Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

giovedì 20 settembre 2012

"Il Sostituto", di Brenna Yovanoff


More about Il sostituto Strizzando l’occhio a opere letterarie e cinematografiche ormai parte dei classici del genere, da Tim Burton ("La Sposa Cadavere", "Nightmare before Christmas", "Edward Mani di Forbice", per citarne solo alcuni) a Neil Gaiman (uno su tutti, "Coraline"), Brenna Yovanoff costruisce un thriller gotico dalle atmosfere dense, affiancando uno stile narrativo fluido, equilibrato ed incisivo - a cui deve di necessità adeguarsi ogni opera letteraria che al Young Adult di matrice gothic-horror si ispiri - ad una caratterizzazione iconografica dei protagonisti e del paesaggio così forte e particolare tanto da rasentare quasi l’espressione artistica più pura del fumetto black&white. 

Mackie Doyle, il sedicenne protagonista della vicenda, vive a Gentry, una cittadina della provincia americana creata ad arte dall’autrice eppure così reale e viva nell’immaginazione di ognuno di noi: l'onnipresente Highschool, la piccola chiesa fulcro della vita spirituale del paese, i luoghi di ritrovo dei teenagers - dal parco in disuso, tra altalene sbreccate e immondizia varia, al vecchio teatro polveroso chiuso da anni e poi riadattato, forse dai giovani stessi, in un tripudio di anarchia ed autogestione, a luogo adibito alla musica rock e punk, che tanta parte avrà, per titoli citati e sonorità ben definite, nello svolgersi del romanzo. 

Non manca neppure, accennata in un soffio ma ben presente nell’economia dell’opera (come dire, esce dalla porta ma rientra dalla finestra), l’attualità della crisi finanziaria, fatta di piccole cittadine di provincia rese fatiscenti dalla depressione economica e industrie primarie abbandonate al proprio triste destino – quasi delle Chernobyl moderne, tra mucchi di scorie lasciate morire al sole e dipendenti pronti a tutto pur di recuperare quel poco di dignità, e di sicurezza economica, che la fabbrica aveva garantito. 

Il mondo di Mackie è il tipico universo YA fatto di prom, feste, amici, rivalità tra i banchi e i vassoi della mensa scolastica, reginette di provincia elette al ballo di fine anno ed esclusi di turno. Eppure, “Il Sostituto” è un fantasy. “Ma senza vampiri assetati, angeli caduti o stucchevoli fatine” (SColombo *). 

La parte soprannaturale c’è, eccome, ma viene tutta costruita, con un’abilità leggera e all’apparenza senza sforzo che si merita davvero l’aggettivo di “innovativo” (o forse, al contrario, siamo di fronte a un “back to basics”? Il dubbio ci assale), al di là della dicotomia standard belli, buoni e coraggiosi / brutti, cattivi e codardi. Perché nessuno, a Gentry, è quello che sembra. Mackie è un adolescente allampanato il cui passatempo preferito è fare il possibile per rendersi invisibile agli occhi degli altri studenti e dei concittadini. Impegno massimo, come da copione – e poi capirete il perché – ma, come ovvio, risultato nullo. Gli fanno da spalla la sorella Emma, uno dei personaggi più riusciti del romanzo per complessità e coerenza narrativa, l’amico fidato Roswell e i due fratelli Corbett, gemelli dai modi inquietanti che nel tempo libero si dedicano alla costruzione di strani oggetti e meccanismi che evocano con non poca enfasi e rigore il più puro genere steampunk. Quest’armata Brancaleone, fatta di persone che vivono sopra, ha come corrispettivo una sarabanda di creature magiche e demoniache - di età immemorabile ma dall’aspetto spesso bambinesco o al massimo adolescenziale - che abitano il sotto, tra tumuli di vecchie discariche tossiche, tombe sconsacrate e cunicoli invasi dall’acqua e dal trascorrere del tempo. 

Come accade nella "Sposa Cadavere", in "Coraline" ma anche nella più classica e datata favola di Biancaneve, non sempre l’aspetto fisico è specchio dei moti interiori dell’animo. Tanto che i civilissimi abitanti di Gentry – la parte adulta della società con cui i giovani si misurano quotidianamente (tra i quali spicca il pastore della chiesa, nonché padre di Mackie) – paiono accettare di buon grado che una volta all’anno, nella notte di Ognissanti, gli spiriti più violenti e ancestrali che popolano un altro sotto escano dai propri lugubri nascondigli per partecipare ad un rito cruento di espiazione: il sacrificio di un bambino, rapito dalla culla, sostituito con una creatura del sottosuolo e offerto in tributo. Già, perché come ce ne sono due, di sopra, così ce ne sono due, anche di sotto. E quello che fa più paura è proprio questo secondo sotto: più “adulto”, più perfetto nel suo orrore, popolato da creature evanescenti nella loro bellezza di anime perdute nel sangue e nell’eternità. 
In mezzo a tutto questo equilibrio precario sta Mackie, che per nascita dovrebbe stare da una parte ma per affetti dall’altra, e che tenterà, senza particolari prove di coraggio o poteri straordinari ma soltanto attraverso quel che ha di più prezioso, l’amore per i suoi cari e l’affetto per il mondo che lo circonda (sia sopra sia sotto), di rimarginare una ferita infetta, rimasta aperta da troppo tempo. (Il melodramma sentimentale comunque - altro pregio dell’opera – è sapientemente evitato grazie alle solide virate splatter che strappano al lettore puri brividi di orrore genuino, a metà strada tra la repulsione e il “guilty pleasure”). 

Tutto, nel romanzo di Brenna Yovanoff è, come dire, sostituito e nulla occupa il posto che, a rigore, dovrebbe. Come accade per la matrigna di Biancaneve, sovrana bellissima ma crudele nell’animo, o la casa di pan di zenzero della strega cattiva di Hansel e Gretel, o come i genitori-allo-specchio che Coraline inconsciamente desidera e che poi si trasformano in (no, meglio, si rivelano essere) marionette mostruose dagli occhi a bottoni e denti affilati. O come la Sposa Cadavere, che nel suo orrore di carne putrefatta, ossa sporgenti e bulbi oculari alla deriva dimostrerà un’umanità molto superiore a quella propria dei vivi. 

Un interessante articolo di Severino Colombo (i virgolettati * gli appartengono) apparso su @La_Lettura di qualche settimana fa (qui, dal sito della casa editrice) ha avuto il merito di farci conoscere Brenna Yovanoff e il suo romanzo di esordio. Affascinante già dalla copertina: un’immagine studiata e lavorata nei dettagli che per una volta ci libera da quei tratti romance così cari oramai alla narrativa YA (e che spesso hanno poco a che fare con il contenuto dell’opera) per riportarci, anche visivamente, ad un sentimento coinvolgente di inquietudine e timore, che ci aiuta ad apprezzare emotivamente il testo e a mantenere costante la tensione e il giusto ritmo di lettura. 
Peccato per un paio di refusi di troppo.

Buona lettura :)

sabato 8 settembre 2012

"Nel Giappone delle donne", di Antonietta Pastore - "Il coperchio del mare", di Banana Yoshimoto


More about Nel Giappone delle donne More about Il coperchio del mare Antonietta Pastore, studi in pedagogia e docente universitaria, attraverso la sua personale esperienza di expatried, durata quasi 20 anni, con delicatezza ed estrema competenza ci racconta in punta di piedi l’universo femminile giapponese: dall’adolescenza al matrimonio, dall’educazione dei figli alla vecchiaia, passando per lavoro, tradizione e femminismo. 

Scopriremo cos’è un omiai e perché non sia soltanto visto di buon occhio dalle famiglie ma addirittura richiesto dalle giovani giapponesi (50%) che dopo una certa età (ndr 26.7 anni, di media) corrono verso il matrimonio, d’amore o di convenienza che sia, semplicemente perché terrorizzate dall’idea di entrare a far parte della ormai folta schiera delle parasaito shinguru (ove shinguro sta per “zitella” e parasaito… beh, per “parassita”), perché l’obiettivo perseguito “non è il lieto fine ma l’interesse del gruppo” (p28). 
Attraverso la testimonianza di giovani spose e mature madri di famiglia scandaglieremo il misterioso, conflittuale rapporto tra la nuora e la spesso tirannica suocera a cui la giovane sposa deve obbedienza cieca e assoluta e che di frequente, se il figlio sposato è il primogenito, viene accolta in casa quando anziana e non più autosufficiente, nell’ottica di una relazione coniugale definita all’insegna dei più rigidi canoni tradizionali: l’uomo guadagna per la famiglia, la donna bada ai figli e alla casa. 
“Fin da bambina alla donna giapponese viene inculcato che la pazienza e il sacrificio di sé sono, più che un dovere della donna, l’essenza stessa della femminilità” (p38). Remissività, abitudine a servire il marito, che le mogli non chiamano per nome ma con un anonimo anata (tipo il vous francese) stesso pronome che viene utilizzato per interloquire con un collega sul lavoro; marito da cui sono apostrofate con un banale kimi (“tu”) o peggio ancora con un bell’ohi! “che non ha bisogno di traduzioni” (p38). 

E non potremo non stupirci, di fronte al potere autoritario della donna, in special modo quello che deriva dalla capacità di negoziazione interna ed esterna alla famiglia, tipico e specifico della donna giapponese. Donne che scattano in piedi se il marito ordina una birra ma che amministrano in completa autonomia tutte le finanze di casa, poche o molte che siano: dall’acquisto dei mutandoni di lana per tutti i membri maschi della famiglia, alla gestione di un esercizio commerciale, alla pianificazione delle spese. Direttamente responsabili del vitto quotidiano, finanche all’acquisto di beni mobili e immobili, non esitano a redarguire aspramente il consorte nel momento in cui osi accendersi una sigaretta in casa o uscire senza il cappotto, per poi riferirsi a lui, in presenza di terze parti, con il termine shujin (“il mio padrone”), malgrado la lingua abbia a disposizione anche otto, medesimo significato privato però dell’idea della sottomissione. Regine dell’economia domestica e target goloso del marketing più sfrenato, sono sempre impegnate nell’attività principe della donna nipponica: quella del maru maru, “del tondo tondo” (p49), ossia “mantenere la pace e l’armonia”; quando non accettino per sé addirittura il ruolo di kyoiku mama, ossia una madre che fa dell’educazione e della riuscita scolastica dei figli l’unico scopo della sua vita. 

Parleremo dei movimenti femministi, che pure ci sono stati e ci sono tuttora, frutto dell’occidentalizzazione di massa, ma che tuttavia hanno modificato solamente gli aspetti esteriori della società giapponese, grazie anche a innegabili vantaggi pratici (elettrodomestici, abiti comodi, tecnologia – pena la perdita di tradizioni raffinate e millenarie) ma non certo quelli più profondi, in un’orgia di risultati di dubbio gusto e scarsa utilità sul lungo periodo. 

Dall’analisi delle complesse tematiche familiari viene di conseguenza quella sulla vita della donna fuori casa: giovane o anziana che sia, non può esimersi dalla cura della casa e della prole (l’utilizzo di una otetsudai-san, la domestica, è socialmente concesso e accettato solo nel caso di famiglie molto facoltose) e quindi, ove scelga di portare avanti un’attività lavorativa, si tratta per forza di scelte professionali dalle caratteristiche ben specifiche. Ci inoltreremo quindi nel sottobosco multistratificato delle occupazioni professionali dedicate tipicamente al mondo femminile. Faremo la conoscenza delle tipiche Office Ladies, l’esercito delle segretarie che affollano qualsiasi multinazionale nipponica; ragazze spensierate, buona famiglia, buona istruzione, buono stipendio che viene per la maggior parte speso in accessori alla moda o viaggi all’estero. Comprenderemo un po’ meglio i delicati meccanismi di selezione e di accesso al mondo professionale (che spesso prendono il via dalla scuola elementare): divisi in due categorie, quelli con possibilità di carriera e quelli senza, ambiscono sulla carta alle agognate pari opportunità ma poi, nella pratica, non fanno altro che accelerare l’ascesa del lavoratore maschio a scapito della donna che normalmente, dato il suo impegno in famiglia, una volta sposata non potrà consacrare tutta se stessa alla ditta e al lavoro. E infine scenderemo nel mondo sommerso dei mizu shobai, i negozi "dell'acqua", tra mama-san, hostess, entraineuses, pink parlour, fino ai famigerati toruko (“bagni turchi”, poi per ovvie ragioni ribattezzati col più politically correct soapland) passando addirittura dai no-pants kissa. Con buona pace della geisha che per secoli ha incantato oriente e occidente con la sua cultura, la sua grazia e il suo mistero. 

Ad integrazione di questo competente e appassionante saggio vorremmo consigliarvi una delle numerose opere di Banana Yoshimoto, di cui vi lasciamo qualche stralcio. Racconto lungo per altro adatto all’occasione, giacché nell’opera si parla, tra l’altro, di quella dolcezza un po’ malinconica che precede l’arrivo dell’autunno nelle cittadine turistiche di una costa nipponica che potrebbe ben assomigliare ad una qualunque delle nostre spiagge tirreniche. La trama è scarna, semplice: Mari, appena laureata, torna nel suo paese di origine decisa ad aprire una piccola attività commerciale, un chiosco di granite. Assieme a lei arriva inaspettata un’amica di famiglia, Hajime, provata da da un grave lutto: la perdita dell’amata nonna che viveva in famiglia. Le due coetanee trascorreranno insieme l’estate, per poi separarsi al principio dell’autunno. 

(…) ero felice all’idea che non dovevo fare niente di strepitoso. L’unica cosa che mi era concessa era prendermi cura, riempiendolo di fiori, del piccolo vaso che portavo dentro di me. Di certo non potevo credere di cambiare il mondo con le mie idee. Dovevo solo essere me stessa, una persona in grado di godersi la vita. (…) L’unica cosa che dovevo fare era arrivare alla morte dopo aver trascorso una vita a contemplare le cose belle del creato, tenendomi alla larga da ciò che mi avrebbe costretta a distogliere lo sguardo. (p. 63) 

(…) per la verità mi chiedo perché gli uomini vadano continuamente alla ricerca di cose sempre più complicate, sempre più oscure” (…). Gli uomini si spingono sempre più lontano, in posti estremamente tristi, oscuri e remoti. E lo fanno di loro libera iniziativa. Forse sentono la necessità di vedere le cose più in profondità, oppure è la razza umana che è fatta così. (p.70) 

Io a volte penso che non sia colpa loro, che sono fatti così. Mentre gli uomini si addentrano nei loro mondi bui e tristi, noi donne cerchiamo sempre di accendere una piccola luce nella vita di tutti i giorni. Le ruote della vita cominciano a girare solo se succedono entrambe le cose (...). Suppongo ci siano anche donne capaci di lavorare fino al tracollo, stacanoviste che vanno in profondità nelle cose esaurendo tutta l’energia fisica che hanno a disposizione, di solito, però, c’è qualcosa che ci ferma prima, no? A noi piacciono le zone d’ombra, preferiamo mangiare qualcosa di buono e farci una bella dormita, consapevoli che subito arriva un nuovo giorno. Sono davvero convinta che, fondamentalmente, ci siano delle piccole differenze nei ruoli dell’uomo e della donna. Il fatto che i nostri corpi siano diversi significa che anche i nostri ruoli sono in qualche modo diversi. Di sicuro gli uomini riescono a fare anche cose estreme, perché hanno un posto dove tornare. Che sia dalla moglie o dalla madre, non importa. Possono continuare a esplorare i loro mondi, possono anche andare nello spazio, solo perché sono legati a questa corda di salvataggio (…). Noi siamo fatte in modo che ci bastano i piccoli piaceri della vita quotidiana per andare avanti. (p. 70-72) 

Le cose avvengono proprio nel momento in cui stai per convincerti che non ci sia più niente da fare. Se, invece, aguzzi l’ingegno senza darti per vinto, la soluzione arriva all’improvviso, da un luogo del tutto inaspettato, sotto una forma quasi ridicola. (p. 77-78) 

C’era una cosa che mia mamma mi diceva spesso: “Le persone non vogliono soffrire né tantomeno vivere nel terrore, desiderano soltanto essere felici. Siamo tutti fatti così, per cui se ti rendi conto che un tuo comportamento potrebbe ferire qualcuno, devi modificarlo”. (p.58) 

Come a dire, la teoria e la pratica delle cose. 
Buone letture :) 

venerdì 17 agosto 2012

"Estate al lago", di Alberto Vigevani

More about Estate al lago Molti personaggi illustri hanno scritto di Alberto Vigevani, quindi non possiamo fare altro che lasciar loro la parola. 


Un poeta che scriveva romanzi”, come lo ricorda Lalla Romano il giorno successivo alla sua scomparsa (23 Febbraio 1999), dalle pagine del Corriere. “Il mio amore di sempre per i libri di Alberto, così sapientemente e con affettuosa ironia lombardi, anzi milanesi (…) pensiero grandioso, con racconti pieni di umanità e modestia”. 

Scrittore, poeta, libraio antiquario ed editore, amico dei critici e degli autori più noti del suo tempo” lo racconta Paolo Di Stefano citando, tra gli amici e i colleghi, Sereni, Treccani, Strehler, Pampaloni, e tra i suoi critici Bassani, Calvino e Dionisotti che Di Stefano cita: 
Carlo Dionisotti nel '76 si diceva entusiasta dell' Estate al lago, collocandolo «sotto il segno di una moderna e nostra classicità»: «Leggendolo, ho avuto la commovente illusione che quella civiltà letteraria europea dei miei anni giovanili, fra l' una e l' altra guerra, non fosse scomparsa del tutto»” 

Addio ad Alberto Vigevani. Cantò il cuore della vecchia Milano” scrive Guido Vergani sempre sul Corriere, e sempre a seguito della sua scomparsa, continuando così: “Apparteneva a una Milano ormai sepolta, quella intellettualmente e ideologicamente nobile di "Corrente", di Raffaele Mattioli, il banchiere - editore, di Adolfo Tino, di Vittorio Sereni, di Antonello Gerbi, di Sergio Solmi, di Riccardo Bacchelli. Dal "Demetrio Pianelli" di Emilio De Marchi, la narrativa italiana non e' stata prodiga di storie milanesi. Non si fatica a ricordare e non si rischia di dimenticare: "L' incendio di via Keplero" di Gadda, "Il ponte della Ghisolfa" e "Il dio di Roserio" di Giovanni Testori, "La vita agra" di Luciano Bianciardi, "Un amore" di Dino Buzzati. A questo scaffale, Vigevani ha dato libri che meritano di starci e che resteranno a testimonianza del vivere e del sentire di una societa' , di una citta' negli anni dell' armonia, del male ideologico, della mediocrita' vile e accomodante, dell' inferno e, poi, della speranza. Sono pagine intrise di Milano, hanno, fra letteratura e cosa vista, fra romanzo ed elzeviro, colori, strade, personaggi, sentimenti milanesi. Per questo, Milano ha in lui il "suo" narratore. In questo, Vigevani e' lo scrittore piu' milanese dell' ultimo mezzo secolo (…). Milano, nella fatica letteraria di Vigevani, non e' solo spunto per prose d' arte. I romanzi, i racconti biografici liquidano l' idea che la sua milanesita' narrativa sia solo elzeviristica: una misura di sapiente, controllatissima scrittura che lo apparenterebbe agli scapigliati Gian Pietro Lucini e Carlo Dossi, a Raffaele Calzini, a Carlo Linati, a Piero Chiara di "Vita a Milano", ad Alberto Arbasino di certe pagine de "Piccole vacanze". Anche se il suo sangue, il suo sentimento, la sua appartenenza alla citta' si fossero espressi solo in questa forma e "gittata", in questo respiro breve, chi potrebbe negargli un posto alla ribalta della letteratura milanese? Ma tale diritto e' alimentato dallo sfondo, dalla materia, dall' impasto totalmente milanesi del suo narrare piu' disteso e vasto” 

Estate al lago” in edizione Sellerio (la prima è di Feltrinelli, 1958) ci è capitato in mano per caso, scovato sul bancone di un mercatino dell'usato. Come per caso sono nate le immagini attraverso cui abbiamo cercato di descrivere l'opera.

"L'anno che compì i quattordici andarono in villeggiatura a Menaggio,
sul lago di Como, per seguire dei parenti che avevano figliuoli vicini alla sua età
e a quella dei fratelli. La delusione di non tornare al mare lasciò il posto alla curiosità per i nuovi paesi,
al pensiero che vi avrebbe ugualmente trovato l'acqua e le barche" (pag.21)

"Dalle cancellate si intravedevano i giardini del lungolago, trapunti dai colori delicati
delle aiuole fiorite, folti d'alberi esotici, di piante centenarie che sporgevano i rami sulla strada" (pag.22)


"Gi pareva di tenere il capo di un capriccioso aquilone che per un istante,
nascosto dal tetto di una casa, da un crocchio di piante,
nemmeno si sa dove voglia dirigersi. Poi, nel giardino, le siepi,
le finestre aperte sulle stanze, gli parvero un labirinto di prospettive, e, quando le udì,
di voci che avrebbero potuto strapparlo dalla contemplazione di ciò che stava nascendo,
e nemmeno voleva approfondire" (pag.69)

Dalla nota di G Pampaloni in coda al volume:

“(Estate al lago) è, tutto insieme, racconto d'ambiente, memoria di adolescenza, racconto d'amore, storia di un'educazione sentimentale (…). Il fascino del racconto sta nel timbro, malinconico e un po' assorto; una malinconia che nasce da una necessità lirica e si vela di un arcano colore del destino. Il mondo che ci descrive è quello consueto allo scrittore, il mondo della borghesia liberale milanese, moderna, illuminata, e pur sempre legata al solido decoro ottocentesco: la lunga villeggiatura della famiglia di una avvocato, le quiete ville sulle rive del lago di Como, nascoste dal verde agli sguardi indiscreti, l'agio senza sussulti apparenti degi anni tra le due guerre (…). Giacomo, ragazzo solitario e scontroso, confuso nell'etaò acerba degli ultimi calzoni corti, è infelice; ma il suo problema non è la felicità, è la vita (…). Questo mi pare il tratto originale del personaggio (e del libro): la perdita dell'innocenza, momento fatale di ogni adolescenza, si trasforma, come in dissolvenza, nella consapevolezza della complessità dell'amore con tutto ciò che di ambiguo, di doloroso, ma anche di certo e, in qualche senso, di supremo, tale consapevolezza porta con sè” (p137-138). 

Buona lettura :)

Bibliografia essenziale:

lunedì 6 agosto 2012

"Vietato giocare con la palla", di Antonio Steffenoni


More about Vietato giocare con la pallaLe notti di agosto, a Milano, sono bugiarde e interminabili, rinfrescate da qualche scampolo di vento prealpino che coraggioso scende a valle quando cala la sera; sono piene di buoni propositi e progetti per il giorno a venire (lontano o vicino) che poi però, alla luce di un’alba già rovente, naufragano nel mare delle illusioni impigrite. 

“Vietato giocare alla palla” si inserisce perfettamente, per tematica e struttura, nel ricco filone noir della narrativa gialla milanese. Il Commissario Ernesto Campos, di padre spagnolo emigrato in Italia per amore, viene richiamato dalle ferie per risolvere un’indagine spinosa: una carneficina famigliare, cinque persone barbaramente trucidate a colpi di arma da fuoco, nessuna arma del delitto e un unico superstite, per altro sospettato, in fuga. 

Come a dimostrare che ogni opera letteraria tende, se non forzata, a prendere la strada che più gli è consona, abbiamo atteso molto tempo per affrontare questo romanzo che non è una novità recente nel panorama delle uscite di genere (la prima uscita è datata addirittura 2008). Questo perché non si tratta, semplicemente, di un romanzo giallo. Certo, ve ne sono espresse al meglio tutte le caratteristiche: un delitto efferato a cui segue un'indagine di difficile risoluzione, una squadra di protagonisti appartenenti alle forze dell’ordine ben assortita e delineata nei dettagli, capitanata da un leader sicuramente di spicco, né convenzionale né immune alle proprie, personali debolezze; uno stile narrativo che si destreggia abilmente, attraverso una trama tesa e lineare, tra le parti prettamente descrittive e quelle dialogate, fondamentali per lo sviluppo della vicenda; una contestualizzazione geografica e temporale precisa e ben calibrata. 

Avevamo bisogno di riscontri oggettivi – per quanto oggettiva possa essere ogni percezione personale - di immagini e rifrazioni di luce

Bisogno di vivere anche noi, come il Commissario Campos, quel tempo sospeso delle ferie in città, fatto di buoni propositi (i 4327 libri del Commissario, che riposano chiusi in decine di scatoloni – tutti rigorosamente sistemati ed etichettati in ordine alfabetico – e che il protagonista ha il proposito di sistemare nella libreria di casa, utilizzando parte della licenza estiva), di tempo dilatato e immobile, aria rovente e sole a picco sull’asfalto molle e quasi liquefatto e notti – appunto – un po’ bugiarde e interminabili. Così ce la siamo girata quasi tutta, la Milano di Ernesto Campos (e ne abbiamo fatto pure qualche twitt, in rigoroso ordine sparso).

Dalla circonvallazione interna ai casermoni di cemento della periferia nord, passando per le spiagge affollate del Lido fino ai tavolini di una Brera assopita sotto il sole di agosto, abbiamo affrontato quasi una discesa agli inferi casalinga, a metà tra un Cuore di Tenebra postmoderno e un’inedita avventura Marcovaldiana. Perché “Vietato giocare alla palla” è anche, e soprattutto questo: una personale indagine introspettiva che partendo dall’inquietudine personale del protagonista raggiunge inevitabilmente anche il lettore. Così, mentre il Commissario Campos si trova a fare i conti non solo con l’assassino impunito di una strage efferata e all’apparenza senza logica ma anche con i propri demoni personali che il delitto fa potentemente riemergere (un episodio drammatico del passato e un senso di colpa mai sopito), necessariamente il lettore finisce per interrogarsi anche su di sé. 

"I casamenti che fiancheggiavano il rettilineo di Melchiorre Gioia
avevano per lo più le persiane chiuse" (p10) 

"Anche Via Cagliero sembrava far parte di una città abbandonata; le tapparelle abbassate
punteggiavano di nero  i grandi palazzi che la stringevano sui due lati" (pp 32-33)

“Vietato giocare alla palla” è un romanzo sul castigo e sul perdono, sui cambiamenti nei rapporti d’amore e sul senso di responsabilità rispetto al quale non riusciamo quasi mai a confrontarci con equilibrio: talvolta gli sfuggiamo, nella convinzione che ad esso sia possibile sottrarsi per sempre solo per il semplice fatto di continuare a ignorarlo; talvolta invece ce ne sobbarchiamo solo gli oneri in un gioco perverso di ricatti affettivi, inutili rinunce e speranze mal riposte.
Il senso di colpa di Campos proprio perché mai risolto inquina la quotidianità del protagonista, relegando i suoi rapporti personali, specificamente quello profondo ma altalenante con la fidanzata Marzia, dentro un limbo fangoso di cose non dette, questioni lasciate in sospeso e decisioni procrastinate all’infinito.

E' un attimo unico, particolare, uno di quei rari istanti in cui per talento e intuito il fotografo riesce a scattare un’unica istantanea, il momento esatto in cui una vita cambia direzione.

Nota a margine: potete trovare qui una vasta galleria dei bellissimi lavori "Hopperiani" di Gianni Maiotti, autore dell'immagine in copertina e illustratore della maggior parte delle cover della collana "Il mio tempo" di Carte Scoperte.

Buona lettura :)