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Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
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Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.
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mercoledì 3 agosto 2011

"Cold Spring Harbor", di Richard Yates

More about Cold Spring Harbor “Casomai non ve ne foste accorti, tutti i miei libri parlano di una persona solitaria che cerca un modo per entrare in contatto con gli altri. E’ un po’ l’opposto del Sogno Americano: diventare tanto ricco da poterti tirare fuori dalla marmaglia, da tutta quella gente in autostrada, o, peggio, sull’autobus. No, il sogno è una grande casa, isolata in capo al mondo. Un attico, come quello di Howard Huges. Un castello in cima a una montagna, come quello di William Randolph Hearst. Un qualche nido isolato dove invitare solo la marmaglia che ti piace. Un ambiente controllabile, lontano dal conflitto e dal dolore. Dove sei tu a decidere. Che sia un ranch nel Montana o un appartamento in un seminterrato, con diecimila DVD e accesso a Internet a banda larga, non c’è eccezione: arriviamo lì, e ci ritroviamo soli. Isolati”.
Chuck Palahniuk, LA SCIMMIA PENSA, LA SCIMMIA FA, Ame 2011, pag. 9

L’ultimo Yates è buio e profondo; eppure, nonostante ciò, porta con sé tanta rabbia e tanta energia da lasciare perplessi. Riflessioni in ordine sparso.
  • Cold Spring Harbor è una polveriera di sentimenti inesplosi, malgrado l’aria tranquilla di sobborgo urbano, villette a schiera (lusso | medio lusso | popolare), drogherie, pub e strada statale. Niente di nuovo se non la provincia americana, con il suo sogno di emancipazione e ricchezza posticcia, in the middle of nowhere; la reclusione autoinflitta del cittadino medio in fuga dal caos della metropoli comprende, tra i vari optionals, abitazioni dall’odor di muffa, stanze dal soffitto basso separate da tramezzi di legno scadente, infissi scheggiati, tendine in cotone rosa pallido e smunto a difesa di una privacy inconcludente, vicini pettegoli e maligni. Abitazioni inframmezzate ai drive-in, lunghi edifici squadrati, insegne al neon, buio tra separè luridi e operai ubriachi. [E c’è qualcuno che ha imparato così bene la lezione di Yates, non tovate? (*)].

  • Per la serie “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, e secondo l’assioma - Yates per cui “se non parli di famiglia di cos’altro parli”, i parenti-serpenti non mancano mai. Si parte da Evan Shepard, un James Dean de’ no’ artri, brutta copia dell’originale, quasi un Fonzie ante litteram depredato di ciuffo, senso dell’umorismo e happy days, bello da paura ma un po’ lento di comprendonio, che si innamora, giovanissimo, dell’ “impertinente” Mary, con cui concepisce una figlia e convola a giuste nozze riparatrici, a cui segue un divorzio altrettanto rapido. Evan, in viaggio con il padre, il “capitano” Shepard, brav’uomo, distinto, che da anni ha riunciato alla carriera militare e si è ritirato in pensione per accudire Grace, la moglie caduta vittima di gravi crisi depressive e alcolismo, per caso (che non è fortuito) incontra Rachel Drake, giovane ragazza bella e fragile, a metà strada tra l’emancipazione femminile incipiente e l’adeguamento, richiesto di necessità, al ruolo, socialmente codificato, di moglie e madre. Rachel introduce Evan nel fantastico ed emozionante mondo dei Drake: la madre, Gloria, divorziata (abbandonata dal marito), sempre sull’orlo di una crisi di nervi, dipendente da tabacco e alcool, regina del sopra le righe e del melodramma esistenziale, e Phil, fratello di Rachel, alle prese con un’adolescenza standard, né più bella né più brutta delle altre, e come ovvio ormonalmente ribelle.

  • Sarebbe facile stare lì a raccontarcela e divertirci a indicar col dito il buono e il cattivo. Rachel da una parte, Evan dall’altra (bastardo adultero), Gloria relegata a bruciare tra le fiamme della Geenna (girone infernale “Le Suocere Velenose”); e il povero “capitano” Shepard? Via, lo mettiamo tra i puri di cuore. Solo che in tutta questa kermesse abbiamo dimenticato un piccolo particolare: il punto di vista interno multiplo, che crea doppie, se non triple, letture di uno stesso avvenimento, che viene intepretato da più personaggi contemporaneamente. Così tutto si mescola: Evan non è soltanto un ragazzotto poco incline alle responsabilità ma un giovane dal cuore un po’ indurito dai travagli famigliari, alla continua, costante ricerca di miglioramento (si veda il desiderio di affermazione sul lavoro, anche grazie ad un’ipotetico diploma di laurea), vittima di un’educazione sbilanciata, perché solo paterna, forse troppo convenzionale, rigida, “militaresca”, che ha dato troppo peso non a quel che è ma a quel che la società vorrebbe che fosse. Rachel è giovane e promettente ma anche instabile e poco propensa all’analisi e alla comprensione: si veda il rapporto con il fratello Phil, che, malgrado l’età del ragazzo, non evolve in un paritario confronto tra giovani adulti, ma involve anzi, perché implode su se stesso sbilanciandosi via via o da una parte o dall’altra, in equilibrio instabile e condiviso tra una sorella maggiore eccessivamente compresa nel ruolo della “mammina premurosa” e un fratello adeolscente incapace di svincolarsi da quello del “piccolino di famiglia”. E via di seguito, passando da Gloria a Grace, con il “capitano” Shepard sempre in mezzo a far da parafulmine tra l’una e l’altra (e per altro non esente da colpe: prima fra tutte, l’aver trascinato per anni la moglie da una base miliare all’altra – instabilità di luoghi e affetti che forse, prima causa tra tutte, ha acuito, se non generato direttamente, le psicosi della povera Grace).

  • Cold Spring Harbor è il luogo delle promesse mancate, il luogo in cui l’uomo cessa di esistere come tale, sfibrato dallo sforzo e dalla fatica della ricerca. Un esempio su tutti, la guerra, o meglio il suo fantasma. Evan vorrebbe arruolarsi ma non può, a causa di un problema fisico, e cerca riscatto nello studio, temendo il momento in cui i reduci di guerra torneranno a casa, celebrati difensori della democrazia e della libertà. Shepard Senior nel corso della sua carriera militare, vuoi per scarse capacità vuoi a causa dei problemi di Grace, ha seguito il destino del nostro Tenente Drogo, alla ricerca di quei Tartari che non sono arrivati mai. Phil guarda con ammirazione il collega di lavoro, sguattero in un fast food di basso rango, che di punto in bianco assurge a rango di eroe patrio e vede finalmente riconosciuto il proprio valore, osannato dal pubblico in delirio e lacrime, alla vigilia della sua partenza per il fronte (e col senno di poi, chissà se sia mai tornato). E poi le donne: Rachel, da giovane, carina e promettente ragazza di città, si trasforma in una moglie un po’ sovrappeso, alienata dalla vita di famiglia e risucchiata nel gorgo di un matrimonio convenzionale e spento. Mary, che dopo un errore di gioventù, ricomincia a “studiare sodo” e forse ce la fa pure, ad emergere dalla palude, ma per contro, quale obolo, perde ciò che i giovani americani hanno sempre perso nel corso delle loro peregrinazioni lavorative: famiglia e affetti, sfilacciati tra figli dati in affido ai nonni, matrimoni plurimi, storielle sgangherate, bisettimanali o mensili, con uomini già impegnati.
Ritornando all’incipit della nostra questione, viene spontaneo domandarsi il perché, di tutto questo accanimento terapeutico. Se tutto è dato per perso, perché spenderci tanto tempo? Ma perché alla fine, ma proprio alla fine, Yates si dimostra per quello che è. Altro che cinico materialista. Vittima sì, ma di un inguaribile ottimismo. La SPERANZA, ecco cos’è che alimenta gli sforzi sovrumani di ogni personaggio di Cold Spring Harbor. Non sogni di gloria, per carità, ma la speranza del vivere quotidiano: quel vivere “un po’ meglio” che comprende un diploma di scuola superiore, un giorno senza alcool, le comodità moderne della lavatrice e della casa con un fazzoletto di giardino intorno; la condivisione della vita con gli affetti più cari, la salute, il riconoscimento sociale e professionale.

Phil prende defintivamente congedo da Cold Spring Harbor, e lo fa in un modo che ha assieme del poetico e del tragico. Prende congedo metaforicamente dalla parte più buia di se stesso e di Cold Spring Harbor: un attimo di inimità rubata, lo sguardo attraverso la tendina di cotone gualcito, falso simulacro di intimità familiare, che Phil, con coraggio, si fa forza a fissare per bene negli occhi.
Il ragazzo, dopo un’estate che porta con sé il profumo del romanzo di formazione, raccoglie armi e bagagli e parte per affrontare un altro anno di scuola. E’ bella, nella sua struggente malinconia, l’immagine del padre di Phil che, una volta affrrontata la fatica dell’acquisto dei vestiti (economici, altro che giacche di tweed) per la scuola, abbandona il ragazzo in un bar, così su due piedi, e Phil è costretto a correre, confidando solo su se stesso, per raggiungere la stazione e arrivare al treno.

E’ il giovane Phil, un altro ragazzo che “diventerà uomo”, come il piccolo tra le braccia di Rachel, ad avere racchiuso in sé il seme della giovinezza e del riscatto. Un seme piccolo, minuscolo, che Yates in qualche modo consegna anche, e soprattutto, ai suoi lettori.

(*) Nota a margine per la questione dei “virgolettati”. Ritorniamo sempre a JC Oates e al suo linguaggio in prestito, che diventa importantissimo strumento di metatesto (i piccoli che scimmiottano i grandi, cercando di utilizzare le stesse forme lessicali, e i grandi che imitano radio, televisione, cinema e carta stampata). Chapeau.  

Testo commissionato dall’associazione culturale di una piccola biblioteca di provincia quale base per un reading pubblico, estivo, in località turistica.

domenica 16 maggio 2010

"Disturbo della quiete pubblica" - "Super Cannes", Richard Yates & G. J. Ballard

More about Super-CannesMore about Disturbo della quiete pubblica
Abbiamo accomunato Yates e Ballard perché ci interessava il connubio psichedelico alcool-droghe di sintesi. Eravamo curiosi di porre a confronto questo Yates cupo, segnato dal destino, ferito e disilluso dalla realtà - ma ancora ben radicato in essa - e uno degli ultimi Ballards, che, la realtà, la irride, la svirgola, la trasforma e la manipola fino a creare scenari di visoni metafisiche e surreali, in un delirio visionario di mondi da olocausto nucleare eppure, alla fine, così incredibilmente paralleli a quella realtà che, pareva, avesse abbandonato.
Curioso che due personalità eminenti della letteratura moderna, praticamente coetanei (1926 verso 1930) con molte esperienze simili a curriculum (vedi permanenza nell’esercito) siano arrivati a risultati analoghi utilizzando mezzi diametralmente opposti – ma c’è da dire che l’errore di lettura qui c’è: stiamo paragonando uno scritto degli anni 60 ad uno più giovane di circa 30 anni. Ce lo facciamo andare bene così, per il momento, e poi vedremo perché.
Per questo consiglio di lettura utilizziamo i "bullet points" perché vogliamo offrire soltanto qualche spunto di riflessione spot. A ciascuno poi, l’arte di rifletterci sopra in maniera articolata (e non strutturata, perché qui l’opzione non funziona, visto il gap temporale tra i due scritti).

- Porre a paragone John Wilder – Yates (JWy) e Paul Sinclair – Ballard (PSb). Riflettere sugli “stati di partenza”: affermazione sociale e professionale e successivo abbandono di una situazione di equilibrio, instabile e precario, ma pur sempre equilibrio, a favore di un’opzione totalmente destrutturata, totalmente avulsa dal contesto di partenza – sicurezza sociale, accettazione da parte della comunità, canoni prestabiliti. 
Definirne le motivazioni: per Jwy, desiderio di rivalsa, attitudine alla sfida, desiderio di emergere, aconvenzionalità rispetto alla realtà conosciuta, istinto (possiamo chiamarlo così) di sopravvivenza. Per PSb, passione amorosa, desiderio di compiacere, interesse verso nuove realtà alternative, una certa qual passività di animo e di sentimento.

- Alcool e droga di sintesi. L’utilizzo di sostanze psicotrope per sopravvivere a realtà in continuo mutamento ed evoluzione, da cui è impossibile sottrarsi e, viceversa, sopportare. Curioso che Yates avesse già identificato, agli albori della psicanalisi, il potenziale distruttivo di antidepressivi e ansiolitici che sostituiscono i superalcolici e le sigarette (a questo proposito, possiamo anche tornare alla nostra Oates, vedi “Sorella, mio unico amore”). 
Gli antidolorifici da cui PSb si trova dipendente, i derivati dell’eroina assunti dalla giovane moglie in carriera, e le bottiglie di gin scolate di nascosto da Jwy, tracannate in solitudine, in bettole mefitiche e luride, giusto pochi attimi prima di partecipare alla riunione degli AA, ben poche differenze hanno tra loro.

- Le realtà alternative, sottoinsiemi rotondi e tracciati di rosso, gli uni dentro agli altri: per PSb, il complesso di Eden-Olympia, un paradiso perduto che sa tanto di Dante Alighieri, con i suoi gironi e le sue bolge infernali, per quanto edulcorati e trasmutati dall’aria condizionata e dalla brillantezza delle superfici vetrificate. 
Per Jwy, il centro di igiene mentale, luogo infernale di malattia, sudiciume, violenza, disprezzo, pazzia.

- La pazzia lucida (e qui torniamo al matto che parla, vedi Revolutionary Road, o al ricercatore Robert Kerans compagno di avventura del colonnello Riggs nel Mondo Sommerso). In parte, Jwy perde il senno si direbbe quasi consapevolmente. La pazzia non assume i contorni, ahimè più consistenti, di un delirio reale e drammatico, inevitabile e devastante, ma viene per certi versi ricontestualizzata ad arte per assomigliare sempre più ad una quasi consapevole – e teatrale – uscita di scena. 
L’alienazione mentale (fomentata sempre più spesso da alcool o sostanze) risulta l’unico mezzo, di rivalsa istintiva e senziente, attraverso cui chiamarsi fuori da una realtà sempre più estranea e incompatibile con la propria esistenza interiore. 
Ballard invece, nei suoi tratti visionari, va ancora oltre. In una società in cui nulla è più lasciato al caso, all’improvvisazione e all’istinto naturale, la psicopatia CONSAPEVOLE e guidata è l’unica via di uscita per conservare una SUPPOSTA lucidità di fondo che aiuti a sopravvivere nella realtà del quotidiano e del necessario. 

Interessantissimo confronto tra le parti: Yates, nella sua essenza di autore letterario fedele ad un realismo puro, scarnificato e incontrovertibile, definisce la fuga come unica via di uscita da una vita ormai priva di qualsivoglia significato intrinseco. Ballard, libero invece da ogni sovrastruttura letteraria di questo genere, si abbandona a una riedizione fantascientifica totalmente nuova e di violento impatto psicologico: l’analisi della realtà di oggi, che non è più necessario abbandonare, ma che è sufficiente de-compattare e poi ri-comprendere; l’Uomo, attraverso strumenti nuovi, totalmente scevri da qualunque etica e qualsiasi morale, non è più costretto ad un esilio volontario (e in parte salvifico). 
L’Uomo di Ballard, nel nome di nuovi, fecondi ideali solipsistici, può vivere appieno la sua Nuova Era.

- Sembra stupido ma... l’arte cinematografica & LA PISCINA. Dare un occhio alle ambientazioni. 
E’ inutile, Ballard rimarrà per sempre affascinato dalle sue visioni perfettamente surreali e abbacinanti. Da qualsiasi parte lo si legge, coordinate che sempre ritornano e che fa piacere ritrovare: il sole violento e caldissimo che batte contro le pareti di vetro e acciaio di palazzi addormentati - o abbandonati; la luminosità del cielo che si riflette negli specchi d’acqua di piscine azzurre, immobili, su cui navigano moscerini minuscoli, dalle ali argentee. 
Da confrontare con la parentesi “cinematografica” di Jwy: una Los Angeles allucinata, chiarissima, persa nel caldo e nell’afa dell’estate; una città post nucleare popolata da attori squattrinati - prigionieri di appartamenti microscopici arredati a colori pastello e soffocati dai flebili effluvi provenienti da vetusti e mal funzionanti condizionatori d’aria – e da imprenditori senza scrupoli, volgari e reietti, confinati in  ville-con-piscina immerse nei verdi villaggi residenziali (SuperCannes docet) sulle alture holliwoodiane. Si confronti anche l’industria cinematografica a firma Yates con la descrizione puntuale e accurata del Festival del Cinema di Cannes alla Ballard-maniera. Risultati ... stupefacenti. 

lunedì 12 aprile 2010

"Easter Parade", di Richard Yates

More about Easter Parade
Prova evidente di come si possa (se si vuole) andare molto più in là di ciò che ci viene proposto dalla letteratura di genere e da Hollywood, questo diabolico Yates fa saltar via in un colpo solo, con un tocco secco di scalpellino ben azzeccato, tutto quello che di pre-costruito ci circonda. Letteratura di cui, francamente, oramai da anni ne avevamo un po' piene le tasche.



L'esaltazione del successo a tutti i costi, la celebrazione del "self-made man", la glorificazione di una cultura di massa in cui anche l'essere anticonformisti diviene quasi uno studio di maniera che si riduce, puntualmente, in una mera e pedissequa imitazione di qualcosa già inventato da qualcun altro.

Ci sono tutti gli ingredienti giusti.
Le due sorelle della classe media (quella famosa dei Wheeler, quella "in ascesa", quella delle grandi aspettative made in USA): due vite diverse eppure così simili nella loro crudezza e inconcludenza, come a dire che nessuno si salva, né la bella casalinga di provincia con il grembiulino inamidato, la cirrosi epatica da alcool e la faccia gonfia delle sberle prese dal marito, né la brava giovane emancipata sia nel lavoro che nel sesso, che paga con il deserto dei sentimenti e della solitudine una vita sempre alla ricerca inquieta (e vana) di un non ben dichiarato obiettivo di redenzione personale e di emancipazione familiare.

La società che cambia, il mondo frenetico della città (quasi un Sex & the City ante litteram per la "piccola" Emily, ci verrebbe da dire, se non avessimo paura di mostrarci irriverenti nei confronti di questo Yates in forma così - si fa per dire - smagliante).
Gli uomini, capitolo a parte. Che uomini. Qualcuno si salva? Parrebbe di no. Se non si salva Yates, non si salva nessun altro. Tralasciamo le avventure più o meno occasionali; figure di necessità soltanto abbozzate e citate appena, e anche qui davvero grande l'abilità di Yates che attraverso una curiosa operazione di meta-testo ci rende partecipi della dimenticanza: la difficoltà di Emily nel ricordare nomi, visi e situazioni rende questi figure di burattino, ai nostri occhi, ancora più marionette di come potrebbero essere realmente.

Troviamo questo Easter Parade (1976) veramente più maturo del più giovane Revolutionary Road (1961), e molto più interessante. I parallelismi tra le due sorelle, l'analisi della famiglia, sempre assente, sempre irrimediabilmente poco coinvolta nella vita dei congiunti (la Pookie del libro non è altro che la Dookie madre dell'autore, in un ritratto assolutamente identico e sovrapponibile). L'analisi della società, che dovrebbe essere stimolo e riflessione, e che invece diviene soltanto solitudine, incongruenza, falsità, inutilità.

Se in RR i giovani nutrivano in sé i germogli per una nuova rinascita, in EP anche la generazione successiva si trova a dover fare i conti con la precedente, in una sorta di nemesi storica senza scampo e senza fine: come le sorelle a confronto con la madre, così i figli / nipoti a confronto con il vecchio padre / padrone in un certo senso ne assolvono le responsabilità: anche quelle più drammatiche (e l'animo resta quieto e in pace, anestetizzato: emblematica la chiosa di Emily, nel garage del nipote, sull'andare in bicicletta).

Ci vorrebbero pagine e pagine per affrontare ogni singolo aspetto della scrittura di Jates. Basti qui annotare la descrizione dell'ineffabile, che attraverso l'analisi di particolari insignificanti rimanda sempre ad altro (la polvere sulla scatola delle lettere riposte nello sgabuzzino, l'intimo della vecchia madre visibile da sotto la vestaglia, le cravatte appese nell'armadio), e anche attraverso tutte quelle meravigliose espressioni di cordialità forzata, di compassione e di circostanza, ancora in fase di abbozzo in RR ma così vive qui in EP.

Ultime riflessioni: personalmente non concordiamo con le ipotesi di "cinismo" piuttosto in voga al momento. Non si tratta di cinismo verso una realtà di base valida seppure complessa e di difficile interpretazione. Si tratta di rivelare, senza troppi orpelli, la vacuità di qualsiasi struttura sovrasensoriale atta a modificare, reinventandola, una realtà tipicamente "made in USA" che di adorabile, magnifico, meraviglioso ha ben poco. Non a caso, tematica riscoperta oggi, durante i tempi bui di quella che noi Europei chiamiamo, a ragione, recessione.

"Revolutionary Road", di Richard Yates

More about Revolutionary Road 
Potremmo occuparcene per giornate intere. Da approfondire, preferibilmente in original language. Nella prefazione di Ford utili rimandi a tanti autori che varrebbe la pena analizzare. Minimum Fax da vedere a catalogo. 
Giubilo totale per un buon libro, solido, valido nella struttura, coerente nella trama, un prodotto letterario fine e ben costruito soprattutto nei dettagli e nella caratterizzazione dei personaggi.
Scetticismo sottile e controllato per personaggi al limite della caricatura, esasperati e distorti, quasi come spiati attraverso il fondo di uno spesso bicchiere da cocktail; descrizione di paesaggi al limite dello stereotipo e travalicanti anche la più classica delle puntate di Happydays. 

Per rifletterci, ci servono paragoni e confronti.

Interessante il concetto citato qui e là, secondo cui, alla fine, la ricerca dell’elitario e della preziosità intellettuale porta alla rivalutazione e alla ricontestualizzazione del brutto, del banale, del popolare, del vecchio (vedi l’episodio della “Capannina da Vito”, oppure la “moda” nascente della ristrutturazione di vecchi edifici contadini). 
D’altra parte non abbiamo fatto molta strada in più, se pensiamo alle ricontestualizzazioni architettoniche attuali di aree ex industriali quali le acciaierie Falk, nelle zone ormai urbanizzate della Milano Nord, o in quelle della Bovisa; per non parlare dell’improvviso revival delle vecchie osterie sui navigli, di cui conserviamo arcana memoria attraverso le fotografie unte e scolorite di bisnonni e vecchi zii, ritratti in posa cameratesca, in piedi davanti alla vetrina o seduti al tavolino con un fiasco di vino e un bel bicchiere pieno in primo piano.

Vedi anche il personaggio di Shep, che in nome di altri, nuovi e fecondi ideali (e il gregge qui, attenzione ai fantastici “nomi parlanti”, la fà da padrone), abbandona la strada veramente d’elite indicatagli dall’educazione impartita dalla famiglia d’origine per rifugiarsi in un qualcosa che di elitario, ormai, ha ben poco, anzi non ha mai avuto nulla.

Da analizzarsi anche dal pdv dei rapporti familiari, non crediamo siano da tralasciare anche se sono, in parte, di marginale importanza. 

Il rapporto o meglio il NON-rapporto con le famiglie di origine e la costruzione di mono-nuclei familiari sradicati dal contesto economico, culturale e sociale di provenienza. La liberalizzazione della donna che tuttavia, nella sua strada verso l’emancipazione, può contare solo su se stessa e non su quella rete di sicurezza emotiva composta da madri, sorelle, zie, nonne, su cui si è sempre fondato il nucleo familiare occidentale.

Da notare, curioso che non si parli mai di religione. Come ultimi, credo spicchino su tutte, il ritratto del “matto che parla” e quelli, sfocati, di tutti i non ben specificati “bambini” che gravitano intorno alle vite dei grandi senza veramente farne parte, figure di piccoli cuccioli indifesi, che forse conservano in sé il germe per una società nuova, sempre se riusciranno a sopravvivere ai cataclismi familiari e alla nuova, spumeggiante, eclettica “era del calcolatore elettronico”. Che premonizione. 

Lasciamo ad altri la validazione della trasposizione cinematografica, a noi basta questo.