Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

martedì 17 agosto 2010

"Due", di Irene Némirovsky

More about Due In un’epoca in cui di Urban Fantasy non si parlava ancora - e neppure la si sognava – ecco qui un bel ritratto multiplo, e ante litteram, di Isabella Swan Cullen. O almeno, così pare, per ora. Perché tiriamo in ballo Twilight (aridaje, ne parlino bene, ne parlino male, basta che ne parlino) - che poi, per altro, non è che noi si sia particolarmente contro la questione Cullen: parte della critica, soprattutto sul web sostiene, secondo noi a ragione, che la validità del fenomeno risieda nella capacità che ha avuto il libro (Holliwood a parte) di suscitare riflessioni e stimolare la querelle del pro e del contro.
Quindi – morale della storia - ne parliamo.

Dicevamo. In senso lato, l’adolescenza & i suoi tormenti. La malinconia del crescere, le strade che porteranno al domani - un futuro indistinto e remoto, creato (oppure subìto) grazie a (o a causa di) scelte spesso definitive che, essendo tali, precludono altre possibilità che sondate non lo saranno mai.

E’ curioso il parallelismo con Bella Swan. Bella immagina, fantastica sul suo futuro, ama, con le profondità del cuore e della mente così come soltanto un adolescente sa fare, agisce in maniera avventata. Faccia bene, faccia male, è questione da considerare in altra sede.
La differenza con Marianne “Marion”e Antoine? Nessuna. Per ora.
E quindi? Ora ci arriviamo.

Viene da domandarci che fine abbia fatto la nostra realtà contemporanea, se per mettere in scena i tormenti dell’adolescenza, che fanno indiscutibilmente parte del nostro vissuto, abbiamo bisogno oggi di una novella di urban fantasy (come è Twilight) o di personaggi al limite del vissuto normale, quotidiano, sperimentato dai più, come possono essere, poniamo, eroine vittime di autismo, droghe, alcool, infanzia difficile, situazioni al limite, oppure ragazzine superdotate dal QI superiore alla media.
Perché l’irene ci riesce, invece? A scrivere di realtà basandosi solo su ciò che vede – e da dire poi, il suo mondo era sicuramente più ristretto del nostro – e che sperimenta intorno a sé, e noi, ce la facciamo un po’ meno? Un punto su cui riflettere – noi per primi, ancora il dilemma non l’abbiamo risolto, quindi, via libera al commento selvaggio (e all'insulto, se lo ritenete opportuno).

Avevamo già sottolineato (a proposito di Jezabel) quella necessità intrinseca propria di ogni personaggio dell’Irene: l’inscindibilità di personaggio e contesto. E qui ci siamo: qual è lo scopo che l’Irene si prefigge. Ancora una volta, la vita all’interno della realtà del mondo. Sarà la realtà stessa, attraverso le gioie, le sofferenze, i dolori; il matrimonio, i figli, il lavoro (prerogativa maschile, questa), le guerre, i lutti, le nascite, la malattia, a plasmare l’uomo e a consegnargli quel bagaglio di esperienze chiamate passato, che formeranno la sua vita.
Tutto il contrario di quanto accade a Bella Swan e ad alcune altre eroine del tempo presente: Bella cerca l’eternità dell’adolescenza, un momento perfetto e irripetibile, congelato in un istante di pura perfezione, fisica e mentale, e poi ripreso e rivissuto per l’eternità – il tutto esemplificato, possiamo concludere trivialmente, dalla dicotomia Edward / Jacob, che della vita, della trasformazione dell’Uomo, del sentimento e della corporeità è il vero esponente.
Da rifletterci.

***

Merito dell’Irene, l’idea di precisa sintesi che offre al lettore – né troppo, né troppo poco. Un equilibrio magico di scritto e taciuto, di verità e sospetti, di parola detta e pensiero intuito, solo immaginato. Ci si domanda quante vite abbia vissuto, l’Irene. Forse due, tre, tutte insieme: la sua incredibile agilità camaleontica la fa uomo d’affari, adolescente ai primi drammi, moglie matura, madre, amante; anziano padre di famiglia, governante, nurse amorevole.
Non avevamo ancora messo a fuoco uno degli aspetti del talento dell’Irene, quello della scrittura su commissione. Spesso si pensa all’ispirazione: un qualcosa che nasce dall’idea del momento, dalla realtà dell’esistenza trasformata nel magico dell’opera letteraria. Ora; a una prima lettura, una differenza tra opere nate dall’ingegno del momento, e successivamente pubblicate, e lavori come dire, commissionati dalla necessità, non è che sia di grande evidenza. Annotiamo l’osservazione a margine e proseguiamo nella lettura integrale dell'Opera, aspettando di confrontarci con la biografia per utili rimandi alla questione.

E’ il primo libro dell’Irene che leggiamo tutto d’un fiato, dal principio alla fine, senza fermarci. Dovevamo fare questo esperimento.
Tempo di lettura, 8 ore. Risultato, un mal di testa feroce.
Ma la lettura continua non ha prezzo. Per tutto il resto, c’è l’Ibuprofene.

lunedì 26 luglio 2010

"Il Direttore Generale", di Bruno Agostini

More about Il direttore generale Ho atteso un po', per parlarvi di questo. In primis, per rispetto verso l'autore. Glielo dovevo perché lui, con le parole, ci sa giocare alla grande. E poi ho dovuto rifletterci sopra, e pure attentamente. Perché ogni libro ha la sua storia, la sua magia, il suo Momento Giusto.

La storia di questo libro parte proprio da qui, dal Web. E lo ringrazio davvero, il Dottor Agostini, intendo, perché senza la sua segnalazione (come dire, un bel consiglio di lettura, un sasso lanciato nello stagno), mai e poi mai ci sarei arrivata, all'Iliade Napoletana. Questo per dire di quanto io sia ancora indietro, sulle "Minori".

L'ho lasciato lì, il libricino, in formato url, segnato a copia incolla sul blocnotes giallo del mac. A decantare, qualche settimana, solitario. Del perché.

"Ah, Agostini?" Mi chiede la signora allo stand della Robini, a Torino - gentilissima. "Posso domandarle come ha conosciuto l'opera?" 
L'avevo tra le mani, un pocket size liscio liscio, con una bella copertina di quelle goduriose, morbide al tatto e al naso. Tanti libricini hanno forma e fogli simili, una morbidezza di pagine di misura inusuale. E lo so, come si comportano, lo si capisce a priori. A mano a mano che la lettura procede, pagina dopo pagina si piegano, da destra verso sinistra. Paiono sfaldarsi, ma non è così. Rimangono uniti e compatti, sciupati dalla loro essenza di libri letti, pasticciati, rovinati dal tram, dalla sabbia del mare, dal vento che soffia sul terrazzo in una sera di temporale.

Cerco di spiegarle - alla signora, dico - la metafisica di Anobii. I messaggi in bottiglia, i contatti con gli Autori. Mi trovo a balbettare qualcosa di poco consistente, a cui lei risponde con un sorriso che non è di circostanza (forse forse, vedi che ne sa più di me, a proposito del Grande Demone Celeste dei libri capitati in mano per caso. Ma non glielo chiedo, per pudore).
Cerco di spiegarle la famosa questione del cercare i libri sui banchi delle esposizioni. Del fatto che per acquistare il titolo di cui in oggetto, io abbia aspettato due mesi e mezzo e un viaggio a Torino.

I libri che profumano, a me piacciono. Intendo, quelli che profumano davvero, non quelli che ti piazzano lì due ricette da leccarsi le dita e poi ci girano intorno cercando di costruirci qualcosa sopra. Questo qui profuma di percoche macerate nel Greco di Tufo; di malvarose; di cotoletta con contorno di peperoni e patate in padella, da mandare giù un boccone per volta assaporando i due sapori senza mescolarli, assieme a un bicchiere di Pere e' Palummo; di friarielli e babà. E' inutile, da qualsiasi parte lo rigiri, ne senti l'odore.

Senti l'odore del mare, della città, mille storie di persone e luoghi e sapori.

Avevo parlato di Iliade a proposito di Educazione Siberiana:
Lungi dall'essere considerate vicende reali, Iliade e Odissea venivano ascoltate, in parte, per il puro piacere della narrazione (di una potenza enorme, ipnotica, grazie all'uso dell'esametro: una metrica dotata di una purezza stilistica estrema che dava alla narrazione quel ritmo lungo del respiro che ben si adattava alla recitazione, alla riflessione e alla meditazione, ma che, proprio per questa intima circolarità, offriva la possibilità di un distacco totale dall'analisi della forma a favore di una fruizione totale su contenuto), ma anche - si diceva - quale testo didattico e di riflessione morale.
Le divinità dei poemi omerici non sempre corrispondono alla nostra idea di Entità Soprannaturale: accanto a figure mitologiche di grande spessore morale, troviamo anche creature capricciose e vendicative, abituate ad ottenere tutto il richiesto senza porsi troppi problemi in fatto di etica e giustizia.
Allo stesso modo, non tutti i protagonisti (comprimari e non) dei poemi omerici sono cavalieri senza macchia e senza paura: ci si imbatte in animi malvagi, personaggi ambigui e bugiardi, assassini e mentitori di professione. E anche gli eroi veri e propri sono Uomini a tutto tondo, che sbagliano, soffrono, maturano e attraverso questo percorso di vita creano la propria strada e influenzano quella degli altri.

La vita di Elena, così lineare, pura, semplice, ordinata, viene scomposta dal sentimento allo stesso modo in cui il vento sfiora il vaso del geranio sul balcone. Napoli, con la sua  bellezza sanguigna, scompone e sconvolge la percezione che il Direttore Generale ha di se stesso e del mondo che lo circonda.

Qui, su ADC, siamo particolarmente affezionati a Elena e al suo mondo di quotidianità perduta. Forse ci accomuna a lei il senso forte per la terra, per la Casa e per l'amicizia. Aspettiamo di leggerne le sorti, di questa storia d'amore sottile e leggera, eppure così greve.

Credo che la permanenza all'estero abbia donato a B Agostini quella cura tutta particolare per la lingua italiana che abbiamo ritrovato anche - e forse soltanto - in altri italiani "espatriati". Rigore stilistico, attenzione per la sintassi, un vocabolario particolarmente curato che in alcuni casi rievoca un'attenzione al dettaglio proprio di una letteratura di un tempo forse ormai passato, che ancora non risentiva di globalizzazione, tecnologia e prestiti linguistici.

In linguistica (Berruto, per la precisione, 1993a), il repertorio italo-romanzo si definisce come un bilinguismo endogeno a bassa distanza strutturale, e - per non farci mancar nulla - dilalico. Va bene, proviamo a chiarire il punto.  Bilinguismo endogeno perché l'italiano è una lingua che, come oramai poche altre, conserva ancora una dualità visibile e concreta (due sistemi linguistici), quella tra lingua  e dialetto (ovvero, a bassa distanza strutturale, più bassa di quella presente in sistemi bilingui classici) - lingua e dialetto che il 90% degli italiani utilizza in maniera compenetrata, ovvero con dilalìa.

Qui, la presenza del dialetto, di alcune forme meno nobili della lingua, di una sintassi che risente spesso, consapevolmente, di varietà regionali, sono indice di una pluralità e di un ricchezza di espressione che pochi sistemi linguistici oggi possono ancora vantare e di cui dobbiamo andare fieri.

Che dire, Dottor Agostini. La attendiamo con ansia. Vogliamo sapere tutto: cosa ne sarà del nostro Direttore Generale, di Elena e di tutti coloro che hanno partecipato al loro destino. Vogliamo leggere della sua Napoli, che tanto assomiglia alla Bari dell'Avvocato Guerrieri. Curioso, entrambe città del sud Italia, così belle, così forti e vive.

mercoledì 21 luglio 2010

Consigli per la lettura 2: vacanze estive

Per queste vacanze estive, il consiglio è quello di dedicare parte del vostro tempo libero alla Letteratura di viaggio “non convenzionale”: una letteratura che accomuna lo spostamento fisico al viaggio spirituale, intimo, all’interno del sé. Libri in cui i luoghi visitati, con le loro bellezze e i loro misteri, altro non sono se non mezzi per dare inizio – o decidere di terminare - una ricerca interiore e personale, profonda e decisiva.

Ecco i titoli che vi proponiamo:

A. Desai, Viaggio ad Itaca, Einaudi, Milano-Torino 2005 (qui)
P. Bowles, Il tè nel deserto, Feltrinelli, Milano 2006 (qui)
A. Niffenegger, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, AME, Milano 2005 (qui)

Accanto a quella maggiore, oggetto della nostra analisi, possiamo trovare altre sotto-tematiche che accomunano queste tre letture: una tra le tante, il rapporto stridente tra il ruolo della famiglia come cardine per lo sviluppo interiore individuale e quale istituzione fondamentale dell’alta borghesia.
Dalla famiglia di Clare e di Matteo (“Viaggio ad Itaca”), in particolare, ci arriva un quadro disincantato e sempre attuale di come la ricchezza, l’affermazione sociale, la necessità del rispetto delle convenzioni possano in qualche modo minare talvolta la spontaneità, la verità dei sentimenti e gli affetti.
La famiglia, gli affetti, la vita che ognuno di noi ritiene degna di essere vissuta non sono necessariamente ciò che ci circonda ma sono ciò che creiamo con le nostre mani - gli uccelli di carta che Claire crea nel suo laboratorio, la passione di Laila (“Viaggio ad itaca”) per la danza, gli studi non convenzionali intrapresi da Matteo (“Viaggio ad itaca”) per un breve periodo - e che condividiamo con le persone che scegliamo come nostri compagni di viaggio, al di là di ogni convenzione, di ogni regola, di ogni conseguenza.

"Viaggio a Itaca", di Anita Desai - parte terza

More about Viaggio a Itaca

Per la prima parte si veda qui
Per la seconda parte si veda qui

Eccoci a voi con la terza parte del libro, che porterà Sophie e il lettore a riflettere sul senso della famiglia, delle convinzioni profonde e della fede radicata nell’animo di ciascuno.

La vita di Laila è un continuo viaggio. Nata ad Alessandria d’Egitto da padre egiziano e madre francese, comincia a manifestare i primi segni di inquietudine fin da bambina: rimane fuori fino a tardi girovagando per la città, rifiuta gli studi, ha una passione viscerale per la danza e il ballo.
Le similitudini con la vita di Matteo sono evidenti. Mandata a studiare in Francia da alcuni parenti della madre, la ragazza, anziché fare amicizia con le cugine (da notare i provocatori nomi delle due: Yvette e Claudette – del tutto simili, indaffarate a condividere oltre che la medesima stanza, anche le medesime aspirazioni di vita, i medesimi studi, i medesimi svaghi di ragazze facoltose e ben educate, tali e quali alla sorella maggiore di Matteo) utilizza il denaro inviatogli non per gli studi ma per frequentare una scuola di danza.
In uno dei suoi lunghi viaggi di esplorazione attraverso Parigi, scopre per caso un negozio di articoli indiani, e la compagnia di ballo del maestro Krishna. E’ un’illuminazione. Scappa di casa (i genitori e i parenti, a quanto sembra, non avranno più notizie di lei) e impara l’arte del ballo. Viaggerà fino in Italia, dove conoscerà le più influenti dame dell’alta società veneziana. Si spingerà addirittura fino a New York, per approdare alla fine a Bombay. Arrivata in India, lascia Krishna e la compagnia di danza, alla ricerca della vera illuminazione.

La strada percorsa da Laila è molto simile a quella di Matteo. La ragazza, di intelligenza acuta e inquieta, si lascia trasportare completamente dal viaggio, abbandonando il suo passato e il suo presente, incurante delle conseguenze. Alla fine, dopo molte peripezie, dopo aver incontrato saggi veri e fasulli, ecco la sua verità, l’incontro con il maestro maestro Sri Aurobindo.

A noi rimane l’arduo compito di stabilire se Laila e Matteo abbiano incontrato davvero l’illuminazione che cercavano, o se abbiano visto soltanto ciò che con la più drammatica intensità desideravano vedere.

Vorremmo soffermarci da ultimo sul ruolo di Giacomo e Isabel. Già dalle prime pagine capiamo come i due ragazzini siano minati nel profondo dalla vita peregrina a cui sono stati costretti, un continuo errare tra luoghi e affetti. I bambini non hanno punti di riferimento: il padre non è mai vissuto insieme a loro, la madre è in viaggio da tempo.
Isabel cerca di sembrare più grande della sua età, ma allo stesso tempo chiede l’affetto di chi le sta vicino, e si comporta con Giacomo in maniera ambivalente: da una parte, cerca di proteggerlo assumendo il ruolo della madre assente, dall’altra è dispettosa e a tratti crudele, come spesso lo sono i bambini più irrequieti. Isabel è Matteo, e la nonna ne è consapevole. Inquieta e curiosa, irriverente e passionale, non esita a gloriarsi della sua nascita e della sua educazione indiana.
Giacomo invece sembra più tranquillo, ma ribolle nel profondo. Anche se, come Isabel, soffre la vita a casa dei nonni e la loro presenza, è taciturno e sottomesso, introverso e sensibile. Lo troviamo, la prima volta in cui ci viene presentato, seduto in giardino, intento a ricamare un girasole di lana su un cartoncino.
Senza inoltrarsi nei particolari della raffinata analisi psicologica dei due bambini, è evidente come l’autrice si sforzi di indicarli al lettore come le uniche, vere e tangibili conseguenze delle scelte di Matteo e Sophie, che risultano così ancora più colpevoli.
Itaca è Ulisse che torna a casa, è la famiglia di Sophie e di Matteo, sono i loro due bambini. Ma né Matteo né Sophie saranno abbastanza saggi da capire ciò che Itaca vuole significare (pag. 1, la poesia di Constantinos Kavafis che dà il titolo al libro).

L’opera richiede una lettura lenta e accurata, per gustare appieno le dettagliate e complesse sfumature psicologiche sottese ai personaggi descritti. Malgrado le descrizioni particolareggiate che superano in numero i dialoghi, l’attenzione del lettore è sempre viva e il libro scorre fluido. Da leggere con calma e in maniera continuativa, per non rischiare di smarrirsi tra le vicende di Laila, Isabel e Giacomo, Matteo e Sophie, visti gli scarti temporali che le separano.