano (anno di pubblicazione il 2011) ma un testo che può essere colto nella sua essenza soltanto quando il momento lo consente. Ecco del perché ha atteso un po', nella libreria di ADC.

Data la densità e il vigore dell'opera non stupisce che l'autore - italoamericano di Cleveland classe 1975 (laureatosi in scrittura creativa presso l'Università dell'Iowa e attualmente impiegato presso il Fine Arts Work Center di Provincetown) - con “La Fine” sia arrivato, nel 2008, ad un passo dal National Book Award e poi, l'anno seguente, si sia aggiudicato il Young Lions Fiction Award e il Whiting Writers’ Award. E poi inserito nella prestigiosa classifica del «New Yorker» tra i venti migliori scrittori americani sotto i quarant’anni.

Dieci anni fa Scibona soggiornò a Roma “per imparare la lingua”, quella dei suoi antenati, che non aveva mai parlato (conosceva soltanto un po' di dialetto malcongeniato). Scese fino in Sicilia per incontrare parenti mai visti e decriptare le loro storie, in un miscuglio di parentele inestricabili, dialetti incomprensibili e memorie perdute di nonni e zii e nipoti scomparsi nel nulla, inghiottiti dal profondo abisso di quell'oceano che venne a separarli, da migranti. Lo incuriosirono soprattutto queste storie di perdita e di abbandono spesso volontario, una sottospecie – per così dire – di tutte quelle vicende di migranti in terra d'America di cui tanti autori ci hanno narrato; come quella della bisnonna, (riproposta poi nel romanzo) che giovanissima aveva abbandonato la casa del padre per seguire l'innamorato statunitense e che non aveva più dato notizie di sé ai parenti lontani.

Epperò, attenzione. Non aspettatevi una delle “solite” epopee italoamericane a cui siamo abituati, con un inizio, uno svolgersi e una fine, tanti comprimari, qualche protagonista eroico e una contestualizzazione di grande impatto emotivo, tra povertà, miseria e desiderio di affrancamento sociale. Lo capiamo già dalla prima pagina, uno stream of consciousness, questo sì, potente e paradigmatico, ad opera di uno dei protagonisti, Rocco il panettiere, che nel giorno dell'Assunta, il 15 Agosto del 1953, mentre nel quartiere italoamericano di Elephant Park, a Cleveland, la folla accaldata intasa le strade e si prepara al passaggio della sacra processione, decide di abbassare la saracinesca del suo negozio (fatto mai accaduto sino a quel momento), e mettersi a riflettere sulla propria vita passata, presente e futura.
Così, in un gioco di relazioni spazio-tempo spesso soltanto intuibili e attraverso esperienze del tutto soggettive Scibona ci presenta tutta una galleria di personaggi in qualche modo correlati, concatenati l'uno con l'altro, che che riflettono, si atteggiano e agiscono in maniera tale da formare un qualcosa che potrebbe (potrebbe) essere identificato come una trama. Ma questa trama, a differenza delle più canoniche epopee di migranti che conosciamo, non è così pregnante per l'economia e la buona riuscita dell'opera: è, in parte, piuttosto anche un prestesto. O meglio, un mezzo.

Di che cosa si parla, qui, alla fine? Si fa presto a dire. Di un padre panettiere (emigrato dall'Italia) abbandonato dopo 15 anni da moglie e figli spariti nel nulla della provincia americana, uno dopo l'altro, alla ricerca di una vita migliore (o di una morte onorevole, a servizio della Nuova Patria). Di una anziana, distinta signora di origini siciliane, scappata in America da giovanissima, per amore, che ora si dedica ad attività illecite per puro spirito di compassione. Di uno stupro. E di molte altre cose, e persone ancora.

Questa densità di materia, incastrata e gestita tra tempi e spazi diversi e intersacati tra loro da continui e perentori flashback & forward, ha due meriti sostanziali: rendere il lettore consapevole di sé e del suo ruolo attivo all'interno del processo di fruizione del testo (leggi: caro lettore, te ne devi fare una ragione, qui si tratta di roba difficile da affrontare) e creare un lavoro letterario che sì certo si basa su fatti reali, poi chiaramente romanzati, ma che non cede in alcun modo né al fascino tentatore del “raccontare gli oggetti” (la via pià facile, per l'autore di epopee generazionali, per ricercare il coinvolgimento del lettore attraverso una contestualizzazione fittizia, perché si basa sulla descrizione maniacale dell' “accessorio”: oggetti d'uso quotidiano, abitazioni tipiche, abiti, professioni...), né al tono popolare, o moraleggiante, o didascalico, o – peggio – strappalacrime (materiale già visto, già usato, già abusato, non facciamoci distrarre dal particolare, ci farebbe notare Scibona).

E' questione che la fascinazione del testo non si basa in realtà neanche solo sul mezzo. Eh sì, stiamo parlando dello stile narrativo. Stream of consciousness a parte, che è gestito secondo i più rigorosi canoni del genere, la capacità visionaria di Scibona impressiona, l'ossessione per la purezza liquida della lingua seduce, smembrata di ogni sostanza e attributo e poi ricomposta in un continuo lavoro di lima e cesello che pone il lettore al centro dell'esperienza del leggere: il Lettore, lì a godersi la propria fatica fisica che di necessità gli occorre per rimanere legato alla pagina, malgrado, paradossalmente, non se ne riesca a staccare nonostante l'indubbia asperità del testo. 

La forza del testo sta nella capacità che l'autore ha mostrato nell'identificare l'universalità.
I personaggi presi in esame, che narrano le loro vicende private tra molte reticenze, omissioni più o meno consapevoli ed esplicite, punti di vista assolutamente parziali, incompleti, spesso stravolti dall'emotività e distorte nel ricordo dal trascorrere degli anni, sono tutte legate assieme dallo stesso fil rouge: il dolore dell'emigrante, che viene dalla perdita e dall'abbandono delle proprie origini e della propria storia sia personale sia familiare, il senso di smarrimento per una realtà aliena mai del tutto compresa (per senso) e codificata (per lingua), e soprattutto la necessità, un sentimento di dolore quasi fisico, di conoscere – o per lo meno riuscire ad immaginare - identificandolo fra le mille connessioni quotidiane e imprimendolo nella memoria - il proprio futuro, ossia la propria fine. Che, non c'è storia che tenga, deve passare, inevitabilmente, attraverso l'accettazione del sé.

Nota di merito al traduttore Beniamino Ambrosi: "La Fine" deve essere stata una sfida di non facile risoluzione.

Buona lettura :)

venerdì 18 gennaio 2013

"Il Seggio Vacante", di JK Rowling


More about Il seggio vacante Eh niente, si capisce che JK Rowling sarebbe JK Rowling anche se buttasse giù due righe, così tanto per, su come ritinteggiare le pareti del garage. Detto questo, proviamo ad andare per punti, che ci pare il metodo migliore per rifletterci sopra, su questo "lavoro dell'età adulta".

First of all: cosa TROVERETE, di quella JK Rowling che già conosciamo, ne “Il Seggio Vacante”
  • La passione per la caratterizzazione dei personaggi. Che paiono sempre vivere di vita propria, anche fuori dall'opera. Ci dà l'impressione che la Rowling sia una di quelle scrittrici che ama costruire i suoi protagonisti prima di tutto fuori dal testo, creando pagine e pagine di figure complete e sfaccettate di cui poi si diverte a mostrarci soltanto una minima parte, facendoci la grazia di buttarci là, a caso ma ovvio anche no, solo qualche briciolina di scarto, così come meglio le aggrada. Irritante... ma quanto ci piace. 
  • Le trame chiuse. E' inutile, KJR non lascia mai nulla al caso o in sospeso. Stai sicuro che alla fine tutte le strade arriveranno dove devono e che tutti i fili saranno tirati e ben annodati: nétroppo, né troppo poco. Probabilmente non capiterà mai di ritrovarsi al termine di un testo della Rowling scoprendosi a pensare: “E allora?”. Chapeau, non da tutti
  • L'attenzione per il reale dell'esistenza. Poche storie, si sta parlando di vite. Niente discorsi aulici, niente monologhi d'autore o tirate da 30enni sgamate in corpi di adolescenti scombussolate dagli ormoni. Uno è quel che è, pure (e soprattutto) con i suoi discorsi malmessi e le sue sparate illogiche (ve lo ricordate Harry? Il mago del “faccio-la-cosa-giusta,-ma-certo!-Come-no,-ohoh-ma-solo-dopo-averne-segate-altre-mille”. Per non parlare di Severus Piton, che non per niente diverse riviste critiche internazionali hanno indicato, specie dopo l'uscita del volume “Harry Potter & the Half-Blood Prince”, come uno dei personaggi letterari più riusciti di tutti i tempi) 
  • Lo stile. Equilibrato e teso tra dialoghi e parti descrittive: gli uni, pregnanti e mai troppo lunghi; le altre, sempre funzionali allo scopo prefisso, ovvero quello della contestualizzazione massima. 
Second one: cosa invece vi lascerà stupiti, rivelandovi lati nascosti ed impensabili di quella JK Rowling che, uh uh, PENSAVATE di conoscere, ne “Il Seggio Vacante”
  • La dissacrazione massiva, metodica, sistematica ma mai, neppure una volta, rancorosa né eccessivamente interiorizzata, di quel mondo so British di cui innegabilmente la Rowling fa parte. Effettivamente ne avevamo avuto un assaggio con la britannicissima Dolores Umbridge, tutta cardigan rosa, tazze di tè e gattini dipinti sui piatti di ceramica, ma forse la cosa ci era un po' sfuggita, “mascherata” dall'enfasi posta su altri accenni relativi ad un certo, tipico way of life anglosassone che in HP veniva innegabilmente (e giustamente, visto il target dell'opera) celebrato: il college, le divise scolastiche, le tradizioni plurisecolari, l'architettura vittoriana, il pudding e le colazioni pantagrueliche, la nebbia londinese e i paesaggi mozzafiato del nord innevato. Ed è curiosa questa cosa, per due motivi: sia perché ipso facto caratterizza, di rimbalzo, Harry Potter come un romanzo a destinazione prettamente giovanile nel quale si esaltano, correttamente, alcune carratteristiche a scapito di altre (ma solo in apparenza, dal momento che MAI il lettore viene tenuto all'oscuro, disseminato com'è il testo di indizi e ammiccamenti sulla questione), sia perché ci fa comprendere appieno di come JK Rowling sia capace di BEN altro, se ci si mette di impegno 
  • Chiaramente, i temi adulti e il grottesco del reale. In un paesino di provincia, la prematura dipartita di un agguerrito consigliere comunale scatena una serie di eventi dal potere incontenibile e fortemente grottesco proprio per l'evidente incongruenza della situazione paradossale: un gruppo di “paesanotti”, convinti di far parte non di un mediocre consiglio comunale di una qualsiasi delle tante cittadine che popolano la campagna inglese, ma addirittura delle Houses of Parliament, si trova a scannarsi nel più brutale dei modi tra accuse reciproche e rivelazioni sconvolgenti e scandalose (con buona pace dell'ipocrisia fino a quel momento dilagante) che spaziano dallo scandalo sessuale (la moglie 45enne del candidato conservatore favorito che se la fa, o tenta di farsela, con il primo teenager che le capita a tiro) agli episodi del classismo più colonialista e socialmente deplorevole (la leader dell'opposizione, di origini indiane, vittima di un razzismo esaperato da parte del presidente del seggio che si è come dire dimenticato del fatto di essere stato salvato in extremis, dopo un infarto miocardico, dal di lei marito, emerito cardiochirurgo; la vicenda fortemente strumentalizzata di una realtà familiare dei bassifondi, tra violenze domestiche, tossicodipendenza, prostituzione minorile) 
  • Sotto capitolo a parte riguarda gli adolescenti – che, diciamocelo, non è che ne vengano fuori un gran bene. Beh, che ci si poteva aspettare, visti i genitori? Sì perché la guerra combattuta dagli adulti membri del consiglio comunale ha come contrappunto quella, in qualche modo molto più cruenta, quasi di trincea, dei rispettivi figli, che frequentano per la maggior parte la high school locale. Se in HP i “giovani cattivi” si contavano sulle dita di una mano ed erano chiaramente identificabili – e identificati – grazie all'appartenenza ad una specifica “casa”, qui le cose si fanno difficili, e più reali. Si va dalla doppiezza quasi psicopatica di quello che da tutti è considerato il prototipo del Bravo Ragazzo, alla bruttina dislessica che inspiegabilmente sarà l'unica a far breccia nell'animo inaridito della graziosissima e quotatissima new entry appena trasferitasi da Londra e sarà capace perfino di un atto di grande coraggio e sacrificio, fino al giovanetto brufoloso e scipito, sempre a rimorchio dell'amico più sgamato, che ad un certo punto non ne potrà più, del ruolo di spalla a cui pare delegato a vita. 
  • Il punto di vista interno multiplo, che rende pari il narratore al lettore poiché cancella l'onniscienza tipica della narrazione esterna. Perché nessuno (né adulto, né adolescente) è, alla fine, quello che appare. E tutti gli abitanti di Pagford hanno qualcosa che - non c'è storia - te li rende indigesti. Almeno un tantino. E per questo, così veri.
Last but not least: breve compendio sui personaggi, che poi impari a conoscere e mandi a memoria ma le cui vicende, almeno all'inizio, può risultare un momento difficile seguire, visto il tripudio di nomi, cognomi, ruoli, professioni e legami parentali. Questione adeguatamente risolta dall'editore. Se la casa editrice ce lo consente, ci permettiamo il link.

Buona Lettura :)