Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

lunedì 29 novembre 2010

"Tangenziali - due viandanti ai bordi della città", di Gianni Biondillo, Michele Monina

More about Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città Allora. Per parlarvi di “Tangenziali” iniziamo da qui: dal “Parco dei Mostri” di Bomarzo (ma a noi piace di più quando se ne parla come del “Sacro Bosco di Bomarzo”).
E’ l’immagine tra le tante suggerite dallo scrittore-architetto Gianni Biondillo che più ci ha colpito, per intensità e significato. Del perché, verrà in seguito.

L’approccio a “Tangenziali” non può prescindere neppure da un altro strumento, da noi utilizzato di rado, ovverosia quello della citazione. Faremo i bravi questa volta, e ci proveremo, con le dovute attenzioni, perché scrittura, arte visiva, udito e memoria sono un tutt’uno nell’analisi di questo testo che è racconto di viaggio, ma anche letteratura, trattato, saggistica. Ovvero, Psicogeografia.

Nel particolare, parliamo della Tangenziale di Milano – no, meglio, dellE Tangenziali, che poi, alla fine, non si capisce neanche quante siano, e SE esistano davvero. Aggiungiamo due individui dall’aspetto inquietante (un architetto che fa lo scrittore e uno scrittore a metà strada tra la musica e le lettere), il caldo torrido dell’estate milanese e una macchina fotografica, ed eccoci qui. Tutto, rigorosamente, a piedi, per un controcanto a due e pitture macchiaiole di mondi, e microcosmi.

Per darvi un’idea della questione, iniziamo da pagina 41 (M Monina), con il paragrafo illuminante sulla psicogeografia e il nostro caro Ballard come precursore per metodo e analisi: “isolamento umano”, “rapporto con le macchine”, “alienazione”, “condomini come metafora della società, autostrade come metafora della vita, aeroporti come non luoghi” e “topos del non-luogo”.

Verrebbe da sconsigliare la lettura ai Non – Milanesi. E forse è d’uopo. Non per questioni di mero orgoglio meneghino o di presunte superiorità regionali, ma giusto appunto per quello che M Monina ci racconta a pag 177, riferendosi all’approccio letterario di G Biondillo: “le sue pagine trasuderanno amore per questa città molto piu' che le mie” – “e nelle pagine in cui ci sarà odio "riuscirà a essere più incisivo di me"; "un conto è odiare un posto dove sei andato da grande, un conto la città che ha visto da vicino i tuoi primi passi, ma anche le tue prime cadute".

E di rimando G Biondillo, a pag 157: "Milano si è ubriacata di happy hour, di mondanità, si è (piccolo) imborghesita, ha perduto il suo cuore (...) ha dimenticato di essere centro critico, poetico, artistico, e non solo mondano e modaiolo” – che poi riprende il discorso a pag 208 con il “quando è scomparsa Milano” e la breve dissertazione sulla “provincialità della grande firma”.

Vogliamo dire, è questione di comprensione del testo.
La dissertazione sulle ciminiere di Sesto San Giovanni, che avevano tutte i nomi di divinità greche (pag 42). Se non le hai viste alla luce di un tramonto di settembre, quelle ciminiere – o almeno, quelle superstiti – non è che puoi solo così, immaginartele.
Allo stesso modo, non puoi dipingere nei suoi tratti peculiari Via Corelli e la lunga odissea quotidiana verso Palazzo Niemeyer (un viaggio della speranza attraverso il freddo, la neve e l’ignoto – per non parlare del sole torrido di certi micidiali pomeriggi di luglio inoltrato, raggi di luce accecante che ti si piantano negli occhi, bastardi fino in fondo perché scivolano sotto le alette parasole e ti beccano proprio in fondo alla pupilla, moltiplicati a mille grazie alle particelle di polvere depositate sul parabrezza), se sei completamente digiuno dell’argomento (pag. 70, M Monina).

Per non parlare della descrizione puntuale di alcuni (sempre G Biondillo, pag 205) “borghi storici” con "coerenza urbana" da esaltare nella "loro unicità". E poi la Bicocca (pag 233, “milanese molto più di altro”) e Santa Giulia (pag 155). E il Parco della Balossa (che ci fa sorridere, perché ci ricorda nonni e lingue perdute: pag 270, "intima ironia del dire dialettale - quella ironia perduta dai parlanti menghini (Baloss - furbo ma anche coglione)”
Perché tutto questo. Per la sacralità della domus, che a noi latini ci rimane un po’ nel sangue, anche a non volerlo. Ecco il perché del “Sacro Bosco di Bomarzo” che ci ha fatto tanto riflettere. Non lo spieghiamo, lo lasciamo all’arte di G Biondillo, noi non sapremmo davvero fare di meglio.

"Leggere è sempre un percorso, spesso irto, difficoltoso. ci sono libri ai quali mi sono avvicinato dopo un  lungo allenamento. Vette strepitose, monti bianchi, o cordigliere della letteratura. Leggere Joice è come fare mille metri di dislivello al giorno per settimane. Occorre una preparazione fisica, una filosofia adatta per avvicinarsi a certe vette. non bisogna correre, non è mica uno sport , nessuno ti dà una medaglia se arrivi primo. bisogna ascoltare il proprio respiro, regolare il passo, essere ben attrezzati, sapere quando andare e quando fermarsi. viaggiare, fare escursioni, leggere, dunque, hanno la stessa finalità: sono discipline che stimolano percorsi interiori atti all'autocoscienza, riti iniziatici, scavi psicologici che utilizzano strumenti e strategie differenti ma non dissimili" (pag 202)

Le città mutano di contesto e di materiale, a dispetto dei nostri desideri (“caducità dei punti di riferimento”, pag. 79); alcuni luoghi si trasformano, divengono inabitabili, atti ad ospitare potergeist e vecchi spiriti maligni (la casa inabitabile, pag 105). Eppure Milano è sempre Milano, è ciò che la rende tale sono la terra a margine (“il territorio disprezzato, pag 128), le case popolari (pag 263), i quartieri dormitorio, la natura manipolata dall’uomo e per l’uomo (la questione del landscape – “santo, madonna o condottiero” pag. 158). Alla ricerca di una verità sempre perduta e ritrovata, e poi dimenticata di nuovo in un circolo continuo di rimandi, ricordi, ed... epifanie: “il varco della tangenziale, e l'epifania perduta, "la verità troppo rumorosa, troppo caotica, troppo oltreumana" (G Biondillo, pag 271).

E poi, come non amarli, questi due viaggiatori del nostro tempo, che cinguettano a piene corde vocali sulle ragazze milanesi e su quella loro "tradizione tutta meneghina dell’humanitas borromaica" (G Biondillo). Adulatori maliziosi, ci hanno conquistato senza fatica, a pagina 56, perché noi ragazze di Città abbiamo il cuore perso, e facile all’emozione.

mercoledì 27 ottobre 2010

Consigli per la lettura numero 3: “Yo-oh-oh e una bottiglia di rum”. Parte prima.

Nota a margine: pieno diritto del lettore quello di saltare l’introduzione personale alla questione (esageratamente prolissa).
Per farlo, si clicchi qui: “non ci interessa il background” e andrete direttamente all’analisi di quel che vogliamo proporvi.

La storia inizia qui, da una credenza di poco conto abbandonata nel garage. Twitterando, Del Demone Celeste, ovvero, quel che, da leggere, ti capita tra le mani per caso, come un TESORO di pirati nascosto in una vecchia cassa umida e polverosa.

Una vecchia parente, acquisita da parte di cognato materno e passata a miglior vita oramai un decennio fa, di famiglia ricca e di origine avvocatesca, aveva la fissa per i club di lettura, che frequentò con soddisfazione e gloria personale dagli 82 ai 101 (perché dai 50 agli 80 si era dedicata con sfarzo ad altre attività ludiche, quali gite in montagna, sci di fondo, scampagnate domenicali in collina, decoupage, ikebana, cucina etnica e, last but not least, collezione di opere d’arte pittorica).
Si diceva. Assieme a giovani pulzelle tali quali a lei si ritrovava, una volta a settimana, a casa dell’una o dell’altra, un pomeriggio di tè e vassoi di confectioneries serviti dalla domestica, per commentare i libri assegnati e letti di volta in volta.
Di tutto questo fulgore di cristalli e tintinnii di preziosi alle orecchie, a noi, parenti lontani non è rimasto – e non è mai pervenuto altro, né ante, né post mortem, – che qualche scatolone pieno zeppo di libri.
Magra eredità, si potrebbe pensare. E invece no, e ora vi spiego il perché.
In parte si trattava di libri usati, che una parente di mia mamma era solita prendere a prestito dalla libreria per dare senso a interminabili e noiosissimi pomeriggi estivi che si trovava a condividere con la signora in questione, la governante straniera e i nipoti piccoli (che i vari fratelli usavano lasciare a balia per l’estate) nella famosa casa di campagna di cui la signora era proprietaria.
La signora, di memoria lieve e portafoglio ampio, si curava poco dei suoi possessi letterari e quindi – a meno che non si stesse parlando di edizioni di vero pregio artistico – lasciava che i suoi volumi circolassero liberamente tra parenti, nipoti e appartamenti, più per vaghezza che per filantropia.
Di conseguenza, molte delle sue letture hanno condiviso il destino dei libri prestati e più restituiti, un bookcrossing ante litteram di pagine scambiate, lette, ricordate e poi dimenticate.
Per il resto, si trattava di libri nuovi, tutti regali per le feste di Natale, i compleanni e gli anniversari, consigli per letture di nicchia, poco commerciali, che venivano direttamente dal famigerato club di nonnine chic.
Saggi di arte figurativa, scrittori del nord Europa, all’epoca veramente di avanguardia, design anni ’70.

Sarà, ma io li ricordo con affetto, quei volumi che hanno popolato la mia giovinezza. Parlo soprattutto dei “reminders”. Gli Adelphi colorati di confetto; i Sellerio, con la copertina di carta lavorata, impreziosita da misteriose illustrazioni lisce lisce.
Volumi letti, senza dubbio, ma sempre in ottimo stato, ché la signora non amava la piegatura della costa e le orecchie a modo di segnalibro. E, su tutto, un leggero profumo di borotalco di lavanda. E le note a margine.
Come le adoravo, quelle note.
Al principio, subito in prima pagina, nome, luogo e data, in alto a sinistra, una penna nera dalla mina sottilissima, sempre, per un tratto piccolo e discreto. E poi, quando meno te lo aspettavi, una nota a margine, perduta tra le pagine. Un asterisco, un puntino ricamato più volte, un “vedi pagina”, un punto esclamativo.

Tutto questo per dirvi che “Il canto dell’equipaggio” (Pierre Mac Orlan, Sellerio 1996, a cura di Ispano Roventi) l’ho trovato nel garage della sorella di mamma, in una credenza classe 1970, spostata e aperta per caso. Benché il volume, questa volta, non rechi con sé alcun segno di riconoscimento, sono quasi certa della sua origine, perché, a naso esperto, porta ancora un vago, vaghissimo sentore di lavanda.
E siccome a libro capitato per le mani, come dice il demone Celeste, non si rinuncia, eccoci qui.

Consigli per la lettura numero 3: “Yo-oh-oh e una bottiglia di rum”. Nota a margine

Consigli per la lettura numero 3: “Yo-oh-oh e una bottiglia di rum”. Parte seconda.

Allora. Con “L’isola del tesoro” ci cresci. Con “La vera storia del pirata Long John Silver”, ci rifletti sopra. Con “Moby Dick”, prima ci cresci (sudandoci sopra, sempre se riesci a finirlo alla prima lettura, questione non scontata), poi, a seconda lettura, a decenni di distanza, ti perdi via con l’illuminazione esistenziale. L’ “Odissea” ti trascina in uno zibaldone di questioni irrisolte, dalla filologia classica alla filosofia arcaica.
Se poi ci aggiungi anche “Robinson Crusoe”, fino ad arrivare al Tom Hanks di “Cast away”, allora non puoi più uscirne.
Con “Il canto dell’equipaggio” (Pierre Mac Orlan, 1996 Sellerio - curatore Ispano Roventi *) scopri qualcosa che ti pareva di aver perduto per sempre (e della perdita, non è che proprio te ne fossi reso così conto, così come un profumo che ricordi di aver dimenticato solo quando lo senti di nuovo).

E’ il trionfo della narrazione ipnotica, di ritmo metrico, una storia di mistero e avventura raccontata così come ce le raccontavano da bambini, con tutti i topoi al loro posto.
  • La presentazione dei personaggi, che giacciono languidi in uno stato di calma apparente ed equilibrio instabile: il buono, il cattivo, l’approfittatore, il tontolone di turno, le spalle comiche e tragiche, le donne scaltre e, a far da contrappunto, le servette sciocchine tutte moine e sorrisi – a noi sono venute in mente le tre sorelle fatte in serie della Bella e La Bestia Disneyana, le ragazze della taverna, intendiamo, quelle del “quantoèbravoGaston/quantoèfurboGaston”;
  • il ritrovamento della mappa e, di seguito, l’introduzione del meraviglioso e del fantastico;
  • la preparazione del Viaggio (le vele, l’equipaggio – il capitano dalla barba rossa, l’uomo senza un braccio o con una benda all’occhio, il mozzo di colore, il “cerusico”);
  • le pietre preziose come merce di scambio, i pugnali e le pistole di contrabbando;
  • gli eden tropicali perduti, terre dai colori sgargianti popolate da animali fantastici e uccelli dal piumaggio dorato, iante ricche di frutti maturi, golosi, e forieri di morte e veleno. Ad uso e consumo del pubblico over 18, gli accenni alle femmine procaci, vestite di nulla, la pelle ambrata dal sole e dal mare; gli aromi intensi dei tabacchi profumati e i giardini di palme ombrose, nascosti tra mura arroventate dal sole dei tropici; descrizioni senza luogo e soprattutto senza tempo, in cui la Storia del mondo (ricordiamo, siamo nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale) non va certo di pari passo con il tempo del romanzo, che ci riporta semmai indietro, a secoli precedenti, come se il Tempo, quello vero, tornasse e refluisse in un pensiero di intima circolarità;
  • e poi, ovviamente, l’Avventura. Con la A maiuscola. Quella immaginata, tracciata a pennarello rosso su fogli di carta a quadretti che la mamma ci aveva bruciato ai bordi, coi fiammiferi della cucina.
E last but not least la lingua, l’argot più profondo e misterioso, proprio quello che usavamo da bambini, quel linguaggio tutto nostro creato ad arte con l’amico del cuore e di avventure, un patto di sangue vòlto ad escludere, a priori, chi del nostro gruppo di pirati non faceva parte.

Vi consigliamo, a fine lettura, il bellissimo saggio che funge da prefazione: “La canzone dell’avventura” di Ispano Roventi. Non abbiamo veramente nulla da aggiungere.

- "L'isola del tesoro", Robert L Stevenson, 2009 BUR
- "La vera storia del pirata Long John Silver", Bjorn Larsson, 1998 Iperborea
- "Moby Dick", H Melville, 2004 Mondadori
- "Robinson Crusoe", D Defoe, 2003 Mondadori


* NB: purtroppo l'immagine della copertina di "Il canto dell'equipaggio" non è disponibile su Anobii. Siccome siamo un po' ligi con i copyrights, non la peschiamo da altre fonti non accreditate.