Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

venerdì 28 ottobre 2011

"Re di bastoni, in piedi", di Francesca Battistella

More about Re di bastoni, in piedi L’italiano regionale è il paese dei balocchi. Abracadabra.

L’uso regionale delle forme, grammaticali e sintattiche, porta all’esemplificazione di una varietà d’uso che pochi raffronti ha con la letteratura di altri Paesi europei.
Si parla sia di strutture grammaticali intrinseche alla locuzione, e quindi spesso neppure così mediate dalla consapevolezza metodologica (struttura paratattica, utlizzo della relativa), sia di lessico a bassa distanza strutturale con le forme più piene del dialetto, che nell’italiano regionale vengono smussate della loro crudezza espositiva - attraverso il confronto quotidiano con la lingua italiana - mantenendo tuttavia il significato pregnante dell’espressione dialettale.

L’italiano regionale è la lingua dei profumi e dei sapori. E’ la lingua della nostra arte culinaria, fatta di ingredienti e materie che tutto il mondo ci invidia. Verdure, frutta, farine, pane, olio, formaggi, introdotti con arte subito al principio del racconto, così da permeare poi - come il profumo del ragù della domenica preparato da mamma, che senti già dal letto, quando ti svegli - tutte le pagine della narrazione.

“Fritto misto all’italiana” (zucchine tagliate finissime, fiori delle medesime, pezzettini di ricotta secca, bocconcini di mozzarella – pastella, uovo, farina e pan grattato – pag 50)
“Verso le due sedettero a pranzo (…). (…) servì la minestra maritata e le salsicce con i friarielli, belli amari e in stagione” (pag 85)
“(…) servì uno splendido babà al rum fatto con le sue mani e mise una bottiglia di limoncello ghiacciata al centro della tavola” (pag 137)
“(…) poi arrivarono le tracchiolelle al sugo spesso e le scarole all’agro” (pag 204)

Ma è anche la lingua della della festa rurale, della tradizione del racconto orale, della leggenda e della superstizione religiosa, di cui le carte sono l’emblema.
“(…) girava voce che la proprietaria, una certa signora Cecere, fosse molto brava a fare le carte. Subito le donne di famiglia si erano agitate (…). (…) sarà una vecchia megera – aveva commentato girando lo sguardo all’intorno – già me li immagino tutti e due in quella specie di antro della Sibilla. E poi, agitando le mani nell’aria: abracadabra! aveva esclamato, suscitando ilarità” (pag 193-194)

E’ su questo terreno fertile che nasce e si sviluppa la vicenda di Maria Consiglia Cecere, che ha il merito della linearità del giallo ben congeniato e della rappresentazione corale.
Maricò, la protagonista, si muove in un teatro tutto suo, un’umanità varia composta di una vecchia zia secca, incanutita e saggia (e qualche curioso scheletro nell’armadio), tre pensionanti, zitelle e arrapate (jeans aderenti cacciati su a forza, a coprire girocoscia da salumeria, vestiti neri di pizzo e crinoline al sapor di naftalina), un affittuario trapiantato dal lontano Nord (per la serie, al Sud piangi due volte, quando arrivi e quando parti), tutto borbottii, Corriere della Sera e vocali aperte; la sorella Fausta, regina indiscussa della scenata napoletana, col marito Gennaro e i quattro figli maschi, Cavalieri dell’Apocalisse.
E poi, prinicipi caduti in disgrazia, uomini di fatica, portieri, cuoche, fantesche, in una girandola senza capo né coda di voci, colori, profumi, pietanze. Per non dimenticare tutti coloro che non ci sono più ma che in qualche modo vivono ancora con noi: don Cecè e i suoi quaderni sgualciti e forieri di sventura; donna Serena, passata a miglior vita dopo lunga malattia, che ritroviamo, spirito gentile e delicato, nel blu ceramica delle tazzine del caffè e nella cotone inamidato, oramai un po’ liso ai bordi, delle salviette da bagno; e nelle visioni notturne di Maria Consiglia.

Non può mancare poi il Bello che Non Balla, lui, il poliziotto senza macchia e senza paura, il figurino che così tanto, che dite?, somiglia a Rodolfo Valentino.
E non può mancare nemmeno, come in tutti i gialli che si rispettino, il vero Cattivo

Perché ci sono cattivi di molte fogge e misure: c’è il tirapiedi del tirapiedi, sempre pronto al voltafaccia, viscido e grassoccio, la faccia pingue e il colorito giallastro, che tanto parla ma nulla stringe. C’è il furbetto azzimato, il politico corrotto, l’immobiliarista senza scrupoli.
E, alla fine, c’è pure quello di cui devi avere, davvero, paura. E’ il male nella sua accezione più pura: ambiguità, buio, ombra, freddo. Assassinio, violenza, sangue, tortura, morte.
Il Male pefetto crogiola nella sua malvagità assoluta vagando nella penombra di stanze che profumano di legno e mobilia di pregio. Avvolto in caldi completi di antica e rinomata tradizione sartoriale, cena con pietanze sofisticate, degne della migliore arte culinaria regionale.
Si circonda, per convenienza, dei peggiori malavitosi, a sue volte vittime sacrificali della sua cupidigia, lussuria, lascivia.
E di scheletro nell’armadio, quel Male lì, ne ha uno vero, altro che i colpi di testa amoroso-adolescenziali di zia Concetta; è uno scheletrino minuscolo, di bambino, che riposa laggiù, in cantina, murato nell’umida muffa del cemento e del laterizio.

“Re di Bastoni, in piedi” è una di quelle storie da raccontare ai bambini, alla fine di un lungo pranzo domenicale, quando fuori comincia a far buio; sul tavolo, bottiglie di vino dolce finite per metà, biscotti, zucchero, briciole e tovaglioli ripiegati alla meglio. Dal tinello, il volume basso del televisore, sintonizzato sulle partite di serie A.
Perché c’è tutto: la protagonista, l’eroe, il lupo cattivo, l’orrore della morte, la speranza. Ma c’è anche la verità del reale: un’Italia bella e sofferente; viva e concreta, in perenne mutamento, come la sua lingua. Magia.

NB: per approfondimenti rimandiamo i lettori che hanno avuto la pazienza di seguirci fino a qui all’Iliade Napoletana, che tanto ci ha appassiona (a breve, arriverà qualche nota sul terzo, conclusivo volume). A testimoniare la vitalità, e la compresenza di tematiche linguistiche e di soggetto, che caratterizzano tanta parte della letteratura italiana di oggi. 

domenica 9 ottobre 2011

"Leielui", di Andrea De Carlo

More about Leielui Ovvero, appunti sparsi per una lettura da geek.
  • E’ che con De Carlo è una battaglia persa in partenza: te ne devi fare una ragione, sperando che ti prenda bene al primo colpo. Se no, so’ cavoli.
Dai primi capoversi puoi decidere che te’ deve pijià er trip della lettura veloce e continua: ti pare cosa buona&giusta, visti i titoli, lo spazio temporale ristretto in cui si svolge l’azione, il periodare contrappuntistico che hai intravisto tra gli incipit, la fruizione del testo; tutte quelle cose lì.
Però poi succede che a metà strada il testo rallenta, interrotto da intere sequenze dialogo-dilogo. Così a mano a mano ti accorgi, piccolo brivido e sorriso ebete alla Vispa Teresa, che qualcosa non torna.
E’ che Sei andato troppo veloce. Sicché, clamorosamente, ti sei perso dei pezzi; no peggio, la trama è ancora lì bella strutturata, non è quello il problema. Il problema sta in tutte quelle robe decarliane, sensazioni, ricordi, immagini, blabla, che non hai proprio raccolto.
Solo che hai voglia a tornare indietro adesso, visto che De Carlo è uno di quelli one-way: o te lo leggi bene la prima volta, o via, finito, fumato per sempre, the end e tanti saluti all’effetto sorpresa (sempre che di effetto sorpresa si voglia parlare, su un De Carlo diciamo, ma ne discuteremo più avanti). Così allora, memore della sòla di cui sopra che ti sei beccato, diciamo, con la lettura di Durante, stavolta ti armi di impegno convinto; maniche arrotolate, occhiali e piglio da duro, sfoderi una pazienza da letterato che neanche su un incunabolo del ‘500 e ti metti lì, a conservare le parole, a centellinarle con dovizia, a vivisezionarle, roba che alla Temperance “Bones” je fai un baffo. Lettura lenta, scrupolosa, frazionata, accurata, da filologo incallito e, diciamocelo, pure un po’ geek. Mai avessi scelto strada peggiore. Arrivi ai dialoghi impreparato, in carenza di ossigeno, e quelli ti si rovesciano addosso troppo veloci, tutto d’un fiato, creando quell’effetto-sceneggiatura del “dice / non dice” che ti sfalsa la comprensione del testo e ti fa gridare allo scandalo. Sacrableu! E quindi? E quindi niente.

Il perché di questa digressione/riflessione.
Perché significa porre in qualche modo le premesse per una lettura critica che nel caso di De Carlo, a parer nostro s’intende, non può dirsi tale se non ricondotta all’estrema analisi del testo, del linguaggio e delle modalità di lettura. Perché tanta parte del “meraviglioso” o dell’ “orribile” con cui anche sul web ci si dichiara pro o contro l’ultima fatica decarliana è dovuta, a nostro avviso, proprio alle modalità di fruizione del testo. E’ facile scivolare sul De Carlo, insomma, basta poco perché si sta sempre appesi a un filo – analisi del testo a far da riflesso puro, vivido, evidente, al contenuto.
  • Detto questo, arriviamo a un breve appunto sulla presunta “originalità” del testo su cui tanto si dibatte. Il personaggio maschile di ADC difficilmente potrebbe essere “originale” in senso stretto. Questo perché De Carlo dipinge il suo tempo e ciò che, nel bene e nel male, lo rappresenta. E così ci ritroviamo tra le mani il classico quarantenne belloccio all’apparenza inconcludente, svogliato, mal assortito, dimentico delle responsabilità della vita adulta - una vaga aria presuntuoso/arrogante che salta al naso. Dall’altra, tutta la serie di figurette belle in fila, soldatini della modernità: Stefano, lui, il Sicuro, il Mai Indeciso, l’Uomo che Tutto Sa, dopobarba di marca e boxer inamidati. Peccato che sia solo scena, ma fa niente. E, detto tra noi, neppure Claire, e l’armata brancaleone delle “colleghe” comprimarie, ci fanno una bella figura. Lavoro sì, lavoro no, figli si, figli no, matrimonio sì, matrimonio no… (aho’, ‘a Ccchiara, datte ‘na mossa che stamo a fa’ notte) . Ma così è. Sia nel libro, sia ogni mattina in metropolitana.
  • Un ultima nota. La Milano di De Carlo. C’è che è sempre bella, anche nella sua bruttezza cementifera. E’ bella nel sole torrido e irrespirabile di agosto, è bella a Novembre sotto la pioggia, è bella quando nevica, è bella, di manzoniana memoria, quando il cielo è blu. E questo De Carlo secondo noi lo sa, se no non ci prenderebbe così tanto impegno nel descriverla. La liquiderebbe in due parole, via, nel cassetto, dimenticata, come tutte le cose non-interessanti. E’ che Milano ti fa fare quello che vuole lei (come De Carlo con la lettura).
Conclusione di questo post inconcludente. L’uomo ondeggia. Di qui, di là; tra paure, improvvise consapevolezze, indecisioni, timori, incertezze, città nuove in cui ricominciare, luoghi del passato da ricordare, da dimenticare, da ritrovare; alla costante ricerca di una chiave di lettura per la realtà che lo circonda (lettura veloce, lenta, frazionata, continua… istintiva, mediata… chi lo sa). D’altra parte, questo esperimento di metatesto l’ha fatto pure Viola Di Grado, no? Con tutte le differenze del caso, ovviamente. 
Via, alla fine consentiteci una citazione da classicisti – quel gran furbone di Seneca mica ci era andato tanto lontano, a rifletterci sopra.

venerdì 16 settembre 2011

"Il vino della solitudine", di Irène Némirovsky

More about Il vino della solitudineE’ che leggi l’Irene, poi guardi i tuoi figli e le domande si sprecano.
Non ti sembra possibile che in Helene, una bambina così minuta, uccellino dall’aria smarrita tra chiffon e percalle inamidato, alberghi una creatura tanto violenta nell’odio e nell’ira, unghiette limate lunghe e guance morbide congestionate dal risentimento. Ti prende alla gola la paura di aver sbagliato qualcosa (sicuro, che hai sbagliato qualcosa), una sensazione di colpa e vergogna nei riguardi di un futuro incerto (chissà cosa sarà di loro | mi ameranno ancora | riuscirò ad amarli ancora), malmesso, inconfutabile.

Questa Irene ci ha ricordato da vicino un’altra saga familiare, quella raccontata da Rosetta Loy nel suo “Cioccolata da Hanselmann”. Le stesse bambine curate nell’educazione e nel vestito, lingue straniere mandate a memoria alla perfezione, istitutrici private, tate e badanti; maglioni di lana pesante, neve, paesaggi lunari e grandi case abbandonate dalla guerra e dal destino, tra ricchezze e sentimenti nascosti, perduti, sperperati.
Ma non solo.
Helene, con l’innocenza crudele tipica di certe infanzie negate e l’ingenuità propria dei bambini sperduti e MAL-educati, distrugge in un sol colpo e senza quasi rendersene conto (via, uno schiocco di dita) la vita di un’intera famiglia. Al pari dell’Antoinette protagonista de “Il ballo”, che non per nulla è un’altra delle più autobiografiche opere dell’Irene.
Le due ragazze, con un gesto banale, forse neppure così premeditato, sovvertono il destino di due famiglie, decretandone la rovina: Antoinette, in un moto di stizza per essere stata abbandonata non solo dalla madre, ma anche dalla bambinaia, getta nel fiume il pacchetto degli inviti al ballo, dando il via ad una serie di reazioni a catena tanto inarrestabili quanto irrimediabili.
Helene, confidando appieno nella sua fresca, adoloscenziale bellezza, per ripicca sottrae il giovane amante alla madre Bella (sic!), che per così tanti anni ha ignorato - con dovizia di impegno e gran profusione di energie - le responsabilità genitoriali.

Trasformandosi da bambina goffa e indesiderata a perfetta femme fatale secondo la più classica delle iconografie Belle Epoque, Helene in pieno delirio di onnipotenza distrugge oltre che la psiche di sua madre, già fragile di suo, anche tutta una serie di delicatissimi, sotterranei equilibri familiari (“lei, lui, l’altro”) che a lei, bambina sofferente e dimenticata (Chi vuoi che si curi dei bambini, Helene – le dice un giorno Max, l’amante della madre), neppure erano evidenti.
Antoinette, gettando i cartoncini degli inviti nel fiume disgrega pezzo per pezzo quello status sociale così faticosamente costruito dalla sua famiglia: ricordate, la madre di Antoinette, popolana di bassa lega, riscattatasi con il matrimonio, alla ricerca dell’affermazione sociale?

Ci troviamo di fronte ad una delle opere dell’Irene ancora macchiate dall’idea forte del melodramma sentimentale. Bella è caricatura di se stessa, trucco pesante, amori incondizionati, ricchezze estreme e altrettante, repentine, cadute. Gli uomini sono creature di sfondo, cupe ed enigmatiche.
Il padre di Helene è l’uomo d’affari per antonomasia; brucia di passione (un David Golder appena abbozzato) più che per il denaro in sé, per il momento del rischio, dell’acquisto, della perdita; tormento ed ebbrezza per il gioco d’azzardo, per l’imprevisto, per la vita nomade del viaggiatore e dell’esule. Disprezzo per le belle cose, per la pace dell’animo, per la famiglia tradizionale, per la vita tranquilla.
Max, il giovane amante di Belle, incarna all’opposto la figura del giovane aristocratico ricco e flemmatico. Poca ambizione, giornate lunghe da occupare con gite in macchina, donne, feste e conversazioni infinite, musica e balli, tormenti amorosi.

L’Irene, con gli anni a venire, affinerà la tecnica modellando personaggi sempre più complessi, che riuscirà a liberare dai vincoli del topos narrativo donando loro mille sfaccettature grazie alle quali sarà in grado di esplicitare appieno la completezza del reale.
Qualcosa però c’è, presente e vivo tra le pieghe di una scrittura giovane ma corposa e curata; un qualcosa che già spiega, in parte se non del tutto, la fiducia incrollabile che Irene Nemirovsky ripone nella risoluzione pacifica del conflitto bellico e della questione ebraica: se Irene Nemirovsky nelle sue opere affronta le luci, e soprattutto le ombre, delle esistenze di ogni suo singolo personaggio - comprese quelle di una se stessa bambina – comprendendone le sorti alla luce di una pietas fortissima, tutta latina, come può non assolvere anche un supremo dittatore, nella speranza, mai sopita finanche nel momento dell'esito finale, di una improbabile, ma pur possibile, redenzione? 

sabato 3 settembre 2011

"Nel bosco", di Tana French

More about Nel bosco More about La somiglianza More about I luoghi infedeli In vacanza abbiamo scoperto Tana French. Che beh, non ce ne vogliate ma ha preso un po’ (non TUTTO, ché al cuor non si comanda) di quel posto che era riservato a Patricia Cornwell prima che ci si perdesse sul serio - Kay Scarpetta nell’asetticità banale di una narrazione in terza persona e noi tra le questioni sentimentali Benton/Lucy/Marino che Beautiful in confronto è solo l’apoteosi di una cotta liceale lei, lui, l’altra. Anyway. 


Nulla da segnalare, se non godersi lo spettacolo senza troppe paranoie. Atmosfere da brivido, profumo di sigaretta, cappotti di lana umidi di pioggia, mistero fitto, poliziotti buoni e poliziotti cattivi, delinquenti, assassini e quell’aria tutta dublinese che solo a descriverla, se non sei bravo, ne perdi per lo meno la metà. E soprattutto, l’Essere Umano. Dopo tanta extracorporeità da fenomeno paranormale (vampiri, licantropi, angeli e affini), finalmente gli Uomini. Soli, nell’essenza inalienabile di corpo e mente: belli, brutti, giovani, vecchi. Sposati, single, con figli, senza figli. Buoni, altruisti, empatici, egoisti, cattivi, assassini, fuori di testa. Eppure, sempre uomini, nella quotidianità di un confronto, impari, con le gioie, ma spesso con i drammi, dell’esistenza.