Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

martedì 16 ottobre 2012

"Non tutti i bastardi sono di Vienna", di Andrea Molesini

More about Non tutti i bastardi sono di Vienna Funziona che certi testi devono decantare nell'animo. 
Solo ora affrontiamo il titolo vincitore del Campiello 2011, “Non tutti i bastardi sono di Vienna” di Andrea Molesini (Venezia, 1954), esordiente al suo primo romanzo ma di certo non una new entry del panorama editoriale italiano: professore di letteratura italiana contemporanea a Venezia, scrittore per ragazzi (premio Andersen 1999), traduttore (Pound, Simic, Walcott), poeta. 

Lettura lenta prima di tutto, perché succede che fin dalle prime pagine si venga sommersi da echi lontani, voci nascoste una dentro l’altra che occorre prendersi il tempo di decifrare: un’opera colta, questa, che riporta, come ha ben espresso la critica (*), da una parte alla tradizione hemingwayana di "Addio alle armi" per temi e struttura del dialogo (Matteo Giancotti, CorSera Veneto 23/07/2011), dall’altra a Pavese (“romanzo di iniziazione”), Fenoglio “per i toni minori […] e per l’attrazione-reverenza […] nei confronti di alcune figure femminili” (Giovanni Pacchiano, Sole24Ore 19/06/2011) e Nievo (Ermanno Paccagnini, CorSera 07/11/2010). O ancora, a Tommasi di Lampedusa per alcune scene interne e corali (sempre EPaccagnini) che rimandano anche, per dialoghi e struttura, all’arte teatrale (Bruno Quaranta, ttL La Stampa, 22/10/2011). 

L’opera – una delle poche dedicate a questo tema - affronta uno dei momenti più critici della Storia d’Italia, quello appena successivo alla disfatta di Caporetto fino a Vittorio Veneto. L’autore mescola con abilità e delicatezza, senza forzature né in un senso né nell’altro, le vicende storiche di quella parte di Italia alla sinistra del Piave che fra il 9 novembre 1917 e il 30 ottobre 1918 viene a trovarsi al di là dalle linee nemiche, e la storia privata - per metà creata ad arte, per metà testimonianza d'epoca - di una famiglia di alta borghesia, gli Spada, “invasa a casa propria”, rimasta isolata in una villa a pochi chilometri dal fronte, insieme al resto del paese. 

Il resoconto della vicenda è affidato al diciassettenne Paolo, orfano dei genitori deceduti anni prima nel naufragio di un piroscafo non ben identificato. Paolo è affidato al nonno Guglielmo, spirito libero e anticonformista (da anni impegnato nella stesura di un “romanzo” di cui nessuno ha mai letto neppure una pagina dattiloscritta), alla coltissima nonna Nancy, brillante matematica in possesso di un albero genealogico internazionale (e di una collezione unica di clisteri da bagno, che utilizza regolarmente), alla nubile ma ancora affascinante zia Maria, vera amministratrice di casa Spada. 
A villa Spada pongono il comando prima i tedeschi e poi gli austroungarici, di cui Paolo è osservatore curioso. 
Il suo sguardo lucido e spietato raccoglie appieno il tema sociale principe della narrazione, ossia il rapporto difficile tra una famiglia nobile - una certa classe sociale italiana ed europea oramai in declino - e i comandanti stranieri spesso aristocratici e ben istruiti che a fatica riescono a digerire il ruolo imposto loro dalla barbarie della guerra. Entrambi i protagonisti, vincitori e vinti, sono impegnati a combattere la medesima rassegnazione incipiente nei confronti del nulla, a essa opponendo una strenua “cortese scortesia” quasi che le buone maniere possano ergersi contro la forza imponente della brutalità. Fino all’inevitabile precipitare degli eventi. "Se il nostro attaccamento alle buone maniere venisse a mancare, cosa resterebbe fra noi e l'agire dei predoni?" (p213) domanda l'affascinante Generale Bolzano alla Signora Nancy, un dialogo serrato che deve la sua perfezione anche alla contestualizzazione impareggiabile (una cena di gala a casa Spada “gentilmente offerta” dai dominatori ai dominati, con tanto di servitù in livrea schierata ai bordi della scena, sotto i ritratti degli antenati Spada illuminati dalla luce fioca delle candele).

In mezzo, una serie di comprimari anch’essi disegnati con stile, dalla servitù di casa Spada (la vecchia Teresa con la figlia Loretta), il custode Renato, che di segreti ne nasconde un po’ troppi, la misteriosa Giulia, altra figura femminile abilmente tratteggiata con sensualità e vigore, il capitano tedesco Korpium e il barone austriaco von Feilitzsch, impeccabile nei modi ma inflessibile nel ruolo impostogli dalla fedeltà alla bandiera. 
Io… io, Madame… ho visto i miei soldati venire su da quel fiume, venivano su dall’acqua, come i vostri gnocchi di patate nel tegame, mi capite, Madame? Gnocchi nell’acqua che bolle” (p.324) si lascia sfuggire il barone a colloquio con donna Maria, in un momento di profonda confidenza a giochi ormai conclusi. 

L’opera è percorsa da ritmi diversi ben congegnati, che assecondano quelli della guerra, tra attese in trincea e improvvisi attacchi di cannone, e quelli della natura, fra inverni sempre più lunghi, freddi e poveri, la neve dei campi sfigurata dal sangue dei militari caduti sotto le cannonate, ed estati roventi foriere di morte ed epidemie, odori di sangue e putrefazione.
La narrazione sociale si sostiene grazie alla puntuale ricostruzione storica e all’uso di una lingua viva e dinamica in cui il dialetto si esplica ad hoc, solo quando occorre, e si intreccia con il romanzo di formazione: il potere ipnotico e urgente della guerra catapulta Paolo, adolescente irruento nel fiore dell’età, dall’ovatta tiepida, autoironica (non mancano i momenti comici, infatti) e aristocratica della famiglia Spada al mondo adulto. In pochi mesi Paolo affronterà la morte e la tragedia della battaglia che porta con sé la fame, la malattia, il compromesso morale, lo stupro, l’assassinio ma scoprirà anche l’euforia dell’avventura patriottica e la passione amorosa. 

E siccome “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, a voi l’onore di scoprire quale sia il vero, più feroce bastardo dell’opera.

Buona lettura.

(*) Grazie a @sellerioeditore per la rassegna stampa sull'opera: la potete trovare qui, sul website dell'editore, completa anche di documenti video e audio. Alla memoria di Elvira Sellerio, per altro, AMolesini dedica la vittoria del premio Campiello.


sabato 6 ottobre 2012

"L'amica geniale", di Elena Ferrante

More about L'amica geniale Torino, giorni nostri. Elena Greco, una donna sulla sessantina, riceve una telefonata: Raffaella Cerullo, sua coetanea e amica fin dall’infanzia, è sparita dalla sua casa di Napoli. Ne comunica notizia il figlio di Raffaella, nella speranza che Elena possa essere a conoscenza degli spostamenti della madre. Anche perché dalla casa di Raffaella mancano diversi oggetti: le fotografie che la ritraggono, i suoi abiti, i documenti. Elena allora, indispettita con l’amica che pare aver dato il via al suo progetto di sempre, decantato e celebrato da decenni, ossia sparire senza lasciare alcuna traccia di sé, presa dalla rabbia e da un curioso istinto di vendetta comincia “a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente”. 

Da qui parte un lungo e organico flashback che ci riporta nella Napoli degli anni ’50; Elena, voce narrante e protagonista della vicenda, ci racconterà l’amicizia delle due protagoniste, prima bambine e poi adolescenti, ripercorrendo i luoghi dell’infanzia: un rione periferico dell’area suburbana partenopea, tra miseria postbellica, boom economico e una serie infinita di comparse e attori comprimari, dal ciabattino al falegname, ai compagni di scuola, fino a Don Achille, il camorrista del quartiere. 

Questa, in estrema sintesi, la trama dell’opera. “Estrema sintesi” perché parlare di questo ultimo lavoro di Elena Ferrante è questione complessa (come lo è, in effetti, per tutte le sue narrazioni). Prima di tutto doveroso dire che si tratta, più che di un unico romanzo, di un progetto di scrittura articolato in due (o tre) volumi (qui il secondo, in uscita in questi giorni), rispettivamente dedicati all’infanzia e all’adolescenza delle due ragazze, alla maturità e poi alla vecchiaia. 

Un raro esempio di romanzo di formazione italiano? Certamente. Perché l’amicizia tra le due ragazze è complessa, ambivalente, a chiasmo. Un’amicizia che allontana e divide, in nome di una fedeltà eterna ma anche di una rivalità bruciante. Elena è brava e buona, bionda, rotondetta; una creatura mite e affabile. Raffaella invece è secca, aguzza, sporca nelle ginocchia, arruffati i capelli - e cattiva, perché è in grado di ferire chiunque le capiti a tiro, dalla maestra al bulletto di quartiere, sia con il coltellino che tiene sempre in tasca, sia con le parole che, del coltellino, possono essere molto più affilate. Un viaggio nell’essenza del femminile in compagnia di due bambine e poi di due ragazze “geniali”, che ciascuna a suo modo – attirandosi e respingendosi - cercheranno, rapite dal turbine del vigore postbellico, di emanciparsi dalla realtà popolare che le circonda. Prima di tutto attraverso la scuola, che Raffaella, malgrado le capacità straordinarie, dovrà abbandonare al termine della licenza elementare per volere dei genitori e che invece Elena potrà continuare, fino a concludere addirittura il liceo classico, contando su un talento certo inferiore rispetto a quello dell’amica – che non si stanca mai di emulare – ma su una volontà ferrea, concreta (che invece manca all’amica, persa, come tutte le personalità di genio, in interessi momentanei che poi, una volta terminato l’entusiasmo iniziale, abbandona, vittima di quegli stranianti scarti di pensiero a cui Raffaella stessa dà il nome di “smarginature”) ma anche fortemente intuitiva (quasi… geniale?) che la porterà all’emancipazione dal degrado, fisico e psichico, del quartiere. 

Raffaella invece, costretta nella calzoleria del padre, proverà a scardinare il sistema dall’interno: prima adoperandosi per rinnovare il negozio e poi maritandosi a soli 16 anni con una delle personalità più eminenti del quartiere: Stefano, il padrone della ricca salumeria ricevuta in eredità dal padre Don Achille, il camorrista del rione morto ammazzato a coltellate, anni prima. Entrambe le ragazze si confrontano con un ambiente maschile, sanguigno, violento, inadatto al mondo femminile. La violenza fisica e verbale fa da padrona, tra bulli di quartiere e padri maneschi. Le madri sono creature stremate, invecchiate precocemente, vittime delle botte degli uomini, della povertà e delle gravidanze. 

Quindi, oltre che un romanzo di formazione, abbiamo a che fare con un romanzo popolare? Anche. Perché l’attenzione da dedicare ai comprimari e ai personaggi minori è massima da parte dell’autrice e deve esserlo anche da quella del lettore, al fine di mantenere evidente una coralità di fondo che non deve prescindere la fruizione del testo, malgrado la difficoltà iniziale nel seguire vicende familiari complesse e spesso solo accennate (ndr: come nelle commedia, per altro, l’elenco dei personaggi con relative indicazioni di parentela è affisso in prima pagina – non dimentichiamocene). Il quartiere è un non-luogo, quasi un acquario di pesci tropicali che l’autrice osserva in maniera sistematica, con rigore scientifico (nella più pura tradizione “verista” – vien quasi da dire, visto che non si tratta certo di un romanzo “a tesi e dimostrazione” di una qualche ideologia) attraverso gli occhi di Elena: un mondo di uomini visto con gli occhi delle donne. 
Per descrivere quello che le circonda c’è necessità “soltanto” di una lingua secca, puntuale, che tuttavia dia spazio anche all’insondabile, all’immaginifico e al metaforico. Non c’è bisogno invece di strumenti a effetto: non occorre, per esempio, un’eccessiva contestualizzazione storica che spesso non aiuta le narrazioni di genere (troviamo al limite qualche accenno utile all’economia della narrazione: la “millecento”, il televisore…) come non occorre neppure un uso sistematico del dialetto, che viene spolverato raramente solo ove sia strettamente necessario sottolineare la violenza dell’azione che spesso va di pari passo, nel rione, a quella della lingua; dialetto che si preferisce inserire all’interno della narrazione quasi sempre filtrato dall’orecchio appuntito di Elena: “lo disse in dialetto” / “gli gridò in dialetto”. 

D’altra parte, fastidioso o meno che sia, siamo nelle mani dell’autrice e lì rimarremo. Il punto di vista è sempre parziale: Elena, protagonista e insieme voce narrante, per altro lungi dall’apparire quello che per certi versi è, ossia onnisciente dato che la narrazione procede in flashback, ci affida una narrazione “minuto per minuto” accuratamente denudata di qualsiasi riferimento al “dopo”, in maniera tale da lasciare Raffaella, le sue gioie, le sue paure, i suoi progetti, nell’ombra del non-detto e del non-conosciuto. Questa, e diverse altre questioni, differenzia a parer nostro “L’Amica Geniale” di EFerrante da “Acciaio” di SAvallone, a cui, per tematica e struttura è spesso accostato (ne abbiamo parlato anche noi, qui). 

Una nota a margine: la rassegna stampa su quest’ultimo lavoro di EFerrante è corposa, potete trovarla sul sito dell’editore, accuratamente archiviata (qui). A noi – parere personale - le note e le recensioni apparse sui “litblog” sono sembrate molto vive e passionali, indipendentemente dal giudizio espresso sull’opera, forse molto più vive e passionali di quelle pubblicate dalla stampa tradizionale che talvolta risente, sempre a nostro parere, di un approccio critico molto marcato (anche qui, contano entrambi i giudizi in merito all'opera). E’ questione che in questo caso ci è parso che proprio dal litblog sia riuscito a trapelare il Lettore: quello vero, che arde nell’animo, bruciante di una passione che, proprio perché vera, lascia spazio a una critica del testo spesso molto competente
Curioso che sia il popolo dei litblog quello anche meno interessato all’identità misteriosa di Elena Ferrante. Se da parte della stampa tradizionale si rivela qualche volta un interesse pungente, a metà strada tra il gioco letterario dell’“indovina chi” e uno spirito un po’ voyeur che si manifesta con un vaglio a nastro di ipotesi probabili e meno (Fabrizia Ramondino, Goffredo Fofi perché consulente di E/O e intervistatore della Ferrante, Domenico Starnone by himself o in copia con la moglie Anita Raia, consulente editoriale di professione, etcetc…) una parte cospicua dei litblog o comunque delle opinioni espresse on line dai lettori celebra invece la vittoria dell’opera letteraria sull’autore del testo. Che rimane il proprietario intellettuale dell’opera ma che, attraverso la rinuncia consapevole alla celebrazione mediatica di se stesso, opera uno scambio che ha il sapore del passato (quando le copertine dei libri erano tutte dello stesso colore e i nomi degli autori spesso “soltanto” nomi o al massimo firme sui giornali) ma che forse sarà la chiave anche per una rivoluzione futura dell’editoria: porre il lettore, di nuovo, al centro dell’interesse di tutta la filiera editoriale

Buona lettura :)

giovedì 20 settembre 2012

"Il Sostituto", di Brenna Yovanoff


More about Il sostituto Strizzando l’occhio a opere letterarie e cinematografiche ormai parte dei classici del genere, da Tim Burton ("La Sposa Cadavere", "Nightmare before Christmas", "Edward Mani di Forbice", per citarne solo alcuni) a Neil Gaiman (uno su tutti, "Coraline"), Brenna Yovanoff costruisce un thriller gotico dalle atmosfere dense, affiancando uno stile narrativo fluido, equilibrato ed incisivo - a cui deve di necessità adeguarsi ogni opera letteraria che al Young Adult di matrice gothic-horror si ispiri - ad una caratterizzazione iconografica dei protagonisti e del paesaggio così forte e particolare tanto da rasentare quasi l’espressione artistica più pura del fumetto black&white. 

Mackie Doyle, il sedicenne protagonista della vicenda, vive a Gentry, una cittadina della provincia americana creata ad arte dall’autrice eppure così reale e viva nell’immaginazione di ognuno di noi: l'onnipresente Highschool, la piccola chiesa fulcro della vita spirituale del paese, i luoghi di ritrovo dei teenagers - dal parco in disuso, tra altalene sbreccate e immondizia varia, al vecchio teatro polveroso chiuso da anni e poi riadattato, forse dai giovani stessi, in un tripudio di anarchia ed autogestione, a luogo adibito alla musica rock e punk, che tanta parte avrà, per titoli citati e sonorità ben definite, nello svolgersi del romanzo. 

Non manca neppure, accennata in un soffio ma ben presente nell’economia dell’opera (come dire, esce dalla porta ma rientra dalla finestra), l’attualità della crisi finanziaria, fatta di piccole cittadine di provincia rese fatiscenti dalla depressione economica e industrie primarie abbandonate al proprio triste destino – quasi delle Chernobyl moderne, tra mucchi di scorie lasciate morire al sole e dipendenti pronti a tutto pur di recuperare quel poco di dignità, e di sicurezza economica, che la fabbrica aveva garantito. 

Il mondo di Mackie è il tipico universo YA fatto di prom, feste, amici, rivalità tra i banchi e i vassoi della mensa scolastica, reginette di provincia elette al ballo di fine anno ed esclusi di turno. Eppure, “Il Sostituto” è un fantasy. “Ma senza vampiri assetati, angeli caduti o stucchevoli fatine” (SColombo *). 

La parte soprannaturale c’è, eccome, ma viene tutta costruita, con un’abilità leggera e all’apparenza senza sforzo che si merita davvero l’aggettivo di “innovativo” (o forse, al contrario, siamo di fronte a un “back to basics”? Il dubbio ci assale), al di là della dicotomia standard belli, buoni e coraggiosi / brutti, cattivi e codardi. Perché nessuno, a Gentry, è quello che sembra. Mackie è un adolescente allampanato il cui passatempo preferito è fare il possibile per rendersi invisibile agli occhi degli altri studenti e dei concittadini. Impegno massimo, come da copione – e poi capirete il perché – ma, come ovvio, risultato nullo. Gli fanno da spalla la sorella Emma, uno dei personaggi più riusciti del romanzo per complessità e coerenza narrativa, l’amico fidato Roswell e i due fratelli Corbett, gemelli dai modi inquietanti che nel tempo libero si dedicano alla costruzione di strani oggetti e meccanismi che evocano con non poca enfasi e rigore il più puro genere steampunk. Quest’armata Brancaleone, fatta di persone che vivono sopra, ha come corrispettivo una sarabanda di creature magiche e demoniache - di età immemorabile ma dall’aspetto spesso bambinesco o al massimo adolescenziale - che abitano il sotto, tra tumuli di vecchie discariche tossiche, tombe sconsacrate e cunicoli invasi dall’acqua e dal trascorrere del tempo. 

Come accade nella "Sposa Cadavere", in "Coraline" ma anche nella più classica e datata favola di Biancaneve, non sempre l’aspetto fisico è specchio dei moti interiori dell’animo. Tanto che i civilissimi abitanti di Gentry – la parte adulta della società con cui i giovani si misurano quotidianamente (tra i quali spicca il pastore della chiesa, nonché padre di Mackie) – paiono accettare di buon grado che una volta all’anno, nella notte di Ognissanti, gli spiriti più violenti e ancestrali che popolano un altro sotto escano dai propri lugubri nascondigli per partecipare ad un rito cruento di espiazione: il sacrificio di un bambino, rapito dalla culla, sostituito con una creatura del sottosuolo e offerto in tributo. Già, perché come ce ne sono due, di sopra, così ce ne sono due, anche di sotto. E quello che fa più paura è proprio questo secondo sotto: più “adulto”, più perfetto nel suo orrore, popolato da creature evanescenti nella loro bellezza di anime perdute nel sangue e nell’eternità. 
In mezzo a tutto questo equilibrio precario sta Mackie, che per nascita dovrebbe stare da una parte ma per affetti dall’altra, e che tenterà, senza particolari prove di coraggio o poteri straordinari ma soltanto attraverso quel che ha di più prezioso, l’amore per i suoi cari e l’affetto per il mondo che lo circonda (sia sopra sia sotto), di rimarginare una ferita infetta, rimasta aperta da troppo tempo. (Il melodramma sentimentale comunque - altro pregio dell’opera – è sapientemente evitato grazie alle solide virate splatter che strappano al lettore puri brividi di orrore genuino, a metà strada tra la repulsione e il “guilty pleasure”). 

Tutto, nel romanzo di Brenna Yovanoff è, come dire, sostituito e nulla occupa il posto che, a rigore, dovrebbe. Come accade per la matrigna di Biancaneve, sovrana bellissima ma crudele nell’animo, o la casa di pan di zenzero della strega cattiva di Hansel e Gretel, o come i genitori-allo-specchio che Coraline inconsciamente desidera e che poi si trasformano in (no, meglio, si rivelano essere) marionette mostruose dagli occhi a bottoni e denti affilati. O come la Sposa Cadavere, che nel suo orrore di carne putrefatta, ossa sporgenti e bulbi oculari alla deriva dimostrerà un’umanità molto superiore a quella propria dei vivi. 

Un interessante articolo di Severino Colombo (i virgolettati * gli appartengono) apparso su @La_Lettura di qualche settimana fa (qui, dal sito della casa editrice) ha avuto il merito di farci conoscere Brenna Yovanoff e il suo romanzo di esordio. Affascinante già dalla copertina: un’immagine studiata e lavorata nei dettagli che per una volta ci libera da quei tratti romance così cari oramai alla narrativa YA (e che spesso hanno poco a che fare con il contenuto dell’opera) per riportarci, anche visivamente, ad un sentimento coinvolgente di inquietudine e timore, che ci aiuta ad apprezzare emotivamente il testo e a mantenere costante la tensione e il giusto ritmo di lettura. 
Peccato per un paio di refusi di troppo.

Buona lettura :)

sabato 8 settembre 2012

"Nel Giappone delle donne", di Antonietta Pastore - "Il coperchio del mare", di Banana Yoshimoto


More about Nel Giappone delle donne More about Il coperchio del mare Antonietta Pastore, studi in pedagogia e docente universitaria, attraverso la sua personale esperienza di expatried, durata quasi 20 anni, con delicatezza ed estrema competenza ci racconta in punta di piedi l’universo femminile giapponese: dall’adolescenza al matrimonio, dall’educazione dei figli alla vecchiaia, passando per lavoro, tradizione e femminismo. 

Scopriremo cos’è un omiai e perché non sia soltanto visto di buon occhio dalle famiglie ma addirittura richiesto dalle giovani giapponesi (50%) che dopo una certa età (ndr 26.7 anni, di media) corrono verso il matrimonio, d’amore o di convenienza che sia, semplicemente perché terrorizzate dall’idea di entrare a far parte della ormai folta schiera delle parasaito shinguru (ove shinguro sta per “zitella” e parasaito… beh, per “parassita”), perché l’obiettivo perseguito “non è il lieto fine ma l’interesse del gruppo” (p28). 
Attraverso la testimonianza di giovani spose e mature madri di famiglia scandaglieremo il misterioso, conflittuale rapporto tra la nuora e la spesso tirannica suocera a cui la giovane sposa deve obbedienza cieca e assoluta e che di frequente, se il figlio sposato è il primogenito, viene accolta in casa quando anziana e non più autosufficiente, nell’ottica di una relazione coniugale definita all’insegna dei più rigidi canoni tradizionali: l’uomo guadagna per la famiglia, la donna bada ai figli e alla casa. 
“Fin da bambina alla donna giapponese viene inculcato che la pazienza e il sacrificio di sé sono, più che un dovere della donna, l’essenza stessa della femminilità” (p38). Remissività, abitudine a servire il marito, che le mogli non chiamano per nome ma con un anonimo anata (tipo il vous francese) stesso pronome che viene utilizzato per interloquire con un collega sul lavoro; marito da cui sono apostrofate con un banale kimi (“tu”) o peggio ancora con un bell’ohi! “che non ha bisogno di traduzioni” (p38). 

E non potremo non stupirci, di fronte al potere autoritario della donna, in special modo quello che deriva dalla capacità di negoziazione interna ed esterna alla famiglia, tipico e specifico della donna giapponese. Donne che scattano in piedi se il marito ordina una birra ma che amministrano in completa autonomia tutte le finanze di casa, poche o molte che siano: dall’acquisto dei mutandoni di lana per tutti i membri maschi della famiglia, alla gestione di un esercizio commerciale, alla pianificazione delle spese. Direttamente responsabili del vitto quotidiano, finanche all’acquisto di beni mobili e immobili, non esitano a redarguire aspramente il consorte nel momento in cui osi accendersi una sigaretta in casa o uscire senza il cappotto, per poi riferirsi a lui, in presenza di terze parti, con il termine shujin (“il mio padrone”), malgrado la lingua abbia a disposizione anche otto, medesimo significato privato però dell’idea della sottomissione. Regine dell’economia domestica e target goloso del marketing più sfrenato, sono sempre impegnate nell’attività principe della donna nipponica: quella del maru maru, “del tondo tondo” (p49), ossia “mantenere la pace e l’armonia”; quando non accettino per sé addirittura il ruolo di kyoiku mama, ossia una madre che fa dell’educazione e della riuscita scolastica dei figli l’unico scopo della sua vita. 

Parleremo dei movimenti femministi, che pure ci sono stati e ci sono tuttora, frutto dell’occidentalizzazione di massa, ma che tuttavia hanno modificato solamente gli aspetti esteriori della società giapponese, grazie anche a innegabili vantaggi pratici (elettrodomestici, abiti comodi, tecnologia – pena la perdita di tradizioni raffinate e millenarie) ma non certo quelli più profondi, in un’orgia di risultati di dubbio gusto e scarsa utilità sul lungo periodo. 

Dall’analisi delle complesse tematiche familiari viene di conseguenza quella sulla vita della donna fuori casa: giovane o anziana che sia, non può esimersi dalla cura della casa e della prole (l’utilizzo di una otetsudai-san, la domestica, è socialmente concesso e accettato solo nel caso di famiglie molto facoltose) e quindi, ove scelga di portare avanti un’attività lavorativa, si tratta per forza di scelte professionali dalle caratteristiche ben specifiche. Ci inoltreremo quindi nel sottobosco multistratificato delle occupazioni professionali dedicate tipicamente al mondo femminile. Faremo la conoscenza delle tipiche Office Ladies, l’esercito delle segretarie che affollano qualsiasi multinazionale nipponica; ragazze spensierate, buona famiglia, buona istruzione, buono stipendio che viene per la maggior parte speso in accessori alla moda o viaggi all’estero. Comprenderemo un po’ meglio i delicati meccanismi di selezione e di accesso al mondo professionale (che spesso prendono il via dalla scuola elementare): divisi in due categorie, quelli con possibilità di carriera e quelli senza, ambiscono sulla carta alle agognate pari opportunità ma poi, nella pratica, non fanno altro che accelerare l’ascesa del lavoratore maschio a scapito della donna che normalmente, dato il suo impegno in famiglia, una volta sposata non potrà consacrare tutta se stessa alla ditta e al lavoro. E infine scenderemo nel mondo sommerso dei mizu shobai, i negozi "dell'acqua", tra mama-san, hostess, entraineuses, pink parlour, fino ai famigerati toruko (“bagni turchi”, poi per ovvie ragioni ribattezzati col più politically correct soapland) passando addirittura dai no-pants kissa. Con buona pace della geisha che per secoli ha incantato oriente e occidente con la sua cultura, la sua grazia e il suo mistero. 

Ad integrazione di questo competente e appassionante saggio vorremmo consigliarvi una delle numerose opere di Banana Yoshimoto, di cui vi lasciamo qualche stralcio. Racconto lungo per altro adatto all’occasione, giacché nell’opera si parla, tra l’altro, di quella dolcezza un po’ malinconica che precede l’arrivo dell’autunno nelle cittadine turistiche di una costa nipponica che potrebbe ben assomigliare ad una qualunque delle nostre spiagge tirreniche. La trama è scarna, semplice: Mari, appena laureata, torna nel suo paese di origine decisa ad aprire una piccola attività commerciale, un chiosco di granite. Assieme a lei arriva inaspettata un’amica di famiglia, Hajime, provata da da un grave lutto: la perdita dell’amata nonna che viveva in famiglia. Le due coetanee trascorreranno insieme l’estate, per poi separarsi al principio dell’autunno. 

(…) ero felice all’idea che non dovevo fare niente di strepitoso. L’unica cosa che mi era concessa era prendermi cura, riempiendolo di fiori, del piccolo vaso che portavo dentro di me. Di certo non potevo credere di cambiare il mondo con le mie idee. Dovevo solo essere me stessa, una persona in grado di godersi la vita. (…) L’unica cosa che dovevo fare era arrivare alla morte dopo aver trascorso una vita a contemplare le cose belle del creato, tenendomi alla larga da ciò che mi avrebbe costretta a distogliere lo sguardo. (p. 63) 

(…) per la verità mi chiedo perché gli uomini vadano continuamente alla ricerca di cose sempre più complicate, sempre più oscure” (…). Gli uomini si spingono sempre più lontano, in posti estremamente tristi, oscuri e remoti. E lo fanno di loro libera iniziativa. Forse sentono la necessità di vedere le cose più in profondità, oppure è la razza umana che è fatta così. (p.70) 

Io a volte penso che non sia colpa loro, che sono fatti così. Mentre gli uomini si addentrano nei loro mondi bui e tristi, noi donne cerchiamo sempre di accendere una piccola luce nella vita di tutti i giorni. Le ruote della vita cominciano a girare solo se succedono entrambe le cose (...). Suppongo ci siano anche donne capaci di lavorare fino al tracollo, stacanoviste che vanno in profondità nelle cose esaurendo tutta l’energia fisica che hanno a disposizione, di solito, però, c’è qualcosa che ci ferma prima, no? A noi piacciono le zone d’ombra, preferiamo mangiare qualcosa di buono e farci una bella dormita, consapevoli che subito arriva un nuovo giorno. Sono davvero convinta che, fondamentalmente, ci siano delle piccole differenze nei ruoli dell’uomo e della donna. Il fatto che i nostri corpi siano diversi significa che anche i nostri ruoli sono in qualche modo diversi. Di sicuro gli uomini riescono a fare anche cose estreme, perché hanno un posto dove tornare. Che sia dalla moglie o dalla madre, non importa. Possono continuare a esplorare i loro mondi, possono anche andare nello spazio, solo perché sono legati a questa corda di salvataggio (…). Noi siamo fatte in modo che ci bastano i piccoli piaceri della vita quotidiana per andare avanti. (p. 70-72) 

Le cose avvengono proprio nel momento in cui stai per convincerti che non ci sia più niente da fare. Se, invece, aguzzi l’ingegno senza darti per vinto, la soluzione arriva all’improvviso, da un luogo del tutto inaspettato, sotto una forma quasi ridicola. (p. 77-78) 

C’era una cosa che mia mamma mi diceva spesso: “Le persone non vogliono soffrire né tantomeno vivere nel terrore, desiderano soltanto essere felici. Siamo tutti fatti così, per cui se ti rendi conto che un tuo comportamento potrebbe ferire qualcuno, devi modificarlo”. (p.58) 

Come a dire, la teoria e la pratica delle cose. 
Buone letture :)