Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

mercoledì 31 luglio 2013

"La nemica", di Irène Némirovsky

Più riguardo a La nemica Luglio 1928. Tra una pagina e l'altra di David Golder, Irène Némirovsky scrive e fa pubblicare sotto lo pseudonimo di Pierre Nerey il racconto lungo “L'Ennemie”.

D'obbligo, per non rimanerne delusi, avvicinarsi a questo testo, inedito in Italia e ora proposto (Febbraio 2013) da Elliot, più con intento squisitamente letterario che con pretesa di immedesimazione, impregnato com'è di elementi autobiografici e ingredienti evidentemente melodrammatici, data l'epoca e il contesto storico-sociale nel quale risulta inserito.

Il rapporto violento e distruttivo di una figlia con la propria madre è al centro della trama e rispecchia pienamente la relazione travagliata di Irène con Fanny: “Raffinata e autoritaria: così doveva restare Fanny nella memoria familiare, e così l'ha dipinta la figlia nel romanzo della propria infanzia amara [Le Vin de solitude, I 7]: Alta, ben fatta, con un portamento regale. In realtà era piccola, un metro e sessanta al massimo. Sempre incipriata anche in tarda età, sempre timorosa che i baci della figlia potessero rovinarle il trucco e sempre allegra, perché la tristezza invecchia e sciupa il viso (…) Ma Anna Margulis era una donna, oltre che lasciva e bugiarda, anche venale” (OPhilipponat / PLienhardt, La vita di Iréne Némirovsky, Adelphi 2009 p34)

Il titolo dell'opera, che è tratto da un sonetto di Baudelaire: “Fu la mia giovinezza un uragano cupo: | improvviso splendeva di tanto in tanto un raggio. | Fulmini e pioggia han fatto un tale scempio | che solo nel giardino qualche frutto rosseggia” (Op. Cit. p149) si riferisce chiaramente all'“innocenza devastata da Fanny, più rivale che madre” (ibid.). 
Effettivamente, molti gli episodi raccontati che paiono autentici, per i particolari vividi e la crudezza della descrizione accurata: la scena in cui la figlia sorprende la madre in compagnia dell'amante, oppure ancora: “Nei loro primi soggiorni parigini, i Némirovsky non potevano ancora permettersi alberghi di lusso. (…) Irocka e la governante vennero alloggiate altrove, quasi sempre in albergo di seconda categoria. La romanziera avrà così tutto il tempo di costruirsi in uno dei suoi primi romanzi, l'Ennemie, un'infanzia bohemienne. “Sapeva che non sempre era opportuno andarsi a ficcare tra le gonne di mammina quando costei passeggiava lentamente sotto gli alberi con un signore sconosciuto” (L'Ennemie I 1). La sua fu peraltro un'esistenza quasi da orfana” (Op. Cit. p31-31).
Ancora, la scena del suicidio della protagonista Gabri: “E' quasi certo che all'età di vent'anni sia stata sfiorata dalla medesima tentazione” (Op. Cit. p125) o quella della violenza carnale, che rispecchia – secondo quanto raccontato da Irène stessa in una lettera all'amica Madeleine – un episodio della vita stessa della scrittrice, fortunatamente uscita illesa dall'esperienza grazie all'intervento di alcuni amici (Op. Cit. p123-124). Oppure la descrizione di Biarriz (“Una novella Sodoma” - Op. Cit. p138) e dell'Hotel du Palais, frequentato con regolarità dalla famiglia Némirovsky:

http://it.wikipedia.org/wiki/Biarritz
e anche – da qui il nome “Génia” (l'amante violento di Gabri) – la maledizione dell'ereditarietà del sangue (Irène non fa mistero delle sue avventure di gioventù, specie durante gli anni della Sorbona passati tra amicizie, divertimenti, balli e notti insonni).

Eppure a Iréne questa vendetta truce e sadica non porta alcun benessere: nel racconto, il complesso rapporto tra la figlia e la madre viene ridotto ad una semplice rivalità amorosa e ciò che rimane più impresso è il sentimento negativo dell'odio e dell'autodistruzione (che più che distinguere le due donne, le avvicina e le pone allo stesso livello) piuttosto che l'orgoglio della superiorità morale. Questione spinosa che verrà risolta tra le pagine di Le Bal, uscito nel febbraio del 1929 sempre a firma Nerey: “In esso IN abbandona il tono a volte patetico dell'Ennemie per soffocare i suoi singhiozzi in una feroce risata. Quei sarcasmi, quell'arte di scrivere dialoghi grossolani ma senza compiacimento, (…) la base morale di quella violenta satira sociale saranno l'impronta del suo stile fino alla metà degli anni Trenta” (Op. Cit. p154).

Ma le due opere, pur così differenti l'una dall'altra, continueranno ad in intrecciarsi tra loro in una fitta rete di echi e rimandi, non solo sulla carta, ma anche nella trasposizione cinematografica: “Nel film (Le Bal) Rosine Kampf si fa chiamare Jeanne, uno dei tanti nomi dietro cui ama camuffarsi Anna Némirovsky. E come nell'Ennemie, è l'irruzione di un amante a provocare la vendetta di Antoniette. E' la prima volta che Irène osa sfidare così apertamente la madre, e sul grande schermo” (Op. Cit. p206).

http://www.voirunfilm.com/fiche-film/Le+bal-61305.html

Buona lettura :)

venerdì 12 luglio 2013

"Il weekend", di Peter Cameron

Più riguardo a Il weekend Cameron insegna al lettore l’arte della lettura lenta e continua. A concedergli fiato, frammentandola, ci pensa lui. Placido - ma risoluto - ti ordina di seguirlo.

“The weekend” è un’opera acerba (la prima edizione è del 1994), a tratti destrutturata, ma contiene in sé già tutti i germogli che andranno poi a comporre, maturati a frutto, le narrazioni successive.

Primo tra tutti, il gusto per il dipinto di atmosfera che tanto piace all’autore, utile e futile allo stesso tempo.

Sono i passi che più abbiamo condiviso su Twitter:

"Lyle tornò tenendo in mano la lampadina come se fosse una rarità. Era smerigliata, di un tenue rosa conchiglia. <<Proviamola>> disse. Tolse alla lampada il paralume di carta marrone e fece il cambio. La stanza si accese di un colore rosato" (p30)

"Per un'estate va bene - rispose Laura - ma ha quella terribile aria da casa in affitto" (...) "Hanno portato via tutte le cose decenti. Ho dovuto comprare delle lenzuola di cotone e della cristalleria. C'erano i bicchieri di plastica" (p49)

Nelle descrizioni degli ambienti predominano le nuance pastello, uno shabby-chic molto retrò che spazia dal rosa confetto, alle mille gradazioni del giallo (“Il colore delle pareti […] una sfumatura delicata ma brillante, come il burro genuino” - p67) , al color acquamarina (p119) di bagni e piscine – onnipresente la dimensione liquida e fredda che Cameron associa, come caratterizzante, alla stagione estiva, malinconica e sensuale allo stesso tempo: dagli specchi d’acqua assoggettati e ricreati ad arte dall’uomo (“<<Adoro nuotare. Da me c’è una piscina, ma le piscine sono sempre un po’ deprimenti. Si perde tutto il piacere naturale di fare il bagno, credo>>” – p125) a quelli selvatici, dal fascino potente e inconscio: “Non poteva dire che il fiume fosse più bello di mattina, anzi, c’erano certe sere quiete in cui veniva da piangere a guardarlo: prendeva un colore viola e sembrava fermo, come un livido in fondo al prato. Scorreva profondo e freddo e determinato, limpido e tonificante” (p11)

I passi narrativi, per la maggior parte impiegati in descrizione d’ambiente, creano quasi sempre uno scostamento percettivo: si tratta spesso di inserti creati ad arte all’interno di una scena o di un dialogo serrato e pregnante tra i protagonisti. Quasi come se le questioni si facessero troppo personali, l’autore entra in campo lungo ristabilendo le giuste, e civili, prospettive, come a voler in qualche modo preservare l’intimità e la privacy dei suoi protagonisti, limitando il lettore nella sua conoscenza di fatti e personaggi.

Altro tratto caratterizzante della narrazione, ancora in fieri (e per questo forse ancora troppo accentuata ed evidente), è l’attenzione per quella patina di teatralità, glassata e zuccherosa, o cupa e dirompente, con cui tutti noi, a volte, amiamo dipingerci la vita e su cui lo scrittore Cameron riflette, con disincantata autoironia (usufruendone e, allo stesso tempo, criticandone l’utilizzo):

“Voleva toccarlo di nuovo, accarezzargli la pelle tesa e levigata dell’avambraccio, ma gli parve un gesto eccessivo, troppo consapevole, scontato. Sembrava un’indicazione di scena in un’opera teatrale: (Lyle tocca il braccio di Robert)” (p19)

“<<Se la pittura – anzi, se l’arte in generale – intende sopravvivere, per non dire se vuole contare qualcosa, deve riallacciarsi alla vita, così come la viviamo noi>> (…) <<La gente, l’uomo, o la donna, della strada. (…) Quando una forma d’arte diventa un dialogo fra artisti perde la sua… sì, perde quel che la rende vitale, che la tiene in contatto col mondo>>” (p22)

“Durante la partita, con la mazza in una mano e il cocktail o la sigaretta nell’altra, sembrava indifferente, senza una tattica, distratto, ma verso la fine metteva da parte il bicchiere o il tabacco e in pochi colpi concludeva vittorioso la partita. Letale! esclamava, sono letale!” (p60)

“<<Ogni anno facevamo una festa per il solstizio d’estate e la gente doveva venire vestita come i personaggi della commedia, che poi recitavamo all’aperto. Lyle era sempre restio a farlo. E’ buffo come certe persone che in fondo hanno un animo teatrale, di fronte alla possibilità di recitare, si chiudano a riccio>>” (p66)

“Basta che la conversazione passi dal particolare all’astratto, pensò Marian, e stai sicura che avrai l’attenzione di Lyle. (…) <<E credi che ci sia differenza tra le arti visive e la letteratura, riguardo al comunicare?>> <<Be’, ovvio. Le arti visive non comunicano più in modo diretto, come la letteratura, ma lo scopo è quello. I quadri mostrando una scena, da cui si desume la storia, la letteratura la storia la racconta>>. <<Quindi tu parli dell’arte narrativa? (…) Ma quella è una forma morta” (p70)

“<<Quale gondolino?>> <<La barca a remi>> rispose lei. <<E allora perché la chiami così?>> <<Chissà, forse perché mi piace l'idea. Mi piace pensare che sia una piccola gondola. E' un reato?>> <<Certo che no>> <<E allora perché mi riprendi? - disse Marian - Pensi che mi piaccia avvolgere tutto in un alone romantico?>>” (p170)

Cameron in “The Weekend” riflette. Sui rapporti umani prima di tutto, come di consueto nelle sue opere, nelle quali non si può dire di certo che l’azione prevalga sul momento riflessivo, di cui essa è spesso soltanto un pretesto. E su quelle convenzioni sociali che regolano le relazioni interpersonali e a cui, volenti o nolenti, ci troviamo a dover sottostare:

“<<Di solito gli altri pensano che sono molto cinico>> disse Robert. <<Be’, non credo che oggi si possa vivere diversamente, a meno di non essere degli idioti. Ma è una seconda natura, una corazza che copre quella vera” (p130)

“Te l’ho detto che i weekend in campagna con gli eterosessuali possono essere un pericolo per la salute mentale. E’ stato orribile? Avete mangiato hamburger e giocato a croquet?” (p165)

Il mondo di Cameron è un raffinato gioco di scatole cinesi, amaro e commovente: sotto le maschere da teatro che comunemente indossiamo e che –crediamo – ci differenziano l’uno dall’altro rendendoci unici e speciali (l’ereditiera italiana di mezza età, la di lei figlia attricetta hollywoodiana, il gay critico d’arte, la coppia di eterossessuali rigidamente NewYorkesi…) vivono e bruciano i medesimi sentimenti: il timore di non essere amati abbastanza, l’angoscia per il senso della vita, l’amore filiale che porta con se, più che felicità e senso di appagamento, l’ansia e le preoccupazioni per il futuro, nostro e di chi ci sta accanto.

“Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d’avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c’è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio” (p159-160)

Vi invito a leggere le belle cose scritte, a riguardo, da @FNall.

Buona lettura :)

mercoledì 12 giugno 2013

"Tradimento", di Adriaan van Dis

Più riguardo a Tradimento Adriaan van Dis (Bergen, Olanda - 1946), celebre anchormen della televisione nederlandese, giornalista e scrittore di narrativa e di libri di viaggio, con questo nuovo titolo affronta ancora una volta i temi a lui più cari: “Figlio di genitori rimpatriati dall'Indonesia dopo la Seconda Guerra Mondiale e cresciuto con le sorelle nate da un precedente matrimonio della madre con un indonesiano, lo scrittore ha fatto del tema dell'identità e della diversità, del contatto interculturale e della discriminazione i temi centrali della sua opera già a partire dal primo romanzo, 'Nathan Sid', pubblicato nel 1983” (Fulvio Ferrari, postfazione, p271-272).
Van Dis si reca in Africa già nel 1990, al momento della liberazione di Nelson Mandela. Da questo viaggio nasce “La terra promessa”, un reportage in forma narrativa che ha come protagonisti gli afrikaaner (sudafricani bianchi di lingua afrikaans) della regione del Karoo e che ben descrive la situazione di estrema incertezza in cui versa il Paese, diviso al suo interno dalle secolari lotte tra gruppi etnici e inerme di fronte a così repentini cambiamenti politici e sociali. Più di dieci anni più tardi van Dis torna in Sudafrica (passando anche per Namibia e Mozambico) e gira un corposo docu-reportage per la televisione olandese: sette puntate a forma di intervista, in onda nel 2008, nelle quali il giornalista, interagendo con una gran varietà di persone di ogni ceto sociale e gruppo politico, dipinge con maestria la realtà multi-sfaccettata del Sudafrica contemporaneo. 

E' da queste esperienze ventennali che nasce il romanzo “Tikkop”, uscito in Olanda nel 2010
Il titolo in traduzione italiana, “Tradimento”, fa riferimento, in doppia interpretazione, prima di tutto alla macro-vicenda sociale e politica dell'apartheid sudafricano e poi alla storia personale dei due personaggi di cui van Dis ci narra – e nel passato, e nel presente – in un costante intreccio di piani narrativi sia verticali, attraverso i numerosi flashback, sia orizzontali, grazie all'intreccio delle vicende personali dei protagonisti, Mulder e Donald, con quelle delle varie realtà che popolano la narrazione. 

Il racconto scorre fluido e unisce sapientemente la finzione narrativa alla veridicità del reale. Nella prima parte assistiamo all'incontro dei due protagonisti, l'olandese Mulder e il sudafricano Donald, che si ritrovano dopo quasi quarant'anni di lontananza. Entrambi, da giovani, erano membri di una organizzazione clandestina che combatteva contro l'apartheid: Mulder era un brillante studente universitario interessato alle vicende di un Paese legato al passato colonialista della sua patria. Donald invece un giovane in volontario esilio, figlio di un alto esponente dell'elite afrikaaner da cui si è per scelta allontanato. Ma nulla è come era un tempo. Oppure non lo è mai stato; comunque sia, il presente, da qualsiasi parte ci si giri a guardarlo, nn corrisponde certo alle aspettative del passato. 

Donald, medico, è in Sudafrica da ormai molti anni. Vive sulle colline insieme ad una moglie che vede di rado e che per sei mesi all'anno risiede in Francia, con la sorella; abita in un'enclave per afrikaaners e stranieri, lontano dal villaggio di pescatori in cui vorrebbe professare la medicina; a causa della delinquenza locale si è fatto costruire una villa fortificata da mura e chiavistelli ed è vittima di episodi di intimidazione da parte di esponenti delle istituzioni municipali la cui corruzione e ignavia spesso denuncia attraverso lettere e proclami; battaglie civili che ai pescatori del villaggio spesso fanno più male che bene poiché alterano uno status quo che nel suo insieme, pur zoppicante, permette alle poche cose che funzionano di continuare a funzionare. 
Mulder invece, da brillante studente e viaggiatore indefesso, deve fare i conti con una malattia invalidante che lo costringe ad assumere numerosi medicinali e gli procura delle gravissime perdite di memoria. 
Si ritrovano dunque, Mulder e Donald, a fare i conti con un passato ingombrante e con un presente incerto; con le proprie memorie, intime e labili come solo sanno esserlo i ricordi dei tempi della giovinezza, e con quella, forse molto più labile, di un Paese che dimentico degli slanci di euforia e del sentimento di speranza che animava la classe dirigente dei primi anni Novanta si trova nella necessità di confrontarsi quotidianamente con la corruzione politica e con uno sviluppo a macchia di leopardo che vede realtà ipertecnologiche ed estremamente europeizzate convivere accanto a sacche di non-sviluppo segnate ancora da povertà, malattia, analfabetismo, droga e violenza, in un amalgama sociale e politico solo in superficie modificato da una lotta all'apartheid spesso unicamente formale, sotto cui ribolle ancora la discriminazione, la lotta di clan e quella di razza. 

A fare da contrappunto romanzato a questa realtà multiforme, le due figure d'invenzione che assieme a Mulder e Donald costituiscono il fulcro della "parte-romanzo" dell'opera.

Da una parte il fantasma della bella Cathérine, attivista del movimento clandestino, ragazza di Morten e come Donald – che conosceva fin da ragazza e con cui forse ebbe una relazione – figlia di un esponente di spicco del partito nell'era pre-Mandela. Tradita da uno scambio di documenti finito male, operazione in cui erano coinvolti sia Donald sia Mulder (che per questo nutrono l'uno verso l'altro un rancore antico e mai esploso, nella convinzione comune che sia stato l'altro la causa dell'errore), e condannata ad una lunga pena detentiva, da anni ha fatto perdere le sue tracce. 
Dall'altra l'adolescente Hendrik che i due protagonisti si prefiggono di salvare – ultima propaggine e colpo di coda della lotta intrapresa in passato - dal tik, la famosa, potente amfetamina ricavata da un mollusco, una delle tante piaghe sociali dell'Africa contemporanea. E anche qui, lo scollamento tra ideale e realtà è in agguato, poiché alle (buone) intenzioni di Mulder e Donald fa da contrappeso la riottosità del giovane tossicodipendente (fino all'inevitabile conclusione) nonché la deflagrante maldicenza del vicinato e della popolazione locale che legge nell'interesse dei due uomini verso il ragazzo una cura viziosa ammantata di perversità. 

Van Dis è giornalista e come tale affronta la materia letteraria: fraseggio limpido ed essenziale, aggettivazione ridotta all'osso, paratassi - queste le caratteristiche stilistiche dell'opera che pur nella sua fondamentale impronta narrativa mantiene intatto lo spunto redazionale che la caratterizza fin dal principio, anche dal punto di vista strutturale. L'autore infatti ha come fine ultimo e ben chiaro l'obbedienza non tanto ad una struttura circolare quanto a quel carattere intrinseco del reportage che sta nel porre domande ed aprire questioni, piuttosto che chiuderle in un finale auto-conclusivo, tipico della narrativa tradizionale. In questo senso anzi vanno letti i personaggi della “fiction-Tradimento”, come meri strumenti di cui l'autore si serve per risvegliare, attraverso un reportage che non è solo esterno, ma anche “interno” (un viaggio nella memoria, intima e personale, e dell'autore, e dei suoi personaggi, ma anche in quella collettiva di un Paese in continua evoluzione e cambiamento), l'interesse del proprio pubblico nei confronti di un tema sociale e politico che da molti anni oramai non è più al centro dell'interesse internazionale ma che continua ad avere un peso notevole all'interno del sistema-mondo contemporaneo.

Buona lettura :)

sabato 11 maggio 2013

"I doni della vita" - "I falò dell'autunno", di Irene Némirovsky


Più riguardo a I falò dell'autunno Più riguardo a I doni della vita   Per far fronte alle spese sempre ingenti, tra la prima e la seconda metà del 1941 Irene Némirovsky si rivolge nuovamente a Horace de Carbuccia, Chief Executive della rivista “Gringoire” (“Una banderuola dal punto di vista ideologico ma un genio della carta stampata” - OPhilipponat / PLienhardt “La vita di Irène Nemirovsky”, Adelphi 2010 p340), proponendogli alcuni racconti inediti, tra i quali spicca “Les Biens de ce Monde”. Racconto che Carbuccia, naso fino, occhio lungo e affetto profondo per la scrittrice, si impegna a pubblicare, a puntate, sulla sua rivista: “un romanzo inedito scritto da una giovane donna” (di cui viene naturalmente mantenuto l'anonimato) recita la presentazione del feuilleton

Risultato: le vicende di Pierre Hardelot, giovane erede designato delle omonime cartiere, tengono in scacco centinaia di lettori per ben 30 capitoli, dal 10 Aprile al 20 Giugno. 
La famiglia Hardelot incarna perfettamente l'iconografia classica della media borghesia francese tipica della Belle Epoque: la saga familiare, incentrata su Paul e sua moglie Agnes, sposata per altro contro la volontà dei parenti poiché appartenente al ceto medio, prende il via negli anni appena precedenti il primo conflitto mondiale, termina con l'occupazione della Francia ad opera dei Tedeschi e si snoda epica, sciorinando una serie infinita di protagonisti e comprimari, attraversando trent'anni della storia francese tra nascite, matrimoni, funerali, guerre, sorti avverse ma anche favorevoli. “Les Biens de ce Monde è il grande classico di Irene Némirovsky, nel quale l'autrice svela quale sia il segreto della Francia: la solidità a prova di bomba della borghesia provinciale, che non si lascia mai abbattere e affronta con coraggio la sorte” (op cit p358)

L'opera non sottende né lo spessore né l'impegno politico / sociale di altri racconti ma funziona perché, nella sua mole dettata in primis, per altro, dalle mere questioni economiche che tanto assillavano l'autrice, risulta un'epopea estremamente accattivante per il pubblico specie per le decine di personaggi presenti e ben contestualizzati nella realtà contemporanea, tecnica che permette un meccanismo di immedesimazione quasi perfetto. 

Incoraggiata quindi dal buon esito del romanzo, INémirovsky affronta subito una nuova saga familiare, che andrà a coprire il periodo delle due guerre fino al 1941: “Les Feux de l'automne”. 
Non si tratta, tuttavia, di opere gemelle e neppure di un tentativo meramente commerciale volto a “cavalcare l'onda”. Anzi. 

Nel 1914 il giovane e promettente Bernard Jacquelin, appartenente ad una famiglia parigina della piccola borghesia, spinto dal fervore patriottico si arruola nell'esercito e parte per la guerra. Quattro anni di trincea, tuttavia, lo trasformeranno in uno sciacallo cinico ed arrivista al soldo di un vecchio amico di famiglia, Raymond Détang, ora divenuto potente imprenditore, abile finanziere e influente politico senza scrupoli. Se in “Les Biens de ce Monde” INémirovsky celebrava la forza di una certa classe sociale che aveva avuto (e avrebbe dovuto avere, agli occhi della scrittrice) il merito e il dovere di fungere da “collante” per la società, al contrario nell' “Les Feux de l'automne” la scrittrice non fa mistero delle sue disillusioni: la Belle Epoque si è definitivamente conclusa (nel peggiore dei modi) e la guerra, (con il suo “culto ipocrita del sacrificio predicato dal pulpito" - op cit p379) non ha fatto altro che creare una nuova razza di giovani disillusi, attratti solamente (dopo anni passati in trincea a offrire la propria vita ad una Patria che mal li ha ricompensati) dal denaro facile e dal mondo corrotto dei piaceri, terra di avidi politici, faccendieri meschini e amori prezzolati. 

Eppure, all'Irene e al suo inguaribile ottimismo dovremmo essere ormai abituati. “Les Feux de l'automne” non è certo “un romanzo della rassegnazione” (op cit p384). La vecchia nonna, la signora Pain, la notte prima di morire sogna se stessa; cammina in mezzo ad un campo, tenendo per mano la nipote: “Vedi – le diceva – sono i fuochi dell'autunno che purificano la terra e la preparano per nuove sementi” (II, 9). 

Insomma, Irene Némirovsky ancora una volta ci stupisce per la sua profonda umanità, tanto più apprezzabile quanto più difficile da sostenere: “Accettò con falsa umiltà il bicchiere di acqua di Vichy che le offriva Thérèse e, non appena questa le voltò le spalle, scese dal letto, aprì la finestra e gettò il contenuto giù in cortile” (II, 9) 

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Irene Némirovsky non ebbe mai la soddisfazione di vedere pubblicati questi due romanzi: “Les Biens de ce Monde” uscirà in edizione integrale nel 1947.  Dieci anni di attesa in più toccheranno a “Les Feux de l'automne” (prima ed. 1957).

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Nota a margine: si è scelto di identificare le due opere oltre che con le consuete etichette anche con la tag #booksformums sia per via dei contenuti sia per la forma. La sensibilità di Irene Némirovsky nei confronti dei temi legati alla maternità è evidente, manifesta e soprattutto reca con sé elementi di profonda attualità. Per quanto riguarda la forma, il carattere intrinseco del feuilleton favorisce una lettura agile, di largo respiro, che non viene penalizzata ma semmai esaltata da una cadenza temporale lunga e inframmezzata dalle pause tipiche che il genere letterario porta inevitabilmente con sè. 

Buona lettura :)