Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

venerdì 23 agosto 2013

"Niceville", di Carsten Stroud

Più riguardo a Niceville Il 28 settembre 2011, poco meno di due settimane prima dell'annuale kermesse di Francoforte, tutti gli editori presenti all'evento culturale simbolo della “Mainhattan” europea ricevono via email il primo capitolo di un romanzo intitolato “Niceville”, a firma anonima. Il giorno successivo arriva il secondo capitolo, e poi il terzo.
Il passaparola dirompente – perché i tre capitoli sono davvero interessanti - produce una reazione a catena che fa del titolo una delle novità più contese dalle case editrici europee (ma non solo) e il successivo battage pubblicitario (compreso booktrailer e website dedicato) lo rende uno dei casi letterari più commercializzati dell'anno. Mistero anche sull'autore, che si rivela soltanto dopo più di un mese dall'exploit di Francoforte: Carsten Stroud, di natali tedeschi ma residente in Canada, già scrittore, sia da solo sia insieme alla moglie, di racconti e romanzi vincitori di diversi premi letterari.

Gli ingredienti per il successo – o per lo meno, per la creazione di un caso letterario – ci sono tutti, e tutti compresi in quei primi tre capitoli che l'autore aveva circolato con incontestabile abilità e un pizzico di furbizia.
Ci troviamo (pare) di fronte ad un thriller di stampo moderatamente classico. 
Siamo a Niceville (Nic-EVIL-le), tranquilla cittadina del profondo sud degli Stati Uniti. Prati verdi e curati, edifici in stile, antiche famiglie fondatrici (nota a margine, pare in voga ultimamente l'ambientazione urbana circoscritta, una sorta di "camera chiusa" socialmente allargata dentro cui nulla è così come appare). Il detective Nick Kavanaugh, ex militare dell'esercito, coadiuvato da una squadra ben fornita – e ben dettagliata - di colleghi e subalterni indaga sulla sparizione di un ragazzino di dieci anni, Rainey Teague, misteriosamente “svanito” a metà del tragitto tra casa e scuola.
Peccato che le telecamere di sicurezza di un negozio di anticaglie presso la cui vetrina si era intrattenuto alcuni secondi mostrino delle sequenze inquietanti che poco hanno a che fare con un rapimento “da protocollo”. Peggio ancora quando il bambino viene ritrovato dopo alcuni giorni nel cimitero cittadino, vivo ma in stato di shock, sepolto dentro una cripta che appare incongruamente sigillata da decenni.
Un anno dopo, il detective viene chiamato ad indagare su altre due sparizioni che presentano tratti inquietanti perché comuni al caso Teague.
Nel frattempo, due poliziotti corrotti si organizzano per rapinare la filiale di una nota banca nazionale, per un bottino di oltre due milioni di dollari e quattro omicidi a carico. Intanto, dall'altra parte della città il tale Tony Block, marito violento e misogino, appena condannato per stalking nei confronti di moglie e figlia, si appresta a compiere la propria, personale vendetta "against the world".
Tutti avvenimenti soltanto a prima vista scollegati l'uno dall'altro.

CStroud osa quel che pochi hanno tentato - e ancora meno sono gli autori riusciti a colpire nel segno (uno su tutti, SKing) - : ossia mescolare il genere del thriller (sottogenere: poliziesco) con quello dell'horror (sottogenere: ghost story).
Ne risulta un ibrido fortemente instabile, piegato com'è a metà strada tra una risoluzione della trama che passa attraverso la spiegazione logica del reale e la morale comune (nel caso del sottogenere poliziesco impersonata dai tutori della legge e forte di una struttura consecutivamente chiara e riconosciuta), e tra, al contrario, una mescolanza di avvenimenti paranormali che hanno come obiettivo proprio il disallineamento della struttura narrativa di partenza e l'accettazione di ben determinati codici propri della narrativa fantastica.

I puristi di entrambi i generi potrebbero storcere il naso – e l'hanno fatto, visti i giudizi sul web, specie quelli italiani (che sono stati i primi, visto che Longanesi si era aggiudicata per prima i diritti di pubblicazione). Eppure è innegabile l'estrema funzionalità del testo: lineare ed equilibrato, riesce a mantenere sempre alta la tensione senza sacrificare le parti descrittive, strizzando naturalmente più di un occhio alla cinematografia, in puro stile USA. 
Non ultimo il fatto che in certi punti CStroud stupisce per l'acuto senso ironico (la scena del padre ubriaco che sistema in mano al figlio un tosaerba, vista con gli occhi di uno dei protagonisti, è magistrale) e per la profonda (pare) conoscenza di autori e opere, sia letterarie sia cinematografiche, di spy-thriller.

Chiaramente il testo va affrontato senza pretesa di immedesimazione: siamo di fronte a un divertissement estivo, per altro neppure così leggero, data la quantità di rimandi interni e personaggi (nota a margine: munitevi di un taccuino o inviate una email alla casa editrice con preghiera di un summary a inizio testo) cui dovrete prestare la massima attenzione. Eh sì, perché non ve la caverete così, sforzandovi di arrivare alla fine (e ci arriverete, non riuscirete comunque a mollare prima): perché, what a surprise, non stiamo parlando di un romanzo autoconclusivo, ma di una trilogia: il secondo volume, "The Homecoming", è già pronto, e il terzo, "The Departure", in lavorazione.

D'altra parte, chi ci provò a fare il mischione cinematografico, con gran successo, fu Chris Carter, “già” nel 1993. Che dire poi del duo David Linch / Mark Frost? Il tormentone, se ve lo ricordate, è datato 1990.

Buona lettura :)

lunedì 12 agosto 2013

"I Dodici", di Justin Cronin

Più riguardo a I dodici Io ve lo consiglio, il sequel di “The Passage”, semplicemente perché Cronin riesce nell'impresa e sarebbe un peccato perdersela, l'opera di questo dotato discepolo di Stephen King.

Il testo affascina: per impianto narrativo, trama, linguaggio.

Cronin ama immergere il lettore in una orchestrata trama di piani temporali sovrapposti che intreccia e organizza con abilità, guidandolo sapientemente tra rimandi di luoghi, tempi e protagonisti le cui correlazioni tra loro sono o rese subito evidenti o – molto spesso – lasciate in sospeso, affidate all'abilità del fruitore del testo che Cronin rende quindi parte attiva all'interno del processo narrativo.
La tecnica del flashback (e del flashforward) offre la possibilità, sia all'autore, sia al lettore, di gestire lo sviluppo dei personaggi e i conseguenti collegamenti, mentre l'espediente narrativo della narrazione esterna, utilizzata a tratti, attraverso l'inserimento di stralci di finta documentazione ufficiale risalente ad un periodo successivo a quello in cui si sviluppa la narrazione e di piccoli spoiler relativi ai personaggi principali, aiuta il lettore nella gestione della trama distopica creando coinvolgente aspettativa e suspance.

La narrazione trova un suo valido equilibro tra scene di azione ben congegnate e parti descrittive. Queste ultime dimostrano l'inconsueta abilità di uno scrittore evidentemente a proprio agio all'interno di quella sub-parte della narrativa fantascientifica più specificamente apocalittico-distopica che necessita, per mantenere credibilità e struttura, di una parte narrativa forte e particolareggiata, ma equilibrata e strategicamente ben sviluppata: in questo, Cronin ha imparato la lezione, studiando non solo Matheson e McCarthy ma anche il più datato Ballard, creando un mondo distopico dalle caratteristiche concrete e reali, mai eccessive, ridondanti o inutili per l'economia della trama, e per questo coinvolgenti e appaganti per il lettore che non se ne sente infastidito.

I personaggi sono tutti, protagonisti e comprimari, ben delineati e traspare evidente l'attenzione, per non dire il fascino, dell'autore nei confronti della parte negativa rappresentata dai dodici individui, le creature frutto dell'esperimento militare drammaticamente fallito le cui conseguenze devastanti Cronin ha immaginato, e raccontato, nel primo volume. Fascino che non si limita ad un superficiale apprezzamento “cinematografico” ma lo travalica nel nome di un'intima com-passione verso il genere umano e le sue debolezze.

Nota di merito alla traduzione di GL Staffilano: si apprezza perché, mai anonima, rende appieno la dinamicità della narrazione senza perdere in compostezza e varietà, in un crescendo di aggettivazione sempre attenta e puntuale, e fluidità nell'organizzazione e nel mantenimento della struttura sintattica originale.

Nota a margine: il perché dell'etichetta #booksformums, nonostante la mole: perché in #ereader funziona. La lettura scivolerà e grazie alle numerose suddivisioni tra capitoli e paragrafi si adatterà agilmente a tempi ristretti. Provare per credere.

Buona lettura :)

mercoledì 31 luglio 2013

"La nemica", di Irène Némirovsky

Più riguardo a La nemica Luglio 1928. Tra una pagina e l'altra di David Golder, Irène Némirovsky scrive e fa pubblicare sotto lo pseudonimo di Pierre Nerey il racconto lungo “L'Ennemie”.

D'obbligo, per non rimanerne delusi, avvicinarsi a questo testo, inedito in Italia e ora proposto (Febbraio 2013) da Elliot, più con intento squisitamente letterario che con pretesa di immedesimazione, impregnato com'è di elementi autobiografici e ingredienti evidentemente melodrammatici, data l'epoca e il contesto storico-sociale nel quale risulta inserito.

Il rapporto violento e distruttivo di una figlia con la propria madre è al centro della trama e rispecchia pienamente la relazione travagliata di Irène con Fanny: “Raffinata e autoritaria: così doveva restare Fanny nella memoria familiare, e così l'ha dipinta la figlia nel romanzo della propria infanzia amara [Le Vin de solitude, I 7]: Alta, ben fatta, con un portamento regale. In realtà era piccola, un metro e sessanta al massimo. Sempre incipriata anche in tarda età, sempre timorosa che i baci della figlia potessero rovinarle il trucco e sempre allegra, perché la tristezza invecchia e sciupa il viso (…) Ma Anna Margulis era una donna, oltre che lasciva e bugiarda, anche venale” (OPhilipponat / PLienhardt, La vita di Iréne Némirovsky, Adelphi 2009 p34)

Il titolo dell'opera, che è tratto da un sonetto di Baudelaire: “Fu la mia giovinezza un uragano cupo: | improvviso splendeva di tanto in tanto un raggio. | Fulmini e pioggia han fatto un tale scempio | che solo nel giardino qualche frutto rosseggia” (Op. Cit. p149) si riferisce chiaramente all'“innocenza devastata da Fanny, più rivale che madre” (ibid.). 
Effettivamente, molti gli episodi raccontati che paiono autentici, per i particolari vividi e la crudezza della descrizione accurata: la scena in cui la figlia sorprende la madre in compagnia dell'amante, oppure ancora: “Nei loro primi soggiorni parigini, i Némirovsky non potevano ancora permettersi alberghi di lusso. (…) Irocka e la governante vennero alloggiate altrove, quasi sempre in albergo di seconda categoria. La romanziera avrà così tutto il tempo di costruirsi in uno dei suoi primi romanzi, l'Ennemie, un'infanzia bohemienne. “Sapeva che non sempre era opportuno andarsi a ficcare tra le gonne di mammina quando costei passeggiava lentamente sotto gli alberi con un signore sconosciuto” (L'Ennemie I 1). La sua fu peraltro un'esistenza quasi da orfana” (Op. Cit. p31-31).
Ancora, la scena del suicidio della protagonista Gabri: “E' quasi certo che all'età di vent'anni sia stata sfiorata dalla medesima tentazione” (Op. Cit. p125) o quella della violenza carnale, che rispecchia – secondo quanto raccontato da Irène stessa in una lettera all'amica Madeleine – un episodio della vita stessa della scrittrice, fortunatamente uscita illesa dall'esperienza grazie all'intervento di alcuni amici (Op. Cit. p123-124). Oppure la descrizione di Biarriz (“Una novella Sodoma” - Op. Cit. p138) e dell'Hotel du Palais, frequentato con regolarità dalla famiglia Némirovsky:

http://it.wikipedia.org/wiki/Biarritz
e anche – da qui il nome “Génia” (l'amante violento di Gabri) – la maledizione dell'ereditarietà del sangue (Irène non fa mistero delle sue avventure di gioventù, specie durante gli anni della Sorbona passati tra amicizie, divertimenti, balli e notti insonni).

Eppure a Iréne questa vendetta truce e sadica non porta alcun benessere: nel racconto, il complesso rapporto tra la figlia e la madre viene ridotto ad una semplice rivalità amorosa e ciò che rimane più impresso è il sentimento negativo dell'odio e dell'autodistruzione (che più che distinguere le due donne, le avvicina e le pone allo stesso livello) piuttosto che l'orgoglio della superiorità morale. Questione spinosa che verrà risolta tra le pagine di Le Bal, uscito nel febbraio del 1929 sempre a firma Nerey: “In esso IN abbandona il tono a volte patetico dell'Ennemie per soffocare i suoi singhiozzi in una feroce risata. Quei sarcasmi, quell'arte di scrivere dialoghi grossolani ma senza compiacimento, (…) la base morale di quella violenta satira sociale saranno l'impronta del suo stile fino alla metà degli anni Trenta” (Op. Cit. p154).

Ma le due opere, pur così differenti l'una dall'altra, continueranno ad in intrecciarsi tra loro in una fitta rete di echi e rimandi, non solo sulla carta, ma anche nella trasposizione cinematografica: “Nel film (Le Bal) Rosine Kampf si fa chiamare Jeanne, uno dei tanti nomi dietro cui ama camuffarsi Anna Némirovsky. E come nell'Ennemie, è l'irruzione di un amante a provocare la vendetta di Antoniette. E' la prima volta che Irène osa sfidare così apertamente la madre, e sul grande schermo” (Op. Cit. p206).

http://www.voirunfilm.com/fiche-film/Le+bal-61305.html

Buona lettura :)

venerdì 12 luglio 2013

"Il weekend", di Peter Cameron

Più riguardo a Il weekend Cameron insegna al lettore l’arte della lettura lenta e continua. A concedergli fiato, frammentandola, ci pensa lui. Placido - ma risoluto - ti ordina di seguirlo.

“The weekend” è un’opera acerba (la prima edizione è del 1994), a tratti destrutturata, ma contiene in sé già tutti i germogli che andranno poi a comporre, maturati a frutto, le narrazioni successive.

Primo tra tutti, il gusto per il dipinto di atmosfera che tanto piace all’autore, utile e futile allo stesso tempo.

Sono i passi che più abbiamo condiviso su Twitter:

"Lyle tornò tenendo in mano la lampadina come se fosse una rarità. Era smerigliata, di un tenue rosa conchiglia. <<Proviamola>> disse. Tolse alla lampada il paralume di carta marrone e fece il cambio. La stanza si accese di un colore rosato" (p30)

"Per un'estate va bene - rispose Laura - ma ha quella terribile aria da casa in affitto" (...) "Hanno portato via tutte le cose decenti. Ho dovuto comprare delle lenzuola di cotone e della cristalleria. C'erano i bicchieri di plastica" (p49)

Nelle descrizioni degli ambienti predominano le nuance pastello, uno shabby-chic molto retrò che spazia dal rosa confetto, alle mille gradazioni del giallo (“Il colore delle pareti […] una sfumatura delicata ma brillante, come il burro genuino” - p67) , al color acquamarina (p119) di bagni e piscine – onnipresente la dimensione liquida e fredda che Cameron associa, come caratterizzante, alla stagione estiva, malinconica e sensuale allo stesso tempo: dagli specchi d’acqua assoggettati e ricreati ad arte dall’uomo (“<<Adoro nuotare. Da me c’è una piscina, ma le piscine sono sempre un po’ deprimenti. Si perde tutto il piacere naturale di fare il bagno, credo>>” – p125) a quelli selvatici, dal fascino potente e inconscio: “Non poteva dire che il fiume fosse più bello di mattina, anzi, c’erano certe sere quiete in cui veniva da piangere a guardarlo: prendeva un colore viola e sembrava fermo, come un livido in fondo al prato. Scorreva profondo e freddo e determinato, limpido e tonificante” (p11)

I passi narrativi, per la maggior parte impiegati in descrizione d’ambiente, creano quasi sempre uno scostamento percettivo: si tratta spesso di inserti creati ad arte all’interno di una scena o di un dialogo serrato e pregnante tra i protagonisti. Quasi come se le questioni si facessero troppo personali, l’autore entra in campo lungo ristabilendo le giuste, e civili, prospettive, come a voler in qualche modo preservare l’intimità e la privacy dei suoi protagonisti, limitando il lettore nella sua conoscenza di fatti e personaggi.

Altro tratto caratterizzante della narrazione, ancora in fieri (e per questo forse ancora troppo accentuata ed evidente), è l’attenzione per quella patina di teatralità, glassata e zuccherosa, o cupa e dirompente, con cui tutti noi, a volte, amiamo dipingerci la vita e su cui lo scrittore Cameron riflette, con disincantata autoironia (usufruendone e, allo stesso tempo, criticandone l’utilizzo):

“Voleva toccarlo di nuovo, accarezzargli la pelle tesa e levigata dell’avambraccio, ma gli parve un gesto eccessivo, troppo consapevole, scontato. Sembrava un’indicazione di scena in un’opera teatrale: (Lyle tocca il braccio di Robert)” (p19)

“<<Se la pittura – anzi, se l’arte in generale – intende sopravvivere, per non dire se vuole contare qualcosa, deve riallacciarsi alla vita, così come la viviamo noi>> (…) <<La gente, l’uomo, o la donna, della strada. (…) Quando una forma d’arte diventa un dialogo fra artisti perde la sua… sì, perde quel che la rende vitale, che la tiene in contatto col mondo>>” (p22)

“Durante la partita, con la mazza in una mano e il cocktail o la sigaretta nell’altra, sembrava indifferente, senza una tattica, distratto, ma verso la fine metteva da parte il bicchiere o il tabacco e in pochi colpi concludeva vittorioso la partita. Letale! esclamava, sono letale!” (p60)

“<<Ogni anno facevamo una festa per il solstizio d’estate e la gente doveva venire vestita come i personaggi della commedia, che poi recitavamo all’aperto. Lyle era sempre restio a farlo. E’ buffo come certe persone che in fondo hanno un animo teatrale, di fronte alla possibilità di recitare, si chiudano a riccio>>” (p66)

“Basta che la conversazione passi dal particolare all’astratto, pensò Marian, e stai sicura che avrai l’attenzione di Lyle. (…) <<E credi che ci sia differenza tra le arti visive e la letteratura, riguardo al comunicare?>> <<Be’, ovvio. Le arti visive non comunicano più in modo diretto, come la letteratura, ma lo scopo è quello. I quadri mostrando una scena, da cui si desume la storia, la letteratura la storia la racconta>>. <<Quindi tu parli dell’arte narrativa? (…) Ma quella è una forma morta” (p70)

“<<Quale gondolino?>> <<La barca a remi>> rispose lei. <<E allora perché la chiami così?>> <<Chissà, forse perché mi piace l'idea. Mi piace pensare che sia una piccola gondola. E' un reato?>> <<Certo che no>> <<E allora perché mi riprendi? - disse Marian - Pensi che mi piaccia avvolgere tutto in un alone romantico?>>” (p170)

Cameron in “The Weekend” riflette. Sui rapporti umani prima di tutto, come di consueto nelle sue opere, nelle quali non si può dire di certo che l’azione prevalga sul momento riflessivo, di cui essa è spesso soltanto un pretesto. E su quelle convenzioni sociali che regolano le relazioni interpersonali e a cui, volenti o nolenti, ci troviamo a dover sottostare:

“<<Di solito gli altri pensano che sono molto cinico>> disse Robert. <<Be’, non credo che oggi si possa vivere diversamente, a meno di non essere degli idioti. Ma è una seconda natura, una corazza che copre quella vera” (p130)

“Te l’ho detto che i weekend in campagna con gli eterosessuali possono essere un pericolo per la salute mentale. E’ stato orribile? Avete mangiato hamburger e giocato a croquet?” (p165)

Il mondo di Cameron è un raffinato gioco di scatole cinesi, amaro e commovente: sotto le maschere da teatro che comunemente indossiamo e che –crediamo – ci differenziano l’uno dall’altro rendendoci unici e speciali (l’ereditiera italiana di mezza età, la di lei figlia attricetta hollywoodiana, il gay critico d’arte, la coppia di eterossessuali rigidamente NewYorkesi…) vivono e bruciano i medesimi sentimenti: il timore di non essere amati abbastanza, l’angoscia per il senso della vita, l’amore filiale che porta con se, più che felicità e senso di appagamento, l’ansia e le preoccupazioni per il futuro, nostro e di chi ci sta accanto.

“Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d’avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c’è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio” (p159-160)

Vi invito a leggere le belle cose scritte, a riguardo, da @FNall.

Buona lettura :)