Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

lunedì 28 ottobre 2013

"Atti mancati", di Matteo Marchesini

Il viaggio raccontato in “Atti mancati” è una cruda e lineare presa di coscienza: uno strumento di analisi personale, e professionale, che rispecchia al meglio i tempi in cui ci tocca vivere.

Si parte dalla vicenda di Marco Molinari - alter ego dell'autore, Matteo Marchesini (classe 1979, firma delle pagine bolognesi di CorSera, Foglio e Sole24 e uno dei più brillanti critici letterari della sua generazione): stessa età dello scrittore, Molinari, bolognese, è come lui giornalista freelance e si guadagna da vivere nuotando nel grande mare del precariato delle lettere, tra articoli su commissione, traduzioni, piccoli volumi di composizioni e saggi – e un romanzo monco e abbozzato chiuso nel cassetto del comodino. Tutto comincia quando a Molinari viene commissionato un pezzo sul “Bolognino d'oro”, onorificenza letteraria assegnata per l'occasione al letterato, saggista e scrittore Bernando Pagi, che in passato è stato il grande mentore del protagonista (da poco più di cinque vive ritirato in campagna, abbandonati studi e vita pubblica). Alla premiazione Marco inaspettatamente incontra anche Lucia, la sua fidanzata dell'epoca, scappata misteriosamente giusto cinque anni prima senza una spiegazione plausibile, e riapparsa – pare - proprio in occasione di questa cerimonia.

Se l'illustre studioso (figura che senza tanto mistero è modellata su quella, quasi identica, del famoso critico Alfonso Berardinelli) ha deliberatamente abbandonato il mondo universitario - che talvolta, specie quando si tratta di narrativa ed editoria in genere, si risolve in un panorama infecondo di giovanissimi questuanti e stucchevoli professoroni, su cui si posa l'occhio del critico, ora più che mai ironico e distaccato [“Bernardo è già seduto dietro la cattedra, tra assessori e membri del senato accademico, tutti intabarrati e sonnolenti” (p17). “Non è riuscito a disfarsi del capannello di professori e funzionari che gli s’è appiccicato addosso appena terminata la cerimonia, e dovrà andare a pranzo con loro” (p21)] - anche in Lucia – osserva Marco - qualcosa è cambiato: ha lo sguardo velato e il suo fisico rivela una magrezza estrema, improvvisa; nei suoi occhi Marco scorge l'urgenza di un riavvicinamento, urgenza a cui, vuoi per ignavia, vuoi per una certa viva curiosità che nonostante tutto riesce a far capolino, non è in grado di opporsi nei giorni successivi all'incontro. 
Difatti Lucia, portando a pretesto la sua lunga assenza dalle terre di casa, costringe Marco ad una serie di pellegrinaggi apparentemente senza senso nei luoghi della loro memoria condivisa, tutti caratterizzati da una specie di pena a contrappasso, come in una sorta di commedia dantesca: se le gite fuori porta che tanto avevano caratterizzato i primi mesi dell'amore erano liete, spensierate ricche di cibi, vini e soprattutto parole [“Una pura voglia fisiologica di chiacchiere”(p69)] ora la guida si fa a strappi, rigida; il clima non è affatto clemente [“Procediamo a braccetto, intontiti da un sole che acceca senza scaldare e si nasconde in una luce lattiginosa” (p87)], la conversazione è tesa, aguzza, centellinata e guardinga. E nella maggior parte dei casi, è Lucia a troncare di netto l'escursione, vittima di un malessere che inquieta e imbarazza.
Una provincia, quella Bolognese, la cui dettagliatissima descrizione anziché mortificare il racconto (in nome di una globalizzazione e conseguente spersonalizzazione del contesto ambientale che tanta parte ha ultimamente nella creazione del prodotto-romanzo) lo trasforma, lo completa e lo caratterizza, creando sfumature ineguagliabili di suono, parola e immagine, dandogli corpo e spessore, vivido e poetico. Piazze e monumenti, strade strette poco battute, vicoli e portici, bar di quartiere e osterie di periferia – tutti i luoghi dell'amore di Marco e Lucia, teatro della loro giovinezza – si trasformano in fondali di teatro slightly out of focus, necessari e mai invadenti, su cui si stagliano le due figure protagoniste, illuminate dalla luce cruda del presente e dell'esperienza, fino alla destinazione finale: una casa di cura per malati mentali presso cui risiede Davide, il fratello di Ernesto; Ernesto, l'amico di sempre dei due fidanzati e vittima, giusto cinque anni prima, di un terribile incidente stradale avvenuto proprio in prossimità della clinica e di cui non è stata mai chiarita la dinamica.

Qual è la linea sottile che separa la colpa dall'irresponsabilità, si domandano il protagonista e, assieme a lui, l'autore. Qual è la differenza tra una piccola bugia e un'omissione colpevole.

Lucia, attraverso questi pellegrinaggi distillati di cui si farà regista indiscussa e nei tempi e nei modi, costringerà Marco a rianalizzare le proprie, personali esperienze di vita squarciando il velo che nasconde il passato e riempie il presente di dubbi e domande per le quali Molinari non sa, e non vuole, trovare risposta, preferendo rinchiudersi in un mondo quasi virtuale, asettico e di esperienze e di rapporti umani. Una non-vita insomma, come candidamente ci illustra il protagonista – una voce quasi fuori campo al principio della lettura, mentre la cinepresa dall'alto dell'incipit scende verso il dettaglio della narrazione:

“A un certo punto, senza accorgertene, hai trentatré anni. E non puoi neanche dire di non aver raggiunto, almeno in parte, ciò che volevi. Fai un lavoro che non ha orari e quasi non ha gesti, asettico, ripulito da ogni sgradevole contatto umano. Non ricordi nemmeno più quando ha preso piede in te questa necessità di limare, escludere, cancellare tutto: rapporti, viaggi, imprevisti quotidiani. Sai solo che ora che hai quasi raggiunto l’obiettivo, lisciato ogni contorno, pareggiato ogni asperità, non ricordi più perché l’hai fatto. Ti chiedi per quanto tempo sarà possibile barare scrivendo il tuo articolo giornaliero senza lasciar capire che dietro è stato tolto l’audio dell’esperienza” (p10)

Che cosa (o chi) si nasconde dietro la morte di Ernesto?
Perché Molinari non riesce a terminare la stesura di quel romanzo, iniziato giusto cinque anni prima, che giace ancora in bozza nel cassetto più inaccessibile della sua scrivania?
Cosa ha a che fare l'improvvisa scomparsa di Lucia con questo suo altrettanto improvviso e inspiegabile ritorno?
Qual è il senso dell'interesse quasi morboso di Lucia nei confronti dell'opera di Ernesto, pagine in forma narrativa, vivide e brucianti, stese poco prima della morte improvvisa?

Si parte dalla vicenda personale, dicevamo, per approdare a qualcosa di diverso che travalica il senso intimo del viaggio di formazione. O, per meglio dire, forse lo caratterizza.
Alfonso Berardinelli (Roma, 1943) raffinato critico letterario specializzatosi in “critica della cultura nel 2011 dà alle stampe il discusso saggio “Non incoraggiate il romanzo” (Marsilio).
Ecco un estratto dalla quarta di copertina:
“Che il romanzo è un genere di consumo e di intrattenimento "per tutti", lo si è sempre saputo. Ma il consumo è diventato più veloce, più distratto e l'intrattenimento lo si trova in abbondanza altrove. Quanto a qualità artistica, valore conoscitivo e documentario, la maggior parte dei romanzi che si pubblicano sono poco convincenti e non dimostrano nessuna memoria letteraria. Anche quando funzionano come trappole acchiappa-lettori, non provocano riflessioni e interpretazioni critiche impegnate, "non fanno storia". L'attuale sovrapproduzione di narrativa dà perciò l'impressione di essere più un segno di patologia che di salute”.

Analisi non c'è dubbio sconfortante, che il nostro Molinari fa propria in maniera metaletteraria, e nelle lunghe digressioni letterarie al principio dell'opera, e successivamente, nei momenti più intimi del racconto:

“I pezzi rifiniti, quelli che coincidono esattamente col progetto che avevo in mente, sono anche i più chiusi, i più ingessati, i più sterili. Viceversa, i fuor d’opera sono brillanti, elettrici: ma non riesco a infilarli in una trama che vorrei somigliasse a una tagliola – un meccanismo secco, perfetto, scarno, che però non coincide con le mie esigenze espressive, e a cui pure non so rinunciare. È come se dovessi dimostrare a qualcuno di saper creare una storia tenuta in piedi da un’economia implacabile – come se dovessi provare oltre ogni ragionevole dubbio che i miei dubbi sulla forma-romanzo non dipendono da un qualche volgare ressentiment" (p28).

Eccolo qui, il dramma dell'individuo moderno: l'atto mancato della non-azione che si mangia l'iniziativa e del silenzio che ingoia, a buco nero, la capacità espressiva:
“Non abbiamo parole condivise per affrontare il dolore” (P84) dice Molinari. E' un atto di accusa verso se stessi, più che verso la società, a quel sé intimo e nostro assuefatto a un certo lieve tepore confortevole e auto-referenziante che ci viene offerto da una vita sempre più facile e senza scosse.

La soluzione dell'empasse viene recuperata prima di tutto attraverso il valore salvifico delle lettere: il romanzo che Molinari finalmente riesce a concludere affonda nelle radici della realtà e nel dolore dell'esperienza, che attraverso un meccanismo catartico dischiude il velo dello scibile. Chissà che il processo (psicanalitico – a cui rimanda anche il titolo dell'opera) non valga anche per la risoluzione della coscienza personale.

Per ora al protagonista è concessa un'altra opportunità: suo compito sarà farla fruttare nel migliore dei modi:
“Scendo le scale in fretta, quasi correndo, e giù in strada mi ritrovo in mezzo alla folla carica di pacchi pasquali. M’infilo a occhi chiusi tra due comitive, e mi lascio trascinare da quel fiume lento e ronzante verso le luci della Porta” (p112)

Buona lettura :)

sabato 28 settembre 2013

"Io che amo solo te", di Luca Bianchini

Più riguardo a Io che amo solo te (Ovvero – elogio della nota in parentesi).

In un mondo in cui sempre più spesso parlare di “nazionale” equivale a dire “provinciale”, #iocheamosolote ci ricorda, un po' controcorrente, che la regionalità – sia di abitudini, sia di lingua - è caratteristica peculiare della nostra penisola (non fosse altro che per un paio di avvenimenti storici passati) e andrebbe salvaguardata e difesa con la stessa cura che il WWF riserva all'Ailuropoda Melanoleuca.

Per non parlar poi, appunto, della questione linguistica, uno dei tratti più caratterizzanti della letteratura italiana del Novecento: questo fatto del bilinguismo endogeno, che ci portiamo dietro al pari delle nemesi storiche di cui sopra e che ha influenzato la produzione letteraria di tutti gli esponenti del mondo della cultura italiana del secolo.

Sicché la cronistoria dello sposalizio di Chiara e Damiano – lei, la figlia venticinquenne della sarta più brava del paese, lui, il rampollo di Don Mimì Scagliusi, “re delle patate” (si, proprio campi e campi di patate, esportate in tutto il territorio nazionale e pure oltre): un banale matrimonio (sempre che possa esistere, poi, un matrimonio “banale”) contemporaneo (italianissimo fino al midollo, per di più, data la “piena ...regionalità” dell'evento) pieno zeppo di tutte quelle implicazioni, trame sottese, imprevisti, fraintendimenti, commedie degli equivoci, scoop rivelatori etc etc che caratterizzano le nozze di chiunque - diventa un pretesto leggero e sottile per parlar di tutt'altro.

Delle bellezze un po' selvatiche dell'Italia che muore, per esempio, naufragate nel mare magno e senza vento dei tour organizzati:



“(...) era convinta che solo a Polignano ci fosse quella luce fatta di rocce e di blu” (p32)

“Chi è nato su uno scoglio lo sa: il mare ha sempre una risposta e una carezza per te” (p207)

“Non c'erano strappi al paesaggio, interrotto qua e là solo da qualche muretto a secco. L'unico elemento belligerante era il vento, (…) Da un lato, gli ulivi si attorcigliavano su se stessi con le loro storie secolari” (p63)


“(...) poi lunedì finalmente si parte per la crociera. (…) C'imbarchiamo a Bari e facciamo tutto il Mediterraneo. Io volevo andare alle Maldive ma Damiano sulle tratte lunghe ha troppa paura dell'aereo, mannaggia a lui, che i suoi ci pagavano il viaggio anche in Australia, se volevamo andare” (p87-88)

Delle tradizioni locali perdute e sostituite da accrocchi internazional-popolari mal digeriti (cielo, in tutti i sensi!) che lungi dal nobilitare il desco, lo rendono pacchiano e stucchevole, omologante e omologato:

“Grand Buffet di Antipasti: Crudo di Mare / Cozze Gratinate / Sushi Rivisitato / Ostriche al Gratin, Tempura di Verdure / Gamberi Croccanti / Calzoncini di Ricotta / Rombini al Groviera / Polpettine / Mozzarelline alla Milanese / I salumi del buongustaio con delizie del casaro / Caponatina leggera di zucchine / Crudité di verdure.

Il gran buffet di antipasti era un trionfo di abbondanza e varietà, frutto di una trattativa quasi più estenuante della scelta della sala (…) L'unica scelta all'unisono era stata il Crudo di Mare, perché dava prestigio al menu. Il resto fu il risultato di lunghe meditazioni, in cui misero bocca tutte. (…) Ognuna ebbe la sua piccola vittoria: Matilde portò a casa le polpettine; Ninella le mozzarelline alla milanese per impressionare zia Dora; Chiara il sushi rivisitato perché le piaceva l'idea della rivisitazione; Nancy le crudité di verdure per avere qualcosa di francese e ipocalorico. Il risultato fu un menu ^un po' incoerente^ come provò a dire il direttore di sala, che appena vide le loro facce subito si corresse: ^Incoerente ma decisamente interessante!^” (p167)

O degli effetti della globalizzazione specie sulle nuove generazioni – lungi dall'autore l'intento didattico / moralista, per carità – oramai assuefatte a una certa mitologia spiccia di eroi da tubo catodico – dal Grande Fratello a XFactor, passando dal (N)espresso Clooneiano – tanto da non riuscire più a costruirsi addosso una propria identità in primis personale, ma poi neanche culturale.

“Mi sono arrivate le cialde con tutti i gusti. (…) All'amaretto o alla vaniglia speziata?” (p77)

“Regàle, come gli aveva consigliato lui: - Pensa sempre a Kate Middleton -” (p148)

“Nella sua mente, il presentatore gridava al microfono: - Viene da un piccolo paese della Puglia... ma ha conquistato l'America... con il suo disco d'esordio ha scalato tutte le classifiche... ha venduto milioni di dischi nel mondo... Aretha Franklin l'ha definita la sua unica erede... ecco a voi la nuova regina dell'R&B... la Whitney Houston del Tavoliere... ladies and gentlemen... Nancy Casarano! -” (149)

“Nancy Casarano, per te Xfactor finisce qui” (p149)

“Il bacio al ralenti sugli scogli venne interrotto da un grande Hip Hip Hurrà!, che coprì il sottofondo di My Heart will go on” (p192)

Salvaguardare e difendere, va detto, deve funzionare come con la pratica del retwitt – which is not endorsement. Se da un lato la così vituperata provincialità italiana regala cammei che ci strappano un sorriso lieve di delicato affetto, autoironia e disincanto, e che raramente troviamo in altri luoghi e in altri laghi (mi viene in mente soltanto quel genio della Rowling, al momento), dall'altro ci ricorda, sempre attraverso le parole di LBianchini, qualcosa di più profondo e meno romance:

“Se nella vita non vorrai avere problemi, gli uomini lasciali comandare, o almeno lasciaglielo credere. L'amore è innanzitutto non rompere i coglioni” (p25-26)

Così, il sorriso che ci prende leggendo le prime pagine di #iocheamosolote si tinge di amaro. Ma è un amaro che fa bene, perché spronandoci a fare meglio, attraverso anche una sana autocritica, profuma (ancora e nonostante tutto) di speranza.

Buona lettura :)

Official hashtag: #iocheamosolote
E se vi fa piacere, continuate a seguire le nostre #LBianchiniquotes, che tanti amici (che ringraziamo) hanno retwittato

venerdì 30 agosto 2013

"Abbiamo sempre vissuto nel castello", di Shirley Jackson

Più riguardo a Abbiamo sempre vissuto nel castello L'ultimo fine settimana di agosto va celebrato. E per farlo degnamente, vi consiglio Shirley Jackson.

Valente giornalista (The New Yorker) e scrittrice, nasce a San Francisco nel 1916 e muore nel 1965 per un improvviso attacco cardiaco. Effetto collaterale, forse, degli psicofarmaci di cui si serviva.
Un personaggio piuttosto particolare, un'anima di talento ed estro notevole, esemplificato nei suoi lavori letterari che, pur focalizzati su temi e generi ben precisi, non mancano in versatilità, spaziando dalla narrativa per bambini (Nine Magic Wishes), al racconto lungo (i più noti: La Lotteria – 1958; L'incubo di Hill House – 1959; Abbiamo sempre vissuto nel castello – 1964), al teatro. Tutte opere che l'hanno resa, per stessa ammissione dei diretti interessati, musa ispiratrice di Stephen King, Neil Gaiman, Richard Matheson.

Che cos'è "We Have Always Lived in the Castle". Per gli amanti delle classificazioni, lo si potrebbe ascrivere in primis tra gli horror di ispirazione gotica, perché gli ingredienti ci sono tutti: dal delitto principe, ossia quello della camera chiusa (per altro tanto attuale nella narrativa di genere, anche se declinato con modalità differenti) al maniero in decadenza, simbolo di antiche vestigia e fortune sperperate. Potremmo pensare anche al mystery e al paranormale: la narrazione strutturata secondo le linee guida del punto di vista interno, aderentissime alla norma, aiuta assai.
Eppure tutte le classificazioni scivolano, lasciando insoddisfatti. Questo accade per un semplice fatto: perché "We Have Always Lived in the Castle" è l'opera zero, quella da cui, in un certo senso, tutto parte.

Abbiamo una narrazione che da subito inquieta, un incipit folgorante in cui la protagonista, prendendo perentoriamente la parola, spiega se stessa ai commensali (ops) invitati al banchetto letterario offerto dall'autrice; e lo fa con una tal grazia rovente di leggiadria letteraria da sminuzzare in un solo colpo tutte le descrizioni violentemente cinematografiche a cui ci siamo un po' assuefatti ultimamente:

“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leon e l'Amanita Phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.” (p9)

Shirley Jackson non necessita di grandi invenzioni o effetti speciali. Si limita ad esercitare la raffinatezza della sua arte narrativa, focalizzata sull'analisi psicologica. Sottogenere: la malattia mentale, argomento del quale probabilmente non è digiuna.
La forza della scrittura della Jackson è tale perché dell'argomento principe, l'analisi di una psiche corrotta e dei suoi effetti (ecco perché autrice così cara a SKing, che le dedica “L'incendiaria”) ce ne rende partecipi fin dalle prime battute, adottando il punto di vista della protagonista che, da interno qual è, resta per definizione stessa imparziale, profondamente inattendibile. 

Ci troviamo prigionieri di un castello di ombre e specchi dentro cui la scrittrice/protagonista si muove da padrona: nella camera chiusa di una cucina antica, in un maniero in rovina, e in parallelo, tra i meandri di una narrazione in cui il lettore è soltanto spettatore. Vittima di un refrain inquietante e surreale, il lettore affronta a poco a poco il dramma e l'incubo della malattia mentale, aiutato da una struttura volutamente a-temporale che trascina verso uno straniamento e una dissociazione dal reale sempre più evidente e profonda. La dimensione dello spazio tempo è dichiaratamente distorta e incongrua: l'azione è sicuramente ambientata negli Stati Uniti, ma il periodo storico ci rimane ignoto, come rimane ignoto agli occhi di Mary Katherine. Ci sono automobili e frigoriferi, ma parliamo di una casa di campagna vecchio stile, ricca di broccati e passamanerie nei cui bei salotti i membri della famiglia, vestiti di tutto punto, si ritrovano per cena o per essere intrattenuti dal dolce suono dell'arpa della bella figlia maggiore Constance. Le stagioni vanno e vengono e profumano di natura, ruscelletti limpidi di campagna, erba di giardini e sole estivo, che illumina la bella villa dei Blackwood e i terreni fertili che la circondano: un non-luogo che solo alla fine si rivelerà in tutta la sua crudele e tragica realtà. 

E' in particolare la psiche infantile ad essere oggetto di analisi (nota a margine, siamo sempre al grado zero, ripreso anche ultimamente): dalla figura della protagonista fino al gruppetto dei monelli del villaggio, autori del ritornello di cui sopra, che conficcano a cuneo (come nei migliori SKing d'annata) nella mente e dei personaggi del dramma, e in quella del lettore:

“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo mi avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire” (p27 et al.)

Atmosfere anni '30 che ci ricordano un testo un po' più recente, ma egualmente inquietante: "La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, di Ransom Riggs

D'altra parte, cosa ci si può aspettare dall'autrice di una piece teatrale dal titolo "The Bad Children", adattamento della favola di Hansel e Gretel?

Buona lettura :)

venerdì 23 agosto 2013

"Niceville", di Carsten Stroud

Più riguardo a Niceville Il 28 settembre 2011, poco meno di due settimane prima dell'annuale kermesse di Francoforte, tutti gli editori presenti all'evento culturale simbolo della “Mainhattan” europea ricevono via email il primo capitolo di un romanzo intitolato “Niceville”, a firma anonima. Il giorno successivo arriva il secondo capitolo, e poi il terzo.
Il passaparola dirompente – perché i tre capitoli sono davvero interessanti - produce una reazione a catena che fa del titolo una delle novità più contese dalle case editrici europee (ma non solo) e il successivo battage pubblicitario (compreso booktrailer e website dedicato) lo rende uno dei casi letterari più commercializzati dell'anno. Mistero anche sull'autore, che si rivela soltanto dopo più di un mese dall'exploit di Francoforte: Carsten Stroud, di natali tedeschi ma residente in Canada, già scrittore, sia da solo sia insieme alla moglie, di racconti e romanzi vincitori di diversi premi letterari.

Gli ingredienti per il successo – o per lo meno, per la creazione di un caso letterario – ci sono tutti, e tutti compresi in quei primi tre capitoli che l'autore aveva circolato con incontestabile abilità e un pizzico di furbizia.
Ci troviamo (pare) di fronte ad un thriller di stampo moderatamente classico. 
Siamo a Niceville (Nic-EVIL-le), tranquilla cittadina del profondo sud degli Stati Uniti. Prati verdi e curati, edifici in stile, antiche famiglie fondatrici (nota a margine, pare in voga ultimamente l'ambientazione urbana circoscritta, una sorta di "camera chiusa" socialmente allargata dentro cui nulla è così come appare). Il detective Nick Kavanaugh, ex militare dell'esercito, coadiuvato da una squadra ben fornita – e ben dettagliata - di colleghi e subalterni indaga sulla sparizione di un ragazzino di dieci anni, Rainey Teague, misteriosamente “svanito” a metà del tragitto tra casa e scuola.
Peccato che le telecamere di sicurezza di un negozio di anticaglie presso la cui vetrina si era intrattenuto alcuni secondi mostrino delle sequenze inquietanti che poco hanno a che fare con un rapimento “da protocollo”. Peggio ancora quando il bambino viene ritrovato dopo alcuni giorni nel cimitero cittadino, vivo ma in stato di shock, sepolto dentro una cripta che appare incongruamente sigillata da decenni.
Un anno dopo, il detective viene chiamato ad indagare su altre due sparizioni che presentano tratti inquietanti perché comuni al caso Teague.
Nel frattempo, due poliziotti corrotti si organizzano per rapinare la filiale di una nota banca nazionale, per un bottino di oltre due milioni di dollari e quattro omicidi a carico. Intanto, dall'altra parte della città il tale Tony Block, marito violento e misogino, appena condannato per stalking nei confronti di moglie e figlia, si appresta a compiere la propria, personale vendetta "against the world".
Tutti avvenimenti soltanto a prima vista scollegati l'uno dall'altro.

CStroud osa quel che pochi hanno tentato - e ancora meno sono gli autori riusciti a colpire nel segno (uno su tutti, SKing) - : ossia mescolare il genere del thriller (sottogenere: poliziesco) con quello dell'horror (sottogenere: ghost story).
Ne risulta un ibrido fortemente instabile, piegato com'è a metà strada tra una risoluzione della trama che passa attraverso la spiegazione logica del reale e la morale comune (nel caso del sottogenere poliziesco impersonata dai tutori della legge e forte di una struttura consecutivamente chiara e riconosciuta), e tra, al contrario, una mescolanza di avvenimenti paranormali che hanno come obiettivo proprio il disallineamento della struttura narrativa di partenza e l'accettazione di ben determinati codici propri della narrativa fantastica.

I puristi di entrambi i generi potrebbero storcere il naso – e l'hanno fatto, visti i giudizi sul web, specie quelli italiani (che sono stati i primi, visto che Longanesi si era aggiudicata per prima i diritti di pubblicazione). Eppure è innegabile l'estrema funzionalità del testo: lineare ed equilibrato, riesce a mantenere sempre alta la tensione senza sacrificare le parti descrittive, strizzando naturalmente più di un occhio alla cinematografia, in puro stile USA. 
Non ultimo il fatto che in certi punti CStroud stupisce per l'acuto senso ironico (la scena del padre ubriaco che sistema in mano al figlio un tosaerba, vista con gli occhi di uno dei protagonisti, è magistrale) e per la profonda (pare) conoscenza di autori e opere, sia letterarie sia cinematografiche, di spy-thriller.

Chiaramente il testo va affrontato senza pretesa di immedesimazione: siamo di fronte a un divertissement estivo, per altro neppure così leggero, data la quantità di rimandi interni e personaggi (nota a margine: munitevi di un taccuino o inviate una email alla casa editrice con preghiera di un summary a inizio testo) cui dovrete prestare la massima attenzione. Eh sì, perché non ve la caverete così, sforzandovi di arrivare alla fine (e ci arriverete, non riuscirete comunque a mollare prima): perché, what a surprise, non stiamo parlando di un romanzo autoconclusivo, ma di una trilogia: il secondo volume, "The Homecoming", è già pronto, e il terzo, "The Departure", in lavorazione.

D'altra parte, chi ci provò a fare il mischione cinematografico, con gran successo, fu Chris Carter, “già” nel 1993. Che dire poi del duo David Linch / Mark Frost? Il tormentone, se ve lo ricordate, è datato 1990.

Buona lettura :)