Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.
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mercoledì 1 gennaio 2014

"Gli sdraiati", di Michele Serra

Più riguardo a Gli sdraiati E' inutile stare qui a raccontarci delle storie. Diventare genitori è come sopravvivere a un maelstrom tropicale, che ci lascia nudi e infreddoliti, tremanti di paura, sulla spiaggia neanche tanto ospitale di un'isola sperduta chissà dove. Probabilità di essere recuperati in tempi brevi da una motovedetta di soccorso: zero.

“Quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo” (p12) sintetizza magistralmente MSerra.

Per non parlare di colui che, avventatamente, anela a un po' di meritato riposo da godersi, pregustando il momento, una volta che i figli abbiano passato l'età infantile (basta notti insonni, basta malanni dai nomi sconosciuti e dalle eruzioni cutanee ancora più misteriose, basta età dei perché e dei percome): ahinoi, clamoroso errore. Perché allo struggimento del fisico, provato da anni di malattie esantematiche, otiti e streptococchi di qualsiasi calibro e misura che la prole ha avuto il merito di passare, potenziati a mille, al genitore sistematicamente immunodepresso, farà seguito lo struggimento dell'animo. E per quello non c'è antibiotico che tenga.

“Ho la nitida sensazione che questo – esattamente questo – sia l'ultimo istante della tua infanzia. Scomparirà per poi riapparire sempre più raramente, nel corso degli anni, quel bagliore infantile che perfino nei vecchi ogni tanto rivela le tracce dell'inizio. Ma in questo momento il tuo volto addormentato ha una tale purezza di lineamenti da sembrare mai più eguagliabile, e dunque definitiva: contiene il suo addio agli anni (pochi) dell'innocenza” (p20)

“Non so cosa darei per potermi sedere con te, in un momento qualunque della nostra vita, davanti allo stesso paesaggio, e condividerne in silenzio la forma e l'ordine” (p45)

“Ho temuto di avere abdicato, come padre, e di averlo fatto per comodità e pigrizia. Ma al tempo stesso valutavo l'insincerità che mi sarebbe stata necessaria per fingermi depositario di un ordine vero, articolato in regole ferree e punizioni esemplari. Tra simulare un'autorità ben strutturata ma finta, ed esercitarne una gracile e fluttuante, però autentica, che cosa è peggio?” (p88)

Fare il genitore è, in sostanza - e a parte rari momenti di un qualcosa che potrebbe (potrebbe) accompagnarsi a sostantivi tipo: serenità, soddisfazione, gioia, appagamento e finanche felicità (uh) - una questione di coperte troppo corte; quelle che se ti copri la testa poi passano fuori i piedi e che sono pure un po' mistolana sintetica: non scaldano quando fa veramente freddo ma se ti ci arrotoli troppo dentro fai delle sudate da guinnes.

Nella speranza di arrivare un giorno, guardando i nostri figli, a dire: finalmente posso diventare vecchio.

Buona lettura (e buon anno) :)

Post scriptum: questo post è per una cara amica il cui nome inizia per I.
Io sono sempre stata convinta che i libri belli non capitano per caso. Se ne trovi uno sul comodino, e non sai come sia piovuto in casa, allora quello è il Libro Giusto. E' il Grande Demone Celeste dei libri, a parlarti. Sussurra, bisbiglia, devi stare pronto ad ascoltarlo perché passa solo ogni tanto e nemmeno a cadenza regolare, altro che SantaClaus. Quindi, grazie. E a buon rendere. (Le chiacchierate sull'inadeguatezza ci salveranno).  

martedì 31 dicembre 2013

"Ida" - "Legami di sangue", di Irene Némirovsky



Giorni passati, su Twitter, girava questo intervento qui, a firma Paolo Di Paolo, pubblicato sul blog di #Masterpiece in data 19 Dicembre (aperta e chiusa parentesi: leggetela, l'Officina Masterpiece, capita che spesso sia più interessante del programma in sé). 

In specie, quindi, si parlava del diventare scrittori: processo che, non v'è dubbio alcuno, presuppone una sistematica, metodica, difficile, ardua, infinita gavetta ...da lettore.

Ora. Parlando di scrittori da imitare, io pensavo che se proprio dovessi mai cimentarmi nella difficile arte della scrittura, ecco, una da tenermi cara sarebbe davvero l'Irene, con le sue descrizioni dell'Essere Umano, di cui non è mai avara, in nessuna delle sue opere.

Perché l'Irene ha del metodo. Se l'è studiata la questione, questo è evidente, aggiungendo a quel talento narrativo che innegabilmente possiede – condito da una buona dose di sensibilità e intuito - un'osservazione analitica che, si capisce, viene dallo studio e, a sua volta, dalle letture personali di cui non ha mai fatto mistero, anzi: spesso nelle interviste rilasciate alle riviste dell'epoca la si vede soffermarsi con affetto e reverenza sulle proprie frequentazioni letterarie.

Maestrina dalla penna rossa sempre in lotta con se stessa alla ricerca dell'eccellenza intellettuale, è avvantaggiata da una condizione patrimoniale evidentemente di prestigio – almeno al principio - che le offre del materiale ricco e sempre nuovo su cui riflettere e con cui esercitarsi. 
Frequentazioni d'elite, alta letteratura internazionale ma non solo. L'Irene mostra un interesse vivo, sincero e curioso, indubbiamente scevro da patemi neo-veristi, anche - e vien da dire nonostante il di cui sopra status sociale - per qualsiasi espressione artistica che abbia il merito di impiegare la fisicità dell'espressione individuale: variété, avanspettacolo, café-chantant e cinema, prima muto e poi parlato, tutto fa numero e poco importa che poi questa materia venga utilizzata per completare il romanzo di una vita o per recuperare (come in questo caso) il denaro necessario a tirare avanti attraverso collaborazioni a contratto.

Sicché l'Irene si inventa uno standard tutto personale, una firma leggera e onnipresente, briciole di pane a guidarla sulla difficile strada della scrittura come erano gli esametri delle formule omeriche per gli aedi alla corte dei vecchi re barbuti.

Prima solitamente guarda al volto: gli occhi, la forma del viso, la carnagione, il naso, la bocca. Poi un passo indietro, per dar forma a capelli, orecchie, spalle. E' un primo piano cinematografico che meticolosamente sposta e allarga: tronco, arti, altezza, peso, portamento; poi abiti, movimenti in campo lungo a ricollocare la figura nello spazio teatrale della scena. Conoscere l'Uomo per interpretare il presente, alla luce del passato, e dar forma al futuro.

“Gabriel... cerca di ricordarsi il suo volto, e subito lo rivede, come se fosse ancora seduto al suo fianco, chino verso di lei. Un gran naso aquilino, quasi adunco, come un becco da uccello rapace, delle guance ossute, con le superfici marcate, gli occhi chiari con la pupilla dilatata dei drogati, un lungo corpo magro e sinuoso, delle belle mani agitate da un tremito impercettibile, ma una bocca fremente e sensibile da vecchio guitto. Il suo volto era pallido e trasparente, il pallore degli uomini che scrivono tutto il giorno con la carne che alla lunga sembra riflettere il bianco della carta. Esagerava l'agilità silenziosa dalla sua andatura, ed esagerava la curva satanica delle belle sopracciglia che si depilava come una vecchia civetta...” (Ida, p29-30)

“Era una donna anziana, piccola e pesante. Si sforzò di conferire ai suoi lineamenti un'aria gioiosa e spensierata, ma gli occhi stanchi, sotto le palpebre rotonde e pallide, si illuminarono appena. Sorrise solo con gli angoli della bocca, e il volto avvizzito, invaso dal grasso, si atteggiò subito involontariamente in una smorfia imbronciata” (Legami di sangue, p5)

“I fratelli erano diversi l'uno dall'altro, ma in una maniera misteriosa si somigliavano. Albert era un cinquantenne con il viso tondo, il cranio e la pelle rosati, gli occhi malinconici. Augustin era più piccolo, magro, con i capelli argentati sulle tempie. Aveva un volto piacevole, che stava cominciando a imbolsire, e un'aria freddolosa e assente lo faceva somigliare ogni tanto a un gatto addormentato” (Ibid., p6)

- Ida, in “Marianne”, 82, 16 maggio 1934; ripreso in Films parlés, “Renaissance de la nouvelle”, Gallimard, Paris, 1934
- Liens du sang, in “Revue des Deux Mondes”, 15 marzo e 1° aprile 1936
@Elliotedizioni, 2013, nell'eccezionale traduzione di Monica Capuani

Buona lettura :)

giovedì 21 novembre 2013

"La cena di Natale", di Luca Bianchini


Più riguardo a La cena di Natale di Io che amo solo te (Si sa, Natale non è per i cuori deboli. Né per quelli troppo felici, né per quelli troppo tristi). 

LBianchini si inventa un Christmas Carol tutto all'italiana che se da una parte si affida, per ambientazione e ritmo narrativo, al classico, evocativo racconto natalizio dall'altra strizza elegantemente l'occhio niente meno che ...al cinepanettone nostrano.

I protagonisti che ritroviamo attorno al desco di Matilde per il cenone della Vigilia [che a Polignano non si festeggia mai, ma quest'anno ci sta bene, “come fanno a Bari” (p26)] sono quelli che abbiamo imparato a conoscere leggendo #iochamosolote: Ninella e don Mimì, la First Lady, i due figli Damiano e Orlando, Nancy e Chiara, e poi ancora zia Dora e zio Modesto, Pascal il truccatore dei vip, Tony il latin lover e tutti i co-protagonisti che avevano reso l'opera quel caleidoscopio di mirabolanti avventure che tanto ci avevano divertito – e fatto riflettere.

Troviamo questa commistione di registri fin dal principio, nella poetica delicatezza di una nevicata sul mare:
«Mamma mè... nevica» disse, e per un attimo tornò bambina. Si ricordò di quell’anno in cui la scuola aveva chiuso una settimana e lei se n’era restata in casa a guardare la finestra dicendo: «Ma al mare non si appiccica» (…). Per Ninella era quella la neve. Certo negli anni successivi non si sarebbe messa in macchina per andare a vederla a Monopoli, come avevano fatto alcuni compaesani. Lei si spostava a Monopoli solo per Mondo Mocassino” (p9-10)

Mondo Mocassino. La chiave di lettura sta tutta qui, come per l'opera precedente. Perché non ce n'è di storia: l'italiano medio vorrebbe de-provincializzarsi, fare l'internazionale, vivere la globalizzazione. Ma non gliela fa, per quanto ci si metta di impegno. Col risultato unico di de-strutturarsi e de-personalizzarsi, senza riceverne alcun guadagno, né arricchimento personale.

Così, il biondo-Kidman che Lucia Coiffeur (no, pardon, Lucia hair-designer, dopo il corso di aggiornamento fatto a Bari) convince Ninella a mettersi in testa, su di lei fa soltanto “una di quelle belle russe che vanno a Forte dei Marmi” (p89). Il bidè quadrato nel bagno padronale a casa di Chiara, novella sposina, sarà pure di gran design ma è di uno scomodo pazzesco per non parlare dei rubinetti a fotocellula di palazzo “Petruzzelli” (NB: piano alto condonato), che non ce li ha nessuno a Polignano ma poi a parte il fatto che ci vuole una laurea in ingegneria aerospaziale per imparare ad usarli, ogni volta “ti sembra di entrare in autogrill” (p99). E la cena di Natale? Ah no, nessun dettaglio, qui vi lasciamo intatta la suspance!

Una mercificazione della “roba” (pure all'opposto: zia Dora riciclerebbe pure un cewingum masticato se potesse) che ad un certo punto si pretende di applicare anche ai sentimenti, specie all'amore, tra biechi ricatti straboccanti livore, cadeaux esagerati che rigurgitano, colpevoli, affetto tardivo e postumi sensi di colpa, baci clandestini di mani strette sotto ai tavoli e cornini malcelati che tutti sanno ma che nessuno vuole vedere.

Per fortuna ci pensa il Natale a farci diventare tutti un po' più buoni.
O forse alla fine buoni lo siamo sempre, solo che delle volte ce ne dimentichiamo.

Buona lettura :)

ps. prestate attenzione alla colonna sonora. Che non si vede (molto), ma c'è.

sabato 28 settembre 2013

"Io che amo solo te", di Luca Bianchini

Più riguardo a Io che amo solo te (Ovvero – elogio della nota in parentesi).

In un mondo in cui sempre più spesso parlare di “nazionale” equivale a dire “provinciale”, #iocheamosolote ci ricorda, un po' controcorrente, che la regionalità – sia di abitudini, sia di lingua - è caratteristica peculiare della nostra penisola (non fosse altro che per un paio di avvenimenti storici passati) e andrebbe salvaguardata e difesa con la stessa cura che il WWF riserva all'Ailuropoda Melanoleuca.

Per non parlar poi, appunto, della questione linguistica, uno dei tratti più caratterizzanti della letteratura italiana del Novecento: questo fatto del bilinguismo endogeno, che ci portiamo dietro al pari delle nemesi storiche di cui sopra e che ha influenzato la produzione letteraria di tutti gli esponenti del mondo della cultura italiana del secolo.

Sicché la cronistoria dello sposalizio di Chiara e Damiano – lei, la figlia venticinquenne della sarta più brava del paese, lui, il rampollo di Don Mimì Scagliusi, “re delle patate” (si, proprio campi e campi di patate, esportate in tutto il territorio nazionale e pure oltre): un banale matrimonio (sempre che possa esistere, poi, un matrimonio “banale”) contemporaneo (italianissimo fino al midollo, per di più, data la “piena ...regionalità” dell'evento) pieno zeppo di tutte quelle implicazioni, trame sottese, imprevisti, fraintendimenti, commedie degli equivoci, scoop rivelatori etc etc che caratterizzano le nozze di chiunque - diventa un pretesto leggero e sottile per parlar di tutt'altro.

Delle bellezze un po' selvatiche dell'Italia che muore, per esempio, naufragate nel mare magno e senza vento dei tour organizzati:



“(...) era convinta che solo a Polignano ci fosse quella luce fatta di rocce e di blu” (p32)

“Chi è nato su uno scoglio lo sa: il mare ha sempre una risposta e una carezza per te” (p207)

“Non c'erano strappi al paesaggio, interrotto qua e là solo da qualche muretto a secco. L'unico elemento belligerante era il vento, (…) Da un lato, gli ulivi si attorcigliavano su se stessi con le loro storie secolari” (p63)


“(...) poi lunedì finalmente si parte per la crociera. (…) C'imbarchiamo a Bari e facciamo tutto il Mediterraneo. Io volevo andare alle Maldive ma Damiano sulle tratte lunghe ha troppa paura dell'aereo, mannaggia a lui, che i suoi ci pagavano il viaggio anche in Australia, se volevamo andare” (p87-88)

Delle tradizioni locali perdute e sostituite da accrocchi internazional-popolari mal digeriti (cielo, in tutti i sensi!) che lungi dal nobilitare il desco, lo rendono pacchiano e stucchevole, omologante e omologato:

“Grand Buffet di Antipasti: Crudo di Mare / Cozze Gratinate / Sushi Rivisitato / Ostriche al Gratin, Tempura di Verdure / Gamberi Croccanti / Calzoncini di Ricotta / Rombini al Groviera / Polpettine / Mozzarelline alla Milanese / I salumi del buongustaio con delizie del casaro / Caponatina leggera di zucchine / Crudité di verdure.

Il gran buffet di antipasti era un trionfo di abbondanza e varietà, frutto di una trattativa quasi più estenuante della scelta della sala (…) L'unica scelta all'unisono era stata il Crudo di Mare, perché dava prestigio al menu. Il resto fu il risultato di lunghe meditazioni, in cui misero bocca tutte. (…) Ognuna ebbe la sua piccola vittoria: Matilde portò a casa le polpettine; Ninella le mozzarelline alla milanese per impressionare zia Dora; Chiara il sushi rivisitato perché le piaceva l'idea della rivisitazione; Nancy le crudité di verdure per avere qualcosa di francese e ipocalorico. Il risultato fu un menu ^un po' incoerente^ come provò a dire il direttore di sala, che appena vide le loro facce subito si corresse: ^Incoerente ma decisamente interessante!^” (p167)

O degli effetti della globalizzazione specie sulle nuove generazioni – lungi dall'autore l'intento didattico / moralista, per carità – oramai assuefatte a una certa mitologia spiccia di eroi da tubo catodico – dal Grande Fratello a XFactor, passando dal (N)espresso Clooneiano – tanto da non riuscire più a costruirsi addosso una propria identità in primis personale, ma poi neanche culturale.

“Mi sono arrivate le cialde con tutti i gusti. (…) All'amaretto o alla vaniglia speziata?” (p77)

“Regàle, come gli aveva consigliato lui: - Pensa sempre a Kate Middleton -” (p148)

“Nella sua mente, il presentatore gridava al microfono: - Viene da un piccolo paese della Puglia... ma ha conquistato l'America... con il suo disco d'esordio ha scalato tutte le classifiche... ha venduto milioni di dischi nel mondo... Aretha Franklin l'ha definita la sua unica erede... ecco a voi la nuova regina dell'R&B... la Whitney Houston del Tavoliere... ladies and gentlemen... Nancy Casarano! -” (149)

“Nancy Casarano, per te Xfactor finisce qui” (p149)

“Il bacio al ralenti sugli scogli venne interrotto da un grande Hip Hip Hurrà!, che coprì il sottofondo di My Heart will go on” (p192)

Salvaguardare e difendere, va detto, deve funzionare come con la pratica del retwitt – which is not endorsement. Se da un lato la così vituperata provincialità italiana regala cammei che ci strappano un sorriso lieve di delicato affetto, autoironia e disincanto, e che raramente troviamo in altri luoghi e in altri laghi (mi viene in mente soltanto quel genio della Rowling, al momento), dall'altro ci ricorda, sempre attraverso le parole di LBianchini, qualcosa di più profondo e meno romance:

“Se nella vita non vorrai avere problemi, gli uomini lasciali comandare, o almeno lasciaglielo credere. L'amore è innanzitutto non rompere i coglioni” (p25-26)

Così, il sorriso che ci prende leggendo le prime pagine di #iocheamosolote si tinge di amaro. Ma è un amaro che fa bene, perché spronandoci a fare meglio, attraverso anche una sana autocritica, profuma (ancora e nonostante tutto) di speranza.

Buona lettura :)

Official hashtag: #iocheamosolote
E se vi fa piacere, continuate a seguire le nostre #LBianchiniquotes, che tanti amici (che ringraziamo) hanno retwittato

venerdì 30 agosto 2013

"Abbiamo sempre vissuto nel castello", di Shirley Jackson

Più riguardo a Abbiamo sempre vissuto nel castello L'ultimo fine settimana di agosto va celebrato. E per farlo degnamente, vi consiglio Shirley Jackson.

Valente giornalista (The New Yorker) e scrittrice, nasce a San Francisco nel 1916 e muore nel 1965 per un improvviso attacco cardiaco. Effetto collaterale, forse, degli psicofarmaci di cui si serviva.
Un personaggio piuttosto particolare, un'anima di talento ed estro notevole, esemplificato nei suoi lavori letterari che, pur focalizzati su temi e generi ben precisi, non mancano in versatilità, spaziando dalla narrativa per bambini (Nine Magic Wishes), al racconto lungo (i più noti: La Lotteria – 1958; L'incubo di Hill House – 1959; Abbiamo sempre vissuto nel castello – 1964), al teatro. Tutte opere che l'hanno resa, per stessa ammissione dei diretti interessati, musa ispiratrice di Stephen King, Neil Gaiman, Richard Matheson.

Che cos'è "We Have Always Lived in the Castle". Per gli amanti delle classificazioni, lo si potrebbe ascrivere in primis tra gli horror di ispirazione gotica, perché gli ingredienti ci sono tutti: dal delitto principe, ossia quello della camera chiusa (per altro tanto attuale nella narrativa di genere, anche se declinato con modalità differenti) al maniero in decadenza, simbolo di antiche vestigia e fortune sperperate. Potremmo pensare anche al mystery e al paranormale: la narrazione strutturata secondo le linee guida del punto di vista interno, aderentissime alla norma, aiuta assai.
Eppure tutte le classificazioni scivolano, lasciando insoddisfatti. Questo accade per un semplice fatto: perché "We Have Always Lived in the Castle" è l'opera zero, quella da cui, in un certo senso, tutto parte.

Abbiamo una narrazione che da subito inquieta, un incipit folgorante in cui la protagonista, prendendo perentoriamente la parola, spiega se stessa ai commensali (ops) invitati al banchetto letterario offerto dall'autrice; e lo fa con una tal grazia rovente di leggiadria letteraria da sminuzzare in un solo colpo tutte le descrizioni violentemente cinematografiche a cui ci siamo un po' assuefatti ultimamente:

“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leon e l'Amanita Phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.” (p9)

Shirley Jackson non necessita di grandi invenzioni o effetti speciali. Si limita ad esercitare la raffinatezza della sua arte narrativa, focalizzata sull'analisi psicologica. Sottogenere: la malattia mentale, argomento del quale probabilmente non è digiuna.
La forza della scrittura della Jackson è tale perché dell'argomento principe, l'analisi di una psiche corrotta e dei suoi effetti (ecco perché autrice così cara a SKing, che le dedica “L'incendiaria”) ce ne rende partecipi fin dalle prime battute, adottando il punto di vista della protagonista che, da interno qual è, resta per definizione stessa imparziale, profondamente inattendibile. 

Ci troviamo prigionieri di un castello di ombre e specchi dentro cui la scrittrice/protagonista si muove da padrona: nella camera chiusa di una cucina antica, in un maniero in rovina, e in parallelo, tra i meandri di una narrazione in cui il lettore è soltanto spettatore. Vittima di un refrain inquietante e surreale, il lettore affronta a poco a poco il dramma e l'incubo della malattia mentale, aiutato da una struttura volutamente a-temporale che trascina verso uno straniamento e una dissociazione dal reale sempre più evidente e profonda. La dimensione dello spazio tempo è dichiaratamente distorta e incongrua: l'azione è sicuramente ambientata negli Stati Uniti, ma il periodo storico ci rimane ignoto, come rimane ignoto agli occhi di Mary Katherine. Ci sono automobili e frigoriferi, ma parliamo di una casa di campagna vecchio stile, ricca di broccati e passamanerie nei cui bei salotti i membri della famiglia, vestiti di tutto punto, si ritrovano per cena o per essere intrattenuti dal dolce suono dell'arpa della bella figlia maggiore Constance. Le stagioni vanno e vengono e profumano di natura, ruscelletti limpidi di campagna, erba di giardini e sole estivo, che illumina la bella villa dei Blackwood e i terreni fertili che la circondano: un non-luogo che solo alla fine si rivelerà in tutta la sua crudele e tragica realtà. 

E' in particolare la psiche infantile ad essere oggetto di analisi (nota a margine, siamo sempre al grado zero, ripreso anche ultimamente): dalla figura della protagonista fino al gruppetto dei monelli del villaggio, autori del ritornello di cui sopra, che conficcano a cuneo (come nei migliori SKing d'annata) nella mente e dei personaggi del dramma, e in quella del lettore:

“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo mi avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire” (p27 et al.)

Atmosfere anni '30 che ci ricordano un testo un po' più recente, ma egualmente inquietante: "La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, di Ransom Riggs

D'altra parte, cosa ci si può aspettare dall'autrice di una piece teatrale dal titolo "The Bad Children", adattamento della favola di Hansel e Gretel?

Buona lettura :)

venerdì 23 agosto 2013

"Niceville", di Carsten Stroud

Più riguardo a Niceville Il 28 settembre 2011, poco meno di due settimane prima dell'annuale kermesse di Francoforte, tutti gli editori presenti all'evento culturale simbolo della “Mainhattan” europea ricevono via email il primo capitolo di un romanzo intitolato “Niceville”, a firma anonima. Il giorno successivo arriva il secondo capitolo, e poi il terzo.
Il passaparola dirompente – perché i tre capitoli sono davvero interessanti - produce una reazione a catena che fa del titolo una delle novità più contese dalle case editrici europee (ma non solo) e il successivo battage pubblicitario (compreso booktrailer e website dedicato) lo rende uno dei casi letterari più commercializzati dell'anno. Mistero anche sull'autore, che si rivela soltanto dopo più di un mese dall'exploit di Francoforte: Carsten Stroud, di natali tedeschi ma residente in Canada, già scrittore, sia da solo sia insieme alla moglie, di racconti e romanzi vincitori di diversi premi letterari.

Gli ingredienti per il successo – o per lo meno, per la creazione di un caso letterario – ci sono tutti, e tutti compresi in quei primi tre capitoli che l'autore aveva circolato con incontestabile abilità e un pizzico di furbizia.
Ci troviamo (pare) di fronte ad un thriller di stampo moderatamente classico. 
Siamo a Niceville (Nic-EVIL-le), tranquilla cittadina del profondo sud degli Stati Uniti. Prati verdi e curati, edifici in stile, antiche famiglie fondatrici (nota a margine, pare in voga ultimamente l'ambientazione urbana circoscritta, una sorta di "camera chiusa" socialmente allargata dentro cui nulla è così come appare). Il detective Nick Kavanaugh, ex militare dell'esercito, coadiuvato da una squadra ben fornita – e ben dettagliata - di colleghi e subalterni indaga sulla sparizione di un ragazzino di dieci anni, Rainey Teague, misteriosamente “svanito” a metà del tragitto tra casa e scuola.
Peccato che le telecamere di sicurezza di un negozio di anticaglie presso la cui vetrina si era intrattenuto alcuni secondi mostrino delle sequenze inquietanti che poco hanno a che fare con un rapimento “da protocollo”. Peggio ancora quando il bambino viene ritrovato dopo alcuni giorni nel cimitero cittadino, vivo ma in stato di shock, sepolto dentro una cripta che appare incongruamente sigillata da decenni.
Un anno dopo, il detective viene chiamato ad indagare su altre due sparizioni che presentano tratti inquietanti perché comuni al caso Teague.
Nel frattempo, due poliziotti corrotti si organizzano per rapinare la filiale di una nota banca nazionale, per un bottino di oltre due milioni di dollari e quattro omicidi a carico. Intanto, dall'altra parte della città il tale Tony Block, marito violento e misogino, appena condannato per stalking nei confronti di moglie e figlia, si appresta a compiere la propria, personale vendetta "against the world".
Tutti avvenimenti soltanto a prima vista scollegati l'uno dall'altro.

CStroud osa quel che pochi hanno tentato - e ancora meno sono gli autori riusciti a colpire nel segno (uno su tutti, SKing) - : ossia mescolare il genere del thriller (sottogenere: poliziesco) con quello dell'horror (sottogenere: ghost story).
Ne risulta un ibrido fortemente instabile, piegato com'è a metà strada tra una risoluzione della trama che passa attraverso la spiegazione logica del reale e la morale comune (nel caso del sottogenere poliziesco impersonata dai tutori della legge e forte di una struttura consecutivamente chiara e riconosciuta), e tra, al contrario, una mescolanza di avvenimenti paranormali che hanno come obiettivo proprio il disallineamento della struttura narrativa di partenza e l'accettazione di ben determinati codici propri della narrativa fantastica.

I puristi di entrambi i generi potrebbero storcere il naso – e l'hanno fatto, visti i giudizi sul web, specie quelli italiani (che sono stati i primi, visto che Longanesi si era aggiudicata per prima i diritti di pubblicazione). Eppure è innegabile l'estrema funzionalità del testo: lineare ed equilibrato, riesce a mantenere sempre alta la tensione senza sacrificare le parti descrittive, strizzando naturalmente più di un occhio alla cinematografia, in puro stile USA. 
Non ultimo il fatto che in certi punti CStroud stupisce per l'acuto senso ironico (la scena del padre ubriaco che sistema in mano al figlio un tosaerba, vista con gli occhi di uno dei protagonisti, è magistrale) e per la profonda (pare) conoscenza di autori e opere, sia letterarie sia cinematografiche, di spy-thriller.

Chiaramente il testo va affrontato senza pretesa di immedesimazione: siamo di fronte a un divertissement estivo, per altro neppure così leggero, data la quantità di rimandi interni e personaggi (nota a margine: munitevi di un taccuino o inviate una email alla casa editrice con preghiera di un summary a inizio testo) cui dovrete prestare la massima attenzione. Eh sì, perché non ve la caverete così, sforzandovi di arrivare alla fine (e ci arriverete, non riuscirete comunque a mollare prima): perché, what a surprise, non stiamo parlando di un romanzo autoconclusivo, ma di una trilogia: il secondo volume, "The Homecoming", è già pronto, e il terzo, "The Departure", in lavorazione.

D'altra parte, chi ci provò a fare il mischione cinematografico, con gran successo, fu Chris Carter, “già” nel 1993. Che dire poi del duo David Linch / Mark Frost? Il tormentone, se ve lo ricordate, è datato 1990.

Buona lettura :)

venerdì 12 luglio 2013

"Il weekend", di Peter Cameron

Più riguardo a Il weekend Cameron insegna al lettore l’arte della lettura lenta e continua. A concedergli fiato, frammentandola, ci pensa lui. Placido - ma risoluto - ti ordina di seguirlo.

“The weekend” è un’opera acerba (la prima edizione è del 1994), a tratti destrutturata, ma contiene in sé già tutti i germogli che andranno poi a comporre, maturati a frutto, le narrazioni successive.

Primo tra tutti, il gusto per il dipinto di atmosfera che tanto piace all’autore, utile e futile allo stesso tempo.

Sono i passi che più abbiamo condiviso su Twitter:

"Lyle tornò tenendo in mano la lampadina come se fosse una rarità. Era smerigliata, di un tenue rosa conchiglia. <<Proviamola>> disse. Tolse alla lampada il paralume di carta marrone e fece il cambio. La stanza si accese di un colore rosato" (p30)

"Per un'estate va bene - rispose Laura - ma ha quella terribile aria da casa in affitto" (...) "Hanno portato via tutte le cose decenti. Ho dovuto comprare delle lenzuola di cotone e della cristalleria. C'erano i bicchieri di plastica" (p49)

Nelle descrizioni degli ambienti predominano le nuance pastello, uno shabby-chic molto retrò che spazia dal rosa confetto, alle mille gradazioni del giallo (“Il colore delle pareti […] una sfumatura delicata ma brillante, come il burro genuino” - p67) , al color acquamarina (p119) di bagni e piscine – onnipresente la dimensione liquida e fredda che Cameron associa, come caratterizzante, alla stagione estiva, malinconica e sensuale allo stesso tempo: dagli specchi d’acqua assoggettati e ricreati ad arte dall’uomo (“<<Adoro nuotare. Da me c’è una piscina, ma le piscine sono sempre un po’ deprimenti. Si perde tutto il piacere naturale di fare il bagno, credo>>” – p125) a quelli selvatici, dal fascino potente e inconscio: “Non poteva dire che il fiume fosse più bello di mattina, anzi, c’erano certe sere quiete in cui veniva da piangere a guardarlo: prendeva un colore viola e sembrava fermo, come un livido in fondo al prato. Scorreva profondo e freddo e determinato, limpido e tonificante” (p11)

I passi narrativi, per la maggior parte impiegati in descrizione d’ambiente, creano quasi sempre uno scostamento percettivo: si tratta spesso di inserti creati ad arte all’interno di una scena o di un dialogo serrato e pregnante tra i protagonisti. Quasi come se le questioni si facessero troppo personali, l’autore entra in campo lungo ristabilendo le giuste, e civili, prospettive, come a voler in qualche modo preservare l’intimità e la privacy dei suoi protagonisti, limitando il lettore nella sua conoscenza di fatti e personaggi.

Altro tratto caratterizzante della narrazione, ancora in fieri (e per questo forse ancora troppo accentuata ed evidente), è l’attenzione per quella patina di teatralità, glassata e zuccherosa, o cupa e dirompente, con cui tutti noi, a volte, amiamo dipingerci la vita e su cui lo scrittore Cameron riflette, con disincantata autoironia (usufruendone e, allo stesso tempo, criticandone l’utilizzo):

“Voleva toccarlo di nuovo, accarezzargli la pelle tesa e levigata dell’avambraccio, ma gli parve un gesto eccessivo, troppo consapevole, scontato. Sembrava un’indicazione di scena in un’opera teatrale: (Lyle tocca il braccio di Robert)” (p19)

“<<Se la pittura – anzi, se l’arte in generale – intende sopravvivere, per non dire se vuole contare qualcosa, deve riallacciarsi alla vita, così come la viviamo noi>> (…) <<La gente, l’uomo, o la donna, della strada. (…) Quando una forma d’arte diventa un dialogo fra artisti perde la sua… sì, perde quel che la rende vitale, che la tiene in contatto col mondo>>” (p22)

“Durante la partita, con la mazza in una mano e il cocktail o la sigaretta nell’altra, sembrava indifferente, senza una tattica, distratto, ma verso la fine metteva da parte il bicchiere o il tabacco e in pochi colpi concludeva vittorioso la partita. Letale! esclamava, sono letale!” (p60)

“<<Ogni anno facevamo una festa per il solstizio d’estate e la gente doveva venire vestita come i personaggi della commedia, che poi recitavamo all’aperto. Lyle era sempre restio a farlo. E’ buffo come certe persone che in fondo hanno un animo teatrale, di fronte alla possibilità di recitare, si chiudano a riccio>>” (p66)

“Basta che la conversazione passi dal particolare all’astratto, pensò Marian, e stai sicura che avrai l’attenzione di Lyle. (…) <<E credi che ci sia differenza tra le arti visive e la letteratura, riguardo al comunicare?>> <<Be’, ovvio. Le arti visive non comunicano più in modo diretto, come la letteratura, ma lo scopo è quello. I quadri mostrando una scena, da cui si desume la storia, la letteratura la storia la racconta>>. <<Quindi tu parli dell’arte narrativa? (…) Ma quella è una forma morta” (p70)

“<<Quale gondolino?>> <<La barca a remi>> rispose lei. <<E allora perché la chiami così?>> <<Chissà, forse perché mi piace l'idea. Mi piace pensare che sia una piccola gondola. E' un reato?>> <<Certo che no>> <<E allora perché mi riprendi? - disse Marian - Pensi che mi piaccia avvolgere tutto in un alone romantico?>>” (p170)

Cameron in “The Weekend” riflette. Sui rapporti umani prima di tutto, come di consueto nelle sue opere, nelle quali non si può dire di certo che l’azione prevalga sul momento riflessivo, di cui essa è spesso soltanto un pretesto. E su quelle convenzioni sociali che regolano le relazioni interpersonali e a cui, volenti o nolenti, ci troviamo a dover sottostare:

“<<Di solito gli altri pensano che sono molto cinico>> disse Robert. <<Be’, non credo che oggi si possa vivere diversamente, a meno di non essere degli idioti. Ma è una seconda natura, una corazza che copre quella vera” (p130)

“Te l’ho detto che i weekend in campagna con gli eterosessuali possono essere un pericolo per la salute mentale. E’ stato orribile? Avete mangiato hamburger e giocato a croquet?” (p165)

Il mondo di Cameron è un raffinato gioco di scatole cinesi, amaro e commovente: sotto le maschere da teatro che comunemente indossiamo e che –crediamo – ci differenziano l’uno dall’altro rendendoci unici e speciali (l’ereditiera italiana di mezza età, la di lei figlia attricetta hollywoodiana, il gay critico d’arte, la coppia di eterossessuali rigidamente NewYorkesi…) vivono e bruciano i medesimi sentimenti: il timore di non essere amati abbastanza, l’angoscia per il senso della vita, l’amore filiale che porta con se, più che felicità e senso di appagamento, l’ansia e le preoccupazioni per il futuro, nostro e di chi ci sta accanto.

“Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d’avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c’è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio” (p159-160)

Vi invito a leggere le belle cose scritte, a riguardo, da @FNall.

Buona lettura :)

mercoledì 12 giugno 2013

"Tradimento", di Adriaan van Dis

Più riguardo a Tradimento Adriaan van Dis (Bergen, Olanda - 1946), celebre anchormen della televisione nederlandese, giornalista e scrittore di narrativa e di libri di viaggio, con questo nuovo titolo affronta ancora una volta i temi a lui più cari: “Figlio di genitori rimpatriati dall'Indonesia dopo la Seconda Guerra Mondiale e cresciuto con le sorelle nate da un precedente matrimonio della madre con un indonesiano, lo scrittore ha fatto del tema dell'identità e della diversità, del contatto interculturale e della discriminazione i temi centrali della sua opera già a partire dal primo romanzo, 'Nathan Sid', pubblicato nel 1983” (Fulvio Ferrari, postfazione, p271-272).
Van Dis si reca in Africa già nel 1990, al momento della liberazione di Nelson Mandela. Da questo viaggio nasce “La terra promessa”, un reportage in forma narrativa che ha come protagonisti gli afrikaaner (sudafricani bianchi di lingua afrikaans) della regione del Karoo e che ben descrive la situazione di estrema incertezza in cui versa il Paese, diviso al suo interno dalle secolari lotte tra gruppi etnici e inerme di fronte a così repentini cambiamenti politici e sociali. Più di dieci anni più tardi van Dis torna in Sudafrica (passando anche per Namibia e Mozambico) e gira un corposo docu-reportage per la televisione olandese: sette puntate a forma di intervista, in onda nel 2008, nelle quali il giornalista, interagendo con una gran varietà di persone di ogni ceto sociale e gruppo politico, dipinge con maestria la realtà multi-sfaccettata del Sudafrica contemporaneo. 

E' da queste esperienze ventennali che nasce il romanzo “Tikkop”, uscito in Olanda nel 2010
Il titolo in traduzione italiana, “Tradimento”, fa riferimento, in doppia interpretazione, prima di tutto alla macro-vicenda sociale e politica dell'apartheid sudafricano e poi alla storia personale dei due personaggi di cui van Dis ci narra – e nel passato, e nel presente – in un costante intreccio di piani narrativi sia verticali, attraverso i numerosi flashback, sia orizzontali, grazie all'intreccio delle vicende personali dei protagonisti, Mulder e Donald, con quelle delle varie realtà che popolano la narrazione. 

Il racconto scorre fluido e unisce sapientemente la finzione narrativa alla veridicità del reale. Nella prima parte assistiamo all'incontro dei due protagonisti, l'olandese Mulder e il sudafricano Donald, che si ritrovano dopo quasi quarant'anni di lontananza. Entrambi, da giovani, erano membri di una organizzazione clandestina che combatteva contro l'apartheid: Mulder era un brillante studente universitario interessato alle vicende di un Paese legato al passato colonialista della sua patria. Donald invece un giovane in volontario esilio, figlio di un alto esponente dell'elite afrikaaner da cui si è per scelta allontanato. Ma nulla è come era un tempo. Oppure non lo è mai stato; comunque sia, il presente, da qualsiasi parte ci si giri a guardarlo, nn corrisponde certo alle aspettative del passato. 

Donald, medico, è in Sudafrica da ormai molti anni. Vive sulle colline insieme ad una moglie che vede di rado e che per sei mesi all'anno risiede in Francia, con la sorella; abita in un'enclave per afrikaaners e stranieri, lontano dal villaggio di pescatori in cui vorrebbe professare la medicina; a causa della delinquenza locale si è fatto costruire una villa fortificata da mura e chiavistelli ed è vittima di episodi di intimidazione da parte di esponenti delle istituzioni municipali la cui corruzione e ignavia spesso denuncia attraverso lettere e proclami; battaglie civili che ai pescatori del villaggio spesso fanno più male che bene poiché alterano uno status quo che nel suo insieme, pur zoppicante, permette alle poche cose che funzionano di continuare a funzionare. 
Mulder invece, da brillante studente e viaggiatore indefesso, deve fare i conti con una malattia invalidante che lo costringe ad assumere numerosi medicinali e gli procura delle gravissime perdite di memoria. 
Si ritrovano dunque, Mulder e Donald, a fare i conti con un passato ingombrante e con un presente incerto; con le proprie memorie, intime e labili come solo sanno esserlo i ricordi dei tempi della giovinezza, e con quella, forse molto più labile, di un Paese che dimentico degli slanci di euforia e del sentimento di speranza che animava la classe dirigente dei primi anni Novanta si trova nella necessità di confrontarsi quotidianamente con la corruzione politica e con uno sviluppo a macchia di leopardo che vede realtà ipertecnologiche ed estremamente europeizzate convivere accanto a sacche di non-sviluppo segnate ancora da povertà, malattia, analfabetismo, droga e violenza, in un amalgama sociale e politico solo in superficie modificato da una lotta all'apartheid spesso unicamente formale, sotto cui ribolle ancora la discriminazione, la lotta di clan e quella di razza. 

A fare da contrappunto romanzato a questa realtà multiforme, le due figure d'invenzione che assieme a Mulder e Donald costituiscono il fulcro della "parte-romanzo" dell'opera.

Da una parte il fantasma della bella Cathérine, attivista del movimento clandestino, ragazza di Morten e come Donald – che conosceva fin da ragazza e con cui forse ebbe una relazione – figlia di un esponente di spicco del partito nell'era pre-Mandela. Tradita da uno scambio di documenti finito male, operazione in cui erano coinvolti sia Donald sia Mulder (che per questo nutrono l'uno verso l'altro un rancore antico e mai esploso, nella convinzione comune che sia stato l'altro la causa dell'errore), e condannata ad una lunga pena detentiva, da anni ha fatto perdere le sue tracce. 
Dall'altra l'adolescente Hendrik che i due protagonisti si prefiggono di salvare – ultima propaggine e colpo di coda della lotta intrapresa in passato - dal tik, la famosa, potente amfetamina ricavata da un mollusco, una delle tante piaghe sociali dell'Africa contemporanea. E anche qui, lo scollamento tra ideale e realtà è in agguato, poiché alle (buone) intenzioni di Mulder e Donald fa da contrappeso la riottosità del giovane tossicodipendente (fino all'inevitabile conclusione) nonché la deflagrante maldicenza del vicinato e della popolazione locale che legge nell'interesse dei due uomini verso il ragazzo una cura viziosa ammantata di perversità. 

Van Dis è giornalista e come tale affronta la materia letteraria: fraseggio limpido ed essenziale, aggettivazione ridotta all'osso, paratassi - queste le caratteristiche stilistiche dell'opera che pur nella sua fondamentale impronta narrativa mantiene intatto lo spunto redazionale che la caratterizza fin dal principio, anche dal punto di vista strutturale. L'autore infatti ha come fine ultimo e ben chiaro l'obbedienza non tanto ad una struttura circolare quanto a quel carattere intrinseco del reportage che sta nel porre domande ed aprire questioni, piuttosto che chiuderle in un finale auto-conclusivo, tipico della narrativa tradizionale. In questo senso anzi vanno letti i personaggi della “fiction-Tradimento”, come meri strumenti di cui l'autore si serve per risvegliare, attraverso un reportage che non è solo esterno, ma anche “interno” (un viaggio nella memoria, intima e personale, e dell'autore, e dei suoi personaggi, ma anche in quella collettiva di un Paese in continua evoluzione e cambiamento), l'interesse del proprio pubblico nei confronti di un tema sociale e politico che da molti anni oramai non è più al centro dell'interesse internazionale ma che continua ad avere un peso notevole all'interno del sistema-mondo contemporaneo.

Buona lettura :)

giovedì 18 aprile 2013

"La preda", di Irene Némirovsky

Più riguardo a La preda  “<Finanza e politica – aveva detto un giorno a Dourdan - sono le due mammelle a cui si attacca l'ambizioso. Ma una è per metà prosciugata – aveva risposto Dourdan, perché era l'epoca dei grandi crac. Sì, il denaro era un merce effimera e deperibile. Solo per il denaro non avrebbe venduto la sua vita, ma c'era dell'altro... Non avrebbe pensato di sposare una ragazza semplicemente perché provvista di una bella dote, come avrebbe fatto un ragazzo privo di mezzi venti o cinquant'anni prima. Quello che bisognava inseguire non era tanto il denaro quanto un certo mondo, vicino al potere, o che il potere ce lo aveva in mano...” (p49) 

"Il mondo dei Sarlat, quello della finanza e della politica, era il solo in cui fosse ancora possibile progredire, non ristagnare, intraprendere qualcosa e portarlo a buon fine. Giacché per il resto... Lavoro non ce n'era da nessuna parte, né c'era la possibilità, o anche solo la speranza di progredire, di soddisfare le ambizioni più naturali dell'uomo. A costo di privazioni inaudite lui aveva ottenuto un titolo di studio il cui valore era pari al peso della carta sulla quale era stampato" (p60)

"Tutto si mercanteggiava nel segno dell'amicizia, della fiducia, dei favori dati e ricevuti, e così facilmente... Con una parola, un sorriso, un'alzata di spalle, degli imbecilli venivano portati alle stelle, dei ladri perdonati e uomini senza virtù né intelligenza forniti di laute prebende" (p78)

"Qual era stata l'esca usata da Abel Sarlat per riuscire a coinvolgere Langon in quelle speculazioni finanziarie che erano andate così male, che vanno male così facilmente? ...Con ogni probabilità non c'era nemmeno stata un'esca... era bastata la leggerezza dell'uomo politico, dell'uomo importante, viziato dal successo..." (p108)

"Come si affezionavano in fretta, quegli uomini... Sembravano creati per nutrire e allevare i loro futuri rivali, o loro nemici. L'abitudine a vivere in pubblico, in una perpetua rappresentazione, li induceva a dare con facilità non la loro fiducia, ma le apparenze di una fiduciosa familiarità"(p112-113)

"Nelle tribune della Camera, una folla immobile, stipata tra le colonne, aspettava le sue star con silenziosa soddisfazione. Una folla sensibile non tanto alla precisione o alla profondità delle argomentazioni quanto al tono della voce, all'efficacia di una parola, di un gesto, di un'esclamazione" (p119)

Stiamo parlando dell'Irene, che scrive questo “La Preda” nel 1936 su suggerimento della rivista “Gringoire”, che poi pubblica il testo a puntate. La trama è (relativamente) semplice: il giovane Jean-Luc Daguerne, nato da famiglia povera, accecato dalla sete di riscatto sociale ed economico, spende la giovinezza alla ricerca del denaro e dell'affermazione personale nell'unico modo in cui gli pare conveniente, ossia gettarsi a capofitto nel mondo (fumoso e corrotto) dell'economia e della finanza. Finirà sì benestante, ma solo e corrotto, vittima – no meglio, “preda” - di tutto ciò che non è stato in grado di apprezzare durante gli anni migliori della vita: gli affetti familiari e filiali, le bellezze della vita, le amicizie profonde, uniche e durature, e, soprattutto, l'amore. Poiché la crisi economica crea e modella un tutto mercificabile la cui acquisizione, tuttavia, richiede pur sempre un obolo: “Il titolo, La Proie, è emblematico di un periodo in cui tutto, dai sentimenti al benessere, alla dignità, è oggetto di rapina” (OPhilipponat / PLienhardt “La vita di Irène Nemirovsky”, Adelphi 2010 p265).

Curiosamente, si veda l'articolo a firma Massimo Gaggi su @La_Lettura #73, di ultima uscita, che abbiamo riportato martedì su Twitter: “Tutto si vende, anche l'onore”, con sottotitolo “Michael Sander contesta la dilagante mercificazione dei costumi e dei valori: Posti in fila, celle singole, uteri: il mercato della nuova società di mercato”. 

La versione completa dell'opera viene data alle stampe nella primavera del 1938, vende più di diecimila copie (op cit p281) e stupisce i contemporanei per il vigore del giovane Daguerne (dal carattere tipicamente “nemirovskiano”) e l'acume stilistico con cui il personaggio viene dipinto malgrado una certa lentezza e prevedibilità della trama “a tesi”, che ad alcuni, per altro, risulta eccessivamente politicizzata. E da parte dei critici contemporanei il confronto con il protagonista della Nausée, opera di un “certo” Jean-Paul Sartre e pubblicata nello stesso anno, viene naturale... ma di risultato non scontato.

Buona lettura :)

domenica 31 marzo 2013

"Prima di scomparire", di Xabi Molia


Più riguardo a Prima di scomparire Mi trovo un po' in difficoltà, per non dire in imbarazzo, a raccontarvi di Xabi Molia. Del perché presto detto: è questione che altri, molto più acuti e istruiti di me in materia, ne hanno già, e abbondantemente, discusso. E dell'opera, e della casa editrice che la propone. 

Per cominciare, due parole sulla casa editrice. Attraverso l'acronimo dei nomi di battesimo dei due fondatori, @lormaeditore rimanda non tanto ad una editoria “giovane” quanto al ruolo centrale dell'editore, che si intende così rivalutare nella sua esperienza di “persona di lettere”. Approda in libreria il 4 ottobre scorso con due titoli tra cui proprio “Prima di scomparire”, che fa parte della collana di punta della casa editrice, “Kreuzville” (crasi tra Kreuzberg e Belleville, quartieri di Berlino e Parigi in cui i due editori hanno vissuto), riservata ad autori tedeschi e francesi. 
Per approfondimenti, non posso fare altro che invitarvi alla lettura dell'interessante articolo (con intervista ai due editori) di A Cortellessa su @00doppiozero forse, a mio parere, l'intervento più puntuale e completo - tra i tanti comunque ottimi che trovate in rete - che trattano dell'esordio della casa editrice romana.

Detto questo, parliamo dell'opera. Recentemente è apparso su @La_lettura (10/03/2013) un interessante articolo a firma Sandro Modeo dal titolo “Il ponte sospeso tra le sponde franate”. Sottotitolo: “Il passato non c'è più, il futuro non c'è ancora. La parentesi temporale del presente fotografa la nostra condizione. Però non esaurisce il nostro mondo”. SModeo accosta e pone in correlazione la crisi del presente, fatta di un passato “che non c'è più” e di un futuro “che non c'è ancora” - si va dalla precarietà economica e quindi sociale a quella esistenziale, che ne è conseguenza – con alcune tipologie di fruizioni letterarie che al momento paiono preponderanti e in continua ascesa (o revival): “da un lato, un rifugiarsi nostalgico-riflessivo nella società letteraria ante web (i classici, la poesia, i grandi scrittori di lingua e di stile); dall'altro, l'adesione acritica a fiction di genere (vampiri, zombie, le stesse distopie). Come a dire, un ripiegamento museale contro una proiezione esorcistica”. La distopia in special modo “rinunciando all'illusione dell'utopia, prefigura un futuro in negativo per scongiurarlo”. 

Xabi Molia, 35 anni, è sceneggiatore e insegnante di cinema all'università di Poitiers e, nonostante la giovane età, già affermato scrittore (questo è il suo quinto romanzo). L'opera rientra perfettamente nei canoni della fantascienza distopica, sia per ambientazione sia per contenuti. 

XXI secolo, futuro prossimo. 
In una Parigi dilaniata dalla guerra civile appena conclusa, scoppiata a seguito di una grave crisi economica, si aggira il medico Antoine Kaplan, a cui il governo ha assegnato il compito di ricercare e segnalare tutti coloro che mostrano i primi sintomi (banalmente simili ai prodromi di una brutta influenza) di un misterioso virus che sta trasformando la popolazione in una sorta di esseri-zombie crudeli e violenti ma dotati di raziocinio e intelligenza, il cui unico scopo pare la distruzione della razza umana. Dato che per ora sembra non esistere antidoto alcuno contro il virus, che per altro sembra essere in grado di mutare e rafforzarsi, e siccome gli “infetti” appaiono sempre più organizzati e strutturati nei loro attacchi – per altro a quanto pare sostenuti da sacche di ribelli “umani” - , quella di Kaplan, e di altri come lui facenti parte del Dipartimento dell'Individuazione, pare un'inutile corsa contro il tempo  verso un destino che ha dell'ineluttabile. L'ambientazione, cupa, oppressiva e ossessionante è tratteggiata con sapienza e ogni particolare è utile e necessario all'economia del racconto, senza mai risultare ridondante. 

In parallelo al dramma sociale dobbiamo anche seguire anche le vicende personali di Antoine. Prigioniero, in tempi precedenti, di un campo di deportazione (poiché di gruppo sanguigno AB, che alle autorità pareva, all'inizio del contagio, il più sensibile all'attecchimento del virus) e poi fuggito dall'area di detenzione, ora a seguito della riabilitazione concessa alla popolazione ingiustamente deportata (o meglio, a quella parte di popolazione deportata E sopravvissuta al carcere), è medico e, come detto, si occupa di rilevare i sintomi incipienti della malattia, sempre trattando i malati con la maggior compassione e cura possibile. Ma non solo. Hélène, sua moglie, attivista politica e nota autrice di fumetti pubblicati a “strisce” su una famosa rivista, è misteriosamente scomparsa, forse unitasi ad uno dei gruppi sovversivi a cui, pare, è legata, o forse semplicemente fuggita con un amante di cui Antoine, indagando, rileva qualche traccia: il rapporto di Antoine con la moglie, pur fresco di appena qualche anno, si era esaurito da diversi mesi e i due vivono nella completa estraneità, benché inquilini dello stesso misero e fatiscente appartamento. 

Come ha più volte riferito l'autore stesso, “Prima di scomparire” è un tentativo di rilettura della storia in chiave letteraria, dalle pagine indelebili e infamanti della Repubblica di Vichy alla realtà odierna dei sans papiers. L'idea quindi supera la rappresentazione distopica, a cui tanto comunque deve e che conserva in sé tutti i suoi topoi narrativi, dalle atmosfere fatiscenti e vagamente steampunk di edifici, abiti e occupazioni, e si concentra piuttosto sulla ricerca del sé – e dell'altro - sia come Uomo, sia come individuo

Un esempio su tutti, l'accento che l'autore pone sul culto delle lettere e dell'arte in generale. Nel romanzo, nonostante il clima di terrore e la devastazione della guerra, tra palazzi in rovina privi di corrente elettrica, computer e cellulari ormai abbandonati in stanze polverose, i cittadini di Parigi ritornano a dilettarsi con la cultura umanistica: divengono scrittori, giornalisti, filosofi, artisti, attori. Fioriscono i circoli letterari organizzati e improvvisati, ci si reca a teatro, si ragiona di filosofia, si rispolverano i classici, l'amore per le citazioni, la passione per i libri e le opere artistiche dell'ingegno umano. Eppure, il dubbio rimane. Siamo di fronte ad una reale presa di coscienza che comprende il recupero della tradizione e la sua rivalutazione, oppure, piuttosto, ad una pantomima unicamente di facciata nel tentativo di salvare tutto ciò che – tutti sanno – non potrà essere salvato? 

La risposta forse ci viene offerta dallo stesso Kaplan, nel finale dell'opera. Anzi, da un suo alter-ego di età anagrafica più avanzata e di fama un po' più nota: Robert Kerans, che con Kaplan condivide il ruolo del protagonista all'interno di un romanzo distopico dal finale aperto e dalla forte e profonda recherche spirituale:

Così abbandonò la laguna e si addentrò nuovamente nella giungla. Nel giro di qualche giorno si perse completamente, seguendo le lagune che si susseguivano verso sud nella pioggia e nel calore sempre più intensi, attaccato dagli alligatori e dai pipistrelli giganti, un secondo Adamo alla ricerca dei paradisi dimenditcati del sole rinato” (JG Ballard, “Il mondo sommerso”, traduzione di Stefano Massaron, Feltrinelli 2005, p199). 

Buona lettura :)

venerdì 8 marzo 2013

"Cacciatori di frodo", di Alessandro Cinquegrani

Più riguardo a Cacciatori di frodo Alessandro Cinquegrani, 39 anni, ricercatore di Letteratura comparata all'Università Ca' Foscari, scrive un'opera prima (finalista al @PremioCalvino XXIII edizione) piuttosto scomoda, ruvida carta vetrata a grana fine, sia per lo stile sia per i temi trattati.
L'impatto con la pagina è notevole, fitta com'è di segni e lettere che si inseguono l'una con l'altra senza neppure il respiro di un a-capo. Peggio ancora quando si scopre, fin dalle prime righe, di trovarsi di fronte ad un testo zoppo perché ripetitivo, ciclico, ipnotico: intere frasi e paragrafi identici l'uno all'altro fino all'ultima virgola, copiatiincollati e ripetuti all'infinito e inframmezzati (soltanto) da pochi, centellinati singhiozzi di parole nuove che spingono in avanti la narrazione, passi di gambero eleganti e minuscoli, avanti ma anche, inaspettatamente, indietro.
Un approccio alla forma evocativo, per altro, perché rimanda direttamente all'archetipo primitivo della trasmissione orale del testo, di matrice indoeuropea: quella dell'aedo, che battendo sulla terra nuda il bastone con cui segnava (per sé e per il pubblico) l'esametro omerico, non disponendo di un testo scritto diventava a sua volta compositore avvalendosi di uno stile tipicamente formulare caratterizzato da ripetizioni, appellativi e topoi che - funzione pratica - giungevano in soccorso nel momento in cui il cantore avesse dimenticato la strofa successiva e che – funzione poetica – ammaliavano il pubblico trascinandolo in una dimensione evocativa mistica e quasi religiosa, grazie al potere ritmico dell'esametro.

Accade lo stesso in “Cacciatori di frodo” con incisività tanto maggiore poiché la scelta della forma è direttamente collegata a quella del contenuto: il dolore di una tragedia orribile che, evocata all'infinito non solo nella sua oggettività (mai del tutto chiarita) ma anche nel suo fardello di “acerbe espiazioni” (cit.) tra sensi di colpa per vecchi rancori infantili mai sopiti, tragiche sciocchezze giovanili ed errori ancor più gravi perché commessi in età adulta, trascina inevitabilmente verso il gorgo della malattia mentale che nelle sue forme più gravi e distruttive priva l'essere umano di qualsiasi personale consapevolezza del mondo reale per confinarlo all'interno di universi paralleli e distorti in cui il tempo e lo spazio non percorrono più traiettorie lineari ma girano e si arrotolano su se stessi in un continuo ritorno di percezioni falsate e ossessioni.

Tra i boschi spogli che costeggiano le rive del Piave rieccheggiano degli spari. Sono quelli dei cacciatori di frodo che si aggirano cauti nella nebbia alla ricerca della preda ma sono anche quelli, molto più antichi e profondi, appena udibili, dei soldati caduti in battaglia: sì, proprio quelli del Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio”, la cantilena ossessiva che accompagna i pensieri e i passi di Augusto, protagonista dell'opera. Augusto ci racconta la sua storia – ma anche quella della sua famiglia – un monologo costruito passo dopo passo, un particolare in più ogni mattina mentre percorre tra sterpi e sassi, facendo attenzione a non rovinare l'ultimo paio di scarpe buone rimastogli, i dodici chilometri della ferrovia abbandonata che separa la casa cantoniera in cui vive dal luogo in cui la moglie, Elisa, dopo essere uscita dall'abitazione, si reca ogni mattina.

Cacciatore di frodo è però (o meglio era) anche il fratello gemello di Augusto, Cesare, un cacciatore di demoni infernali, propri e altrui, con la memoria del quale Augusto ha da confrontarsi inevitabilmente. Augusto: un'esistenza “passiva” com'egli stesso la definisce, trascorsa nell'attesa e quasi mai nell'azione. Un buon uomo che, fin dall'infanzia non troppo serena, ha sempre cercato di appianare gli screzi e tutelare le persone care, rattoppando alla bell'e meglio strappi profondi che non potevano in alcun modo essere ricuciti, sempre fedele ad una personale, cieca fiducia – e a un pizzico di codardia di troppo – a valori familiari e sociali autoimposti a cui, per sopravvivere, era necessario aderire: la buona creanza, l'accomodamento delle criticità interpersonali, il successo sociale costruito da sé, l'idea rassicurante della famiglia perfetta. Dall'altra parte, specchio dolente di ricordi mal sopiti, sensi di colpa e – ancora una volta - “acerbe espiazioni” - il gemello Cesare, o meglio, quel che di lui, oltre il ricordo, rimane: ancora una volta, un refrain, e che refrain (che vi lascio scoprire da soli).

Buona lettura :)

Nota a margine: anche qui s'è parlato di “Cacciatori di frodo”, entrato nella nostra personale hit-parade #certilibrivannolettidicarta. Perché la copertina (“nuda e vestita”, come si è detto su Twitter) già mostra, in germoglio, quel che l'opera poi renderà esplicito.

domenica 17 febbraio 2013

"Villa Metaphora", di Andrea De Carlo


Più riguardo a Villa Metaphora  Ovvero, delle corrispondenze. Curioso che negli ultimi periodi la letteratura rifletta spesso sul tema che stiamo per analizzare – quello del “reality show” - quasi che il sentimento dominante sia un certo qual “sentirsi in gabbia” dovunque e comunque, che come inevitabile conseguenza conduce all'approccio psico-socio-geografico nel tentativo di risolvere la questione (leggi: uscirne vivi e in salute). Perché la formula è, incredibilmente, sempre la stessa: 
  1. prendi un gruppo di individui, meglio se di classi sociali differenti, 
  2. rinchiudili all'interno di uno spazio ben definito, 
  3. crea un bel diversivo che irrompa nella routine quotidiana con la stessa violenza di una molotov lanciata a tutta velocità: 
  4. e vedi cosa succede. 
Molto prima c'era stato JGBallard, con due opere della maturità, meno fiabesche e più consapevoli malgrado l'ambientazione ai limiti della fantascienza: "SuperCannes" e "Il Condominio". Da ultimo, Aravind Adiga con il suo “L'ultimo uomo nella torre”. 
E poi arriva DeCarlo, con Villa Metaphora. 
  1. Quattordici personaggi, di varia caratura sociale e morale, professione, cultura etcetc ospiti - ma anche dipendenti - di un lussuoso resort abarbicato sulle coste impervie di un isolotto immaginario perso nel Mediterraneo più estremo, ultimo baluardo a difendere l'Italia dall'Africa e raggiungibile solo via mare. DeCarlo ne ha per tutti (al pari di AAdiga): c'è la stella del cinema holliwoodiano, bella, giovane, talentuosa, intossicata da alcool e pasticche; c'è uno dei più alti rappresentanti del gotha finanziario mondiale che attende, leone in gabbia, il verdetto che segnerà il suo destino, a seguito di un gravissimo scandalo sessuale di cui il pluridecorato professionista s'è consapevolmente macchiato. C'è un distinto, anziano e malato imprenditore del Nord, accompagnato dalla moglie fedele, a rappresentanza di quella borghesia italiana “all'Agnelli” che tanto ha influenzato l'economia e la società italiana dal dopoguerra agli anni Ottanta. E diversi altri ospiti che vi lasceremo scoprire da soli. C'è pure il cuoco dalla fama internazionale, curriculum di prestigio e stipendio a sei zeri, celebrato esponente di quell' “estremismo gastronomico” che tanto impazza tra i vip; per non parlare della manager del resort, giovane autoctona fuggita anni prima sul continente dopo aver ripudiato luoghi d'origine e affetti, alla ricerca di se stessa e di un affrancamento sociale, o del falegname-artista, una figura maschile tipica e quasi sempre presente nella letteratura decarliana. Anche qui, diversi i personaggi che lasceremo al vostro studio. 
  2. Insomma, ce n'è per tutti (noi), perché sono chiare ed evidenti le corrispondenze tra il personaggio che vive all'interno del romanzo, contestualizzato e particolare, e il suo alter ego che, dall'esterno della realtà quotidiana, in esso si rispecchia. Se la starlette americana rappresenta una tipica gioventù - made in USA ma in rapida espansione pure nel vecchio continente - talentuosa anche, ma inficiata da un ego ipertrofico, parto deforme di quel “tutto subito” tanto caro al mito del selfmade americano, neanche a dire quale sia l'immagine che il banchiere tedesco senza scrupoli ci rimanda dallo specchio fatato della pagina decarliana. Cosa ci manca poi, la politica? Voilà, ce l'abbiamo: ecco a voi l'italianissimo onorevole di turno, un bel giovanotto di grandi speranze, un WASP de no' artri che più provinciale di così non si può (uh, le sentiamo quasi, le sue vocali aperte da bravo lumbard, ancora lì, belle presenti nonostante i corsi di dizione): lo vedete in tutto il suo splendore, intento nell'azione di lavarsi la mano destra con la sinistra autogiustificando la propria condotta pubblica e privata e adducendo, come fine ultimo dell'azione, il Bene Patrio. 
E così via, in un continuo gioco di rimandi bidirezionali e concatenati. Per dire, ne peschiamo uno a caso: Lara, madre irlandese e padre italiano, aiuto-scenografa capitata per caso sull'isolotto a seguito dell'attrice di cui sopra conosciuta sull'ultimo set cinematografico, è alla ricerca incessante di se stessa e delle proprie origini, in contrapposizione non solo alla giovane e pluripremiata attrice ma anche a Lucia, la manager scappata sul continente, e poi all'estero: lei che delle proprie origini ad un certo punto non ne ha voluto sapere proprio più nulla; lei, innamoratasi poi del bell'architetto di fama internazionale, autore del progetto e della realizzazione del resort, tutto muscoli di palestra, abiti taylormade e tecnologia ultimo modello, che a sua volta non possiamo non porre a confronto con il falegname-artista che vive di lavori precari e che di necessità ne ha poche o nessuna (evoluzione, per altro, del personaggio di Durante, degno erede, sìsì, di quel Guido Laremi là, esponente estremo della categoria “maschio decarliano – romanzi della gioventù”). 
Per ogni personaggio, uno specifico stile narrativo, appena ammorbidito dallo stile decarliano, sempre riconoscibile nonostante le varianti. E così abbiamo: la lingua colta, raffinata, liquida e leggera dell'imprenditore del Nord; lo stream of consciousness lumbard dell'onorevole di spicco, che non rinuncia alla verve del comizio neanche quando parla con se stesso allo specchio del bagno; il francese melodico e controllato della giornalista in incognito, che a sprazzi tuttavia cede al sentimentale e all'emotivo, e infine il registro forse più riuscito, quello di Carmine, il marinaio tuttofare che parla una lingua artificiale autoctona credibile e immediata nella sua finta semplicità. 

3 (e 4.) Sono tanti i temi trattati da DeCarlo, che affida a questa sua diciassettesima fatica letteraria una urgenza comunicativa evidente ad ogni pagina. Il reality show inizia qui, nel momento in cui, per motivi vari che chiaramente non anticipiamo, allontanarsi dall'isola sarà difficile, se non impossibile, in un crescendo di situazioni disagevoli sia psicologiche sia, soprattutto, pratiche, che faranno virare la storia dal farsesco della satira sociale al catastrofismo. DeCarlo insomma scende nell'arena e forse per la prima volta si misura con la realtà esterna, tralasciando per un momento quella visione dell'esistenza così intimista che caratterizza la maggiorparte delle sue opere. 
Quel che ne esce è un'analisi della realtà, profonda ed equilibrata, che tocca gli aspetti più caratterizzanti della vita moderna e del disagio che essa porta con sé, sia a livello individuale, sia collettivo e sociale. 

Un'opera “per giovani” dunque – target forse rivoluzionario per DeCarlo – che tuttavia non scade mai nell'epidittico. Si tratta piuttosto di una serie di riflessioni personali che DeCarlo, attraverso il pretesto del romanzo, ha avuto il merito di saper codifcare e plasmare, ad uso e consumo di quanti vorranno affrontare la fatica di queste 900 pagine scritte fitte: il successo sociale, per esempio, identificato nella persona (personaggio) del divo chiacchierato, bello e dannato, del potentissimo banchiere, dell'imprenditore, del selfmade men di foggia americana, del politico di chiara fama; oppure l'utilizzo dei social networks, che DeCarlo mostra di conoscere alla perferzione nonostante la sua fama di scrittore refrattario ad alcuni di questi specifici strumenti di comunicazione moderna, che per certi versi frammentano l'attenzione, scardinano dal profondo le regole sostanziali che differenziano la comunicazione privata da quella pubblica, e creano dipendenza. Oppure ancora, l'utilizzo di forme d'arte e di stili di vita che, sicuramente mutuati dalla realtà dell'esperienza umana, delle origini non conservano che poche gocce di succo annacquato (si va dall'estremismo culinario del cuoco di gran fama volto a denigrare l'esperienza carnale dell'assunzione del cibo – alla quale, inevitabilmente, si tornerà - fino all'esasperazione per il culto del corpo, in un tripudio di orientalizzazione della fatica fisica che poco aiuterà nel momento del bisogno, perché così disgiunta dall'essenza della materia). 

Vi lasciamo con una immagine evocata dalla giornalista in incognito Simone Poulanc quando oramai la vicenda dei quattordici naufraghi volge al termine: 
Eccoci alla degenerazione di rapporti tipica delle situazione ad altissimo stress. Eccoci all'abbandono di ogni freno inibitorio, all'esplosione dell'aggressività primaria incontrollata. Eccoci quasi alla **Zattera della Medusa** (…). Quasi cinque metri per sette. Il Cinemascope di allora. Così i buoni borghesi parigini potevano andare a contemplare l'abisso del dissolvimento delle regole sociali e la degenerazione dei rapporti umani – la regressione abominevole – e poi tornarsene alle loro confortevoli abitazioni” (pp844-45) 

http://it.wikipedia.org/wiki/La_zattera_della_Medusa - Théodore Géricault

Buona lettura :)