Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

sabato 7 luglio 2012

"Venti corpi nella neve", di Giuliano Pasini

More about Venti corpi nella neve L’estate sa di giallo. E di inverno, neve e tempesta sull’Appennino emiliano tra nebbia e sassi, case antiche e vecchie storie mai dimenticate.
Giuliano Pasini è l’autore di questo “Venti corpi nella neve”, uscito già l’anno scorso in ebook con il titolo “La giustizia dei martiri”, una delle 30 opere vincitrici della prima edizione del torneo letterario “Io Scrittore” promosso dal Gruppo Editoriale Mauri-Spagnol. 
Caratteristica peculiare di quello che è divenuto uno dei più noti concorsi web del settore è la modalità di partecipazione dei concorrenti, che ricoprono il doppio ruolo di autori e critici: sono sempre solo i partecipanti a definire la classifica (due manche e una graduatoria finale) e di conseguenza i vincitori. 
L'iscrizione al torneo è gratuita e in palio v’è la pubblicazione in formato ebook per le prime 30 opere ed edizione cartacea per le prime classificate.

Ecco a voi qualche stralcio dell’interessante pagina di presentazione del torneo.

È passato un altro anno e una nuova, fortunata edizione del torneo letterario IoScrittore si è conclusa, (…) dimostrando una volta di più la validità di una formula di scouting innovativa, democratica e al tempo stesso attenta alla qualità delle storie, un’alternativa al self-publishing, così in voga di questi tempi quanto sotto osservazione. Il claim del torneo letterario IoScrittore non vuole infatti essere “Se l’hai scritto, va stampato” quanto piuttosto “Se l’hai scritto, va valutato”. È la logica di un torneo completamente gratuito che garantisce la piena libertà degli autori.

Con questa iniziativa il Gruppo editoriale Mauri Spagnol intende rilanciare una competizione paritaria affidata alla rete che dia nuovamente luogo a una forte comunità di lettori e di scrittori in grado di dar vita a una sfida letteraria democratica e appassionata. La scommessa ancora una volta è che siano gli autori, nei panni di lettori, ad avere l’ultima parola.

Ambientato sull’Appennino emiliano tra Modena e Bologna a metà degli anni novanta, il noir – rispondendo a ben precisi canoni di genere, che siamo felici di ritrovare, limpidi e chiari nei dettagli e nella struttura - intreccia le vicende personali del poliziotto Roberto Serra, tormentato da un passato angoscioso e vittima di un presente professionale e sentimentale drammatico, a quelle corali della gente del borgo di Case Rosse, comunità ancora scossa dalle vicende dolorose e tragiche ivi accadute durante il secondo conflitto mondiale. Proprio a queste vicende si fa riferimento in entrambi i titoli, che rimandano alle numerosi “stragi minori” fatte di lotte partigiane e rappresaglie nazifasciste che insanguinarono numerosi paesi dell’area appenninica tra il 1944 e il ‘45.

La trama, lineare, appoggia su una struttura equilibrata - il buon ritmo è scandito dai capitoli che, a seconda dell’oggetto narrativo, variano di lunghezza e alternanza sempre ben tesa tra dialogo e parte descrittiva – e su una scrittura agile e secca, che riduce aggettivazione e ipotassi al minimo mantenendo tuttavia il legame con la letteratura di genere sempre chiaro e forte, evitando (abilmente) il rischio di scivolare nel temibile gorgo della fiction ad uso e consumo cinematografico.

Capodanno 1995: su un pianoro poco distante dal borgo di Case Rosse, piccolo paese arroccato sulle pendici dell’Appennino tra Modena e Bologna, ai piedi di una stele funeraria a ricordo di alcuni martiri caduti in guerra vengono ritrovati tre corpi: una famiglia orribilmente distrutta. Ad indagare, l’investigatore Serra, che ricopre il ruolo di sostituto commissario nel piccolo paese e che dovrà confrontarsi non soltanto con la strage appena scoperta ma anche, e soprattutto, con i fantasmi di un passato drammatico con cui il borgo di Case Rosse ancora non ha trovato modo di fare pace.

I personaggi in azione sono presentati con destrezza e abilità narrativa, attraverso un’attenta selezione dei dettagli e limando la parte descrittiva sino ad ottenere un mix perfetto che, pur guidando il lettore nella giusta direzione, lo lascia libero di sviluppare le proprie doti immaginative creando da sé volti, luoghi e ambientazioni che nella descrizione secca e precisa di GPasini risultano dipinte a tratti precisi, di acquerello ben teso, e particolarmente evocative. Si pensi alla piazza principale del borgo, avvolta dalla nebbia e illuminata a stento da qualche lume giallo e dalle luci fioche che provengono dalle vetrine dei pochi esercizi commerciali che affacciano sull’acciottolato e sulla statua dell’angelo della morte, vendicatore dei martiri caduti in guerra, che domina, con il suo nero profondo, l’antico quadrilatero.

Nonostante gli evidenti influssi della narrativa straniera, da Connely a Larsson, “Venti corpi nella neve” è un noir dalle profonde radici italiane, fortemente contestualizzato e caratterizzato nei particolari (evidente la cura bibliografica sottesa alla narrazione); paga certamente quel debito che l’autore, come dichiarato nelle numerose interviste, dichiarava di avere con la propria famiglia, anch’essa in qualche modo vittima delle “stragi minori” avvenute nell’ultimo anno di guerra, nel timore che la morte dei protagonisti e lo scorrere del tempo possano portare ad una riscrittura della storia poco veritiera, e con la propria terra di origine, che l’autore definisce concretamente non soltanto attraverso le descrizioni paesaggistiche ma anche attraverso le tradizioni culinarie e l’uso delle varianti regionali della lingua.

Un romanzo di esordio vivo e brillante, acuto. Autoconclusivo nella narrazione, strizza tuttavia l’occhio a un sequel che speriamo non tardi ad arrivare.

domenica 10 giugno 2012

"Il fuoco amico dei ricordi" I&II, di Alessandro Piperno


More about Persecuzione More about Inseparabili Per parlare di Piperno inizieremmo dalle bellissime, e significative, illustrazioni di Werther Dell’Edera che accompagnano i due volumi. 
Una in particolare, non disponibile on line, la trovate in “Persecuzione” e raffigura un atletico Leo Pontecorvo a cavallo. Il pregiato oncologo, agghindato con perfezione metodologica, governa, sciolto, la bestia domata.

Leo, Filippo e Samuel Pontecorvo si misurano, allo stesso modo anche se in momenti e con declinazioni diverse, con un unico demone: la società dello spettacolo. Mostro marino, Giano Bifronte che tramite la gogna mediatica ha l’abilità di trasformare in un delinquente patentato anche l’individuo più mite e tranquillo oppure, al contrario, di innalzare ad eroe civile e icona di stile uno sconosciuto giovane di buona famiglia, che nei primi 35 anni della sua vita non ha certo brillato per doti personali o professionali. 

Da una parte, quindi, c’è Leo Pontecorvo, oncologo pediatrico all’apice della carriera ospedaliera, incastrato in un brutto fattaccio di sesso e pedofilia da cui verrà scagionato solo 20 anni più tardi attraverso una casuale e fortuita riabilitazione intima, familiare – mai pubblica – niente affatto significativa. Peccato che le accuse in questione, e il relativo processo, penale e mediatico, l’abbiano portato nel frattempo ad una prematura (e macabra) scomparsa. 

Dall’altra, Filippo Pontecorvo, primogenito un po’ sfortunato negli studi, lievemente imbolsito dall’età e dalla passione per la buona cucina, vittima di ipocondrie e crisi depressive che tiene a bada con iniezioni di adrenalina (esperienze para-militari, missioni “umanitarie” – che di umanitario hanno poco o nulla se non l’idea di salvar se stesso) e psicofarmaci, affrancatosi dalla vita professionale grazie al matrimonio con una ex-valletta televisiva che, attraverso il conto in banca del padre, gli garantisce un presente florido e un futuro di relativo agio. Il giovane rampollo, grazie ad un’unica opera d’arte composta un po’ per gioco un po’ sul serio, assurge all’olimpo della cinematografia per poi cadere rovinosamente nel turbine del successo e del tritacarne di masse adoranti e/o inneggianti ad una sua precoce dipartita, favorita e auspicata da certi ambienti estremisti. 

Per non parlare di Samuel Pontecorvo, secondo genito brillante e affermato, che finirà per cadere vittima dell’avidità e della spregiudicatezza del mondo finanziario di cui bramava fare parte. 

Descrivendo l’improvvisa e inattesa ascesa di “Fili”, che tutto si aspettava, dall’interno del caldo bozzolo di spettatore passivo del mondo che con gli anni si era ritagliato, tranne che divenire oggetto di culto (e di vendetta) da parte di masse isteriche e pronte a tutto (sia per amarlo, sia per ammazzarlo) pare quasi che A. Piperno ci metta in guardia contro se stesso, e contro quel certo effetto che talune opere di ingegno possono creare nella mente dello spettatore che dell’opera, quale che sia, si trova a fruire. 

E’ questione che il successo molto probabilmente è arte vana, un castello di carte che può cedere al minimo refolo di vento. 
Il brillante oncologo pediatrico cade, vittima prostrata di un meccanismo di caccia alle streghe perverso e morboso (manca solo B. Vespa, con la bacchetta e il diorama della “Villa Pontecorvo” con tanto di scorcio del seminterrato). E poco importa di chi sia la colpa: di certo siamo di fronte ad un delirio di onnipotenza; ma di chi? Di una Lolita de’ noartri, scipita e slavata oppure – perché il dubbio sino alla fine rimane - di un uomo di mezza età che grazie a posizione sociale ed economica pensa di poter dare sfogo a tutte le sue più pruriginose fantasie? 
Allo stesso modo il giovane rampollo si esalta e perde se stesso, grazie ad un’opera d’arte sì interessante e peculiare ma partorita un po’ per caso, un po’ per fortuna, un po’ per nulla, e destinata a non replicarsi. 

Così, ci viene da pensare. 
Chi è Alessandro Piperno: il nuovo Philip Roth, tanto esaltato dai fans e dallo zoccolo duro dei suoi recensori più fidati? Quello che da anni aspettavamo, febbricitanti, in fremente attesa di un altro suo epico, struggente, apocalittico, affresco familiare? Oppure è soltanto uno dei tanti prodotti di un marketing editoriale aggressivo e mirato, un autore come tanti, benedetto dalla dea fortuna, un personaggo qualunque, che dopo tanti anni passati ad arrovellarsi il cervello in attesa dell’idea fulminante non sarà in grado di replicare il successo d’esordio? 
Insomma, Piperno ci strizza l’occhio e ci parla, tra le righe, del criterio della buona misura. E lo fa in maniera gentile, delicata, a-celebrativa. 

Di misura non ne ha avuta Leo Pontecorvo che da perseguitato si fa persecutore di se stesso e della sua famiglia, auto-precludendosi ogni speranza di redenzione attraverso una regressione involutiva consapevole: alla maniera quasi Ballardiana, si reprime e assoggetta se stesso a uno stadio di uomo cavernicolo privato(si) dello spazio vitale, del cibo, della parola, della ragione. 
Non ha misura nemmeno Rachel Spizzichino in Pontecorvo che vittima della buona creanza e di un certo qual puritanesimo che ha il sapore acido della superstizione e della bigotteria, non esita a far proprio il comportamento dei tre primati della vignetta: non vedo, non sento, non parlo (e se c’ero, dormivo). 
Non hanno misura né Filippo né Samuel Pontecorvo, ma non hanno misura nemmeno le rispettive consorti, Anna e Silvia, perse nei propri, personali deliri di onnipotenza. Delirio di onnipotenza che si esemplifica nel comportamento della massa: figure indistinte che possono, allo stesso modo e allo stesso momento, idolatrare e sconfessare – e tanti saluti al senso della misura. 

Piperno ci mette in guardia anche da se stesso, e – ancora una volta, ma com’è che ultimamente ritorna sempre, questo tema? – dall’American dream. Che è un’American Dream casereccio, fatto di questionucole e privilegi di gusto dubbio e sicura provincialità ma sempre permeato dal gusto per il  riconoscimento privato ma soprattutto pubblico e sociale. 

Non c’è sarcasmo nella sua strizzata d’occhio. Piuttosto un impegno che ha del morale senza per forza scivolare nell’epidittico o nel paternale; è per questo che ci sentiamo di consigliare la lettura di “Piperno” sempre con un occhio puntato all’autore, Alessandro Piperno, e alla sua esperienza di scrittore.

lunedì 28 maggio 2012

"L'alba di Talulla", di Glenn Duncan


More about L'alba di Talulla Nuovo, appassionante capitolo della saga del Moderno Lupo Mannaro, che vede protagonista non più il caro, oramai estinto, Jacob Marlowe (di cui avevamo parlato qui) ma la rispettiva consorte, Talulla Mary Apollonia Demetriou, Lulu per gli amici più intimi. Glenn Duncan non ci fa rimpiangere la figura maschile protagonista del primo volume, presi come siamo nel vortice della narrazione e dall’energia, vigorosa, erotica, animalesca, di un’eroina femminile che finalmente si riappropria con destrezza di tutte le caratteristiche tipiche di un personaggio di successo. 

Talulla Rising è racconto horror, gothic novel, pulp fiction, pregno com’è di fenomeni soprannaturali, sangue – bevuto e versato – e atmosfere mistiche (da una Londra di fascino Vittoriano alle mura bianche di calce e luce lunare del monastero sconsacrato, in terra Greca). Eppure è anche spy story, grazie al tema ben identificato dei complotti internazionali tra società segrete paragovernative e cellule deviate che si contendono, in una lotta senza esclusione di colpi, fra tradimenti, doppi giochi e azioni sul campo degne di Ludlum, il controllo e il dominio su licantropi e/o vampiri (o il merito della loro estinzione definitiva), ma anche diario epistolare, riflessione intima, raccolta di haiku. 

Qui, in redazione, noi Talulla ce la immaginiamo bella tonda, femminile, braccia forti e seno evidente. Chè siamo un po’ stanchi di queste figurette pallidine, davanti e dietro piatte come tavole da stiro, lacrima facile, spalle curve, occhio languido e sgomento. La forza e la concretezza di Talulla stanno in una compresenza che diviene ad un certo punto paradigmatica: come in lei convivono l’essere umano e il mostro sovrannaturale che – ribadito perentoriamente nel corso di tutta l’opera – non possono essere disgiunti l’uno dall’altro ma al contrario si compenetrano a vicenda, inscindibili, così Talulla è donna e madre, combattente coraggiosa ma allo stesso tempo figura femminile delicata, romantica, appassionata, che ricorda con ardore, nostalgia e rimpianto la breve stagione d’amore passata con l’amato ma che, con evidente senso pratico (senso pratico che l’autore spesso esemplifica attraverso il ricorso alla voce della madre defunta, che Talulla immagina di udire ancora), considera inaccettabile il ruolo di giovane vedova votata alla castità imposto dalla corrente morale (umana). 

Duncan gioca con noi, agile, e lo fa su diversi livelli, stratificati, analizzando vari temi cui occorre prestare attenzione. 

Fortissime per esempio, per lingua e significato, le pagine iniziali sulla maternità (e stupisce – ma forse no – che a scriverle sia stato un maschio): l’atto fecondo di dare la vita attraverso il parto ha come necessaria conseguenza l’espulsione del bambino dal ventre della madre ma non altrettanto necessariamente – e succede spesso – la nascita immediata del sentimento di amore materno verso il neonato. 
La maestria di Glenn Duncan in questo caso è duplice. Senza perdersi in filosofiche interpretazioni dell’argomento, da una parte accenna alla questione, finto vago, attraverso un espediente magico e perfetto: il ricordo ossessivo di Talulla per uno spot pubblicitario di una nota marca di pannolini per neonato. Nel più chiaro e tipico dei cliché moderni sulla maternità, la madre rappresentata in televisione ha pelle e capelli come fosse appena uscita dal centro estetico, indossa vestiti di un bianco verginale, puliti e stirati, e sorride, composta nel suo amore immenso verso la creatura (naturalmente anch’essa sorridente, pulita e vestita di tutto punto) che tiene tra le braccia. Talulla immagina, nel delirio dei pensieri pre (e post) maternità, che la donna in questione, con una torsione di busto degna dei migliori stop-motions di Tim Burton, giri il capo verso l’esterno del televisore, scoccando uno sguardo indignato e disgustato verso la Madre Indegna Del Momento. 

Dall’altra parte, Duncan tende un filo rosso che si dipana lungo tutto il progresso della narrazione e che parte dall’idea di Talulla di aver consapevolmente (e quindi colpevolmente) abbandonato il neonato maschio nelle grinfie dei rapitori - che con un assalto mirato lo hanno strappato alle braccia materne pochi minuti dopo la nascita - a causa della sua tardiva reazione all’assalto; reazione tardiva dettata dall’indifferenza (e forse anche dal fastidio) provata nei confronti della creatura uscita dal suo ventre di mostro. Peccato che questa interpretazione della questione (lo sappiamo noi, lo sa Duncan, ma non lo sa Talulla) proprio non regga. 

In verità non ce n’è una che non ci piaccia, di figura femminile presente nell’opera, anche perché Duncan non fa mistero della sua viscerale passione per il sesso femminile che trasuda da ogni suo approccio descrittivo verso l'altro sesso: si va dalla bella Madeline, bionda lunare sempre pronta stupire se stessa e chi la circonda, all’amore senza tempo della madre-vampira, per arrivare alla chioma rossa - tutina di lattex e coscia tornita - di Josephine, tutta compresa nel suo ruolo di vampira-in-carriera. 

Malgrado le scene pulp, il sesso violento, il sangue versato, la tematica horror e lievemente trash, Talulla rising è per noi un libro dalla femminilità prorompente. Le donne sono i personaggi chiave del romanzo, eroine a tutto tondo per altro in contrapposizione con maschi che per una volta – santo cielo! – non vengono presi, in primis dall’autore, troppo sul serio: si va dai machi super pompati e anabolizzati che passano la loro vita a giocare con pistole e fucili sparattutto (!) nel tentativo di sdoganarsi da vecchie madri e sorelle iperprotettive a cui avevano votato infanzia e adolescenza, a energumeni paleopreistorici - ascella pezzata e microcervello, pugni, alitosi e aggeggio sempre pronto allo stupro - a giovani lupi mannari che, una volta rapiti dall’estasi dionisiaca, dimenticano qualsiasi responsabilità etica, civile, morale. 

Se per certi versi Talulla rising dovrebbe essere seguito con distacco, senza tante pretese di immedesimazione, assaporando gli eccessi, le atmosfere pulp e il divertimento che ne consegue, dall’altra occorre di necessità soffermarsi con attenzione sulla parte più intima del romanzo, per godere appieno della scrittura e dell’arte di un narratore che affabula e rapisce. 

*** 
Un ringraziamento particolare agli amici di @Bookrep e @isbnedizioni (@albaditalulla) che con pazienza e perizia sono riusciti a domare un file #ebook particolarmente… capriccioso. Grazie!

venerdì 25 maggio 2012

“Stoner”, di John E Williams – una serata di lettura condivisa (terza e ultima parte)


More about Stoner Terzo e ultimo appuntamento nel salotto di @tempoxme_libri per concludere la lettura e l’analisi di #Stoner, insieme alle bravissime @leggendolibri e @SedCetta che hanno animato una discussione appassionante, ricca di spunti e di confronti. 

Aree di analisi, come sempre suggerite da Giuditta: 
  1. Valutazioni generali e conclusive 
  2. Letteratura e Amore 
  3. Grace 
  4. La morte del protagonista 
Valutazioni generali e conclusive 
Il testo, completata la lettura nella sua interezza, ha restituito alle lettrici impressioni e sensazioni mutevoli e cangianti. 
- Per @Sedcetta l’autore ha raggiunto lo scopo; fondere stile e contenuto nel rappresentare, attraverso una scrittura piana ed essenziale, un’esistenza caratterizzata dalla presenza di pochi avvenimenti di rilievo “in una sorta di silenzio ovattato in cui la vita vera resta fuori”. 
- Per @tempoxme_libri invece il giudizio sull’opera si è modificato radicalmente: la trama da avvincente si è fatta sempre “più lenta e scontata (…) rasentando la noia e la ripetitività”, malgrado questo fosse, molto probabilmente, l’effetto esatto a cui l’autore dell’opera voleva tendere: l’incompiutezza (@Tempoxme_libri) e l’inganno teso al lettore, sempre in attesa del riscatto che invece non arriverà mai. 

La storia di Stoner, indubbiamente, non vuole essere consolatoria. Questa analisi porta con sé, di necessità, alcune altre osservazioni: 
- Le ultime 13 pagine: il racconto, lirico e denso di significati, della morte del protagonista. 
- La “mediocrità” del personaggio Stoner, il ricordo lasciato ai posteri (si veda la diatriba con il collega Lomax, che in pratica sarà l’unico ricordo che studenti e professori avranno del professor Stoner, malgrado gli anni spesi dal protagonista nell’insegnamento e nella condivisione di quel sapere raggiunto con così tanta fatica). 

“Il personaggio Stoner non ne esce bene. Perdente nella vita e nella morte anche nel ricordo che lascia di sé. Quasi come una sottile vendetta dell’autore per aver banalmente lasciato scorrere la sua vita senza viverla” per @SedCetta; “Credo che con la morte Williams voglia riscattare il suo personaggio, attraverso il lirismo e la consapevolezza (credibile)?” per @Tempoxme_libri 

Altro punto analizzato è la concezione del femminile, che a tratti pare scivolare verso connotazioni maschiliste e vagamente misogine. Si approfondisce il tema nelle sezioni relative. 

Letteratura e Amore 
Che sono le “uniche due occasioni” (@tempoxme_libri) in cui Stoner potebbe decidere del proprio destino – “ma l’inettitudine prende il sopravvento” (@tempoxme_libri). 

La storia d’amore con Katherine è figlia del suo tempo. Nonostante l’intensità del sentimento è destinata a fallire dal principio, proprio perché extraconiugale e a-sociale. Impensabile (e poco credibile) che un uomo dell’epoca potesse anche solo tentare di opporsi alla morale corrente difendendo a spada tratta un amore adulterino. Sentimento che comunque non morirà neppure a seguito dell’allontanamento e della separazione, vedasi la dedica con cui Katherine “pagherà il debito di riconoscenza dei confronti di Stoner” (@Tempoxme_libri) inviandogli “quasi un messaggio d’amore in codice”. 

Lo studio delle lettere è appagante per Stoner, e l’insegnamento lo completa. Per @Tempoxme_libri la rappresentazione dell’ambiente universitario è positiva, malgrado competizioni e rivalità. E’ il luogo della realizzazione e dell’amicizia profonda e duratura. Eppure, curioso il ricordo che studenti e professori serberanno di lui (“Nient’altro se non il carattere particolare, le sue “stranezze”, spesso i falsi aneddoti” - @Tempoxme_libri nella sezione “Valutazioni generali”), che sarà irrimediabilmente collegato alla diatriba ventennale con il collega Lomax. Un altro “feroce attacco del destino” (@Tempoxme_libri nella sezione “Valutazioni generali”)? Al posto della passione per le lettere, del saggio pubblicato, delle lezioni appassionanti, tutto ciò che verrà ricordato sarà, ahinoi, puro gossip. 

Un’osservazione più generale si impone a questo punto sul presunto “vittimismo” del protagonista, che pur avendo davanti a sé l’esempio, sia nella vita culturale, sia in quella politica e sociale, di uomini e studiosi illustri, non accenna ad un alcun, seppur vago, miglioramento personale. Vittimismo (@appuntidicarta) o mera inettitudine (@Tempoxme_libri)? 

“Stoner è vittima di se stesso, per cui non si lamenta. (…) C’è quasi un sottile compiacimento (…). Infondo chi è vittima e carnefice può sempre puntare il dito e delegare le responsabilità ad altri. Al mondo accademico chiuso, alla moglie mai cresciuta, alle regoli sociali. (…) Stoner fallisce perché non ha gli strumenti per andare oltre. E questa è incapacità. Però di questa incapacità si compiace, è rassegnato” (@SedCetta). 

@appuntidicarta: “Da una parte si celebra l'iniziativa personale (il figlio di contadini che si emancipa con lo studio) lodando l'idea del yes we can. Dall'altra si sconfessa questa idea - tant'è che una delle questioni fondamentali del libro, non dimentichiamolo, è l'incomunicabilità tra le generazioni. (…) E’ una questione molto attuale che serpeggia e viene spesso analizzata da molti autori USA contemporanei che evidentemente si trovano, in questo periodo di forti cambiamenti, a fare i conti con un modello di vivere personale e sociale a cui avevano dato cieca fiducia nel passato ma che ora, pur con tutti i suoi pregi, evidenzia anche i molti difetti, primo tra tutti la mononuclearità famigliare”. 

La discussione si conclude con un bellissimo intervento di @SedCetta: 

“Il fatto che molti scrittori contemporanei negli USA avvertano il disagio di aver posto cieca fiducia in un modello sociale fallimentare la dice lunga sull'incomunicabilità generazionale. Forse noi non concepiamo un simile modello perché, nonostante gli errori evidenti, abbiamo ancora radicato un modello familiare più attento e protettivo”. 

Grace 
“Forse la più tragica e sconfitta” (@Tempoxme_libri). 

Anche Grace è figura del suo tempo, al suo tempo adeguatasi in tutti i cliché: dall’infanzia inamidata di fiocchi e crinoline, all’adolescenza postbellica e ribelle, all’età adulta segnata dall’alcolismo. Incuriosiscono i modi secondo cui Williams pare incrudelirsi nei confronti delle figure femminili che, a parte Katherine, vagano tutte per il mondo in stato semicomatoso tra isteria e fallimento. 

Si riflette sul punto di vista della narrazione: 

@appuntidicarta: “Banalmente, Grace è il risultato. Un esperimento scientifico, quasi: - metti un tipo come Stoner, che si sposa con una tipa come Edith. ecco cosa ne può nascere – 
Ho l'impressione che ogni tanto Williams si sia "divertito" nell'osservare questa famiglia dall'esterno. Ogni tanto, poi non ne è capace neanche lui, ed è questo che mi ha interessato, questo continuo "andar fuori e poi di nuovo all'interno" ... gettando una briciola di formaggio, iniettando delle sostanze velenose, come topolini da laboratorio”. E vedere… l’effetto che fa. 

Nella sezione “Valutazioni generali” si era fatto cenno (@leggendolibri) all’importante tematica della contestualizzazione dell’opera, che pur nella sua evidente attualità, è, e rimane, datata 1965: durante  il secondo conflitto mondiale le donne cominciano appena a sostituirsi agli uomini nelle attività quotidiane e nel lavoro in fabbrica, quindi è "consona" (@leggendolibri) una certa lettura delle figure femminili. E' Grace ad essere "avulsa" da questo contesto: “Perché la morte di Stoner avviene dopo un po' di tempo dopo che è finita la seconda guerra mondiale, quindi è plausibile che la ragazza viva un periodo di riscatto delle donne che hanno lavorato mentre i mariti erano in guerra e quando questi ritornano non sono disposte a tornare a far le pulizie e a ricamare. Quindi le opportunità che ha grace sono ben diverse, da quelle che ha avuto per esempio sua madre” (@SedCetta)

La morte del protagonista 
Eccoci qui, alle famose 13 pagine sui cui @leggendolibri (qui) riflette con attenzione e a cui vi rimandiamo. 
“Un lungo, estenuante addio alla vita, vissuto senza eroismi” (@Tempoxme_libri). Tutte concordi nell’osservare il profondo lirismo delle pagine perfettamente equilibrate nella sostanza e nella forma a parte @Tempoxme_libri che lamenta un eccesso di “impressioni diluite e immagini metaforiche”. 

Assistiamo sicuramente ad un momento di epifania. Stoner, che non è mai riuscito (o non hai mai desiderato) possedere una percezione chiara di se stesso, nel momento della morte raggiunge, in qualche modo, una consapevolezza più intensa di sé e del mondo che lo circonda. Ma la consapevolezza si risolve in una morte “come l’aveva desiderata” (@SedCetta) oppure in una “epifania del nulla”?
“Tra le mani il libro da lui pubblicato, decenni addietro, fuori dalla finestra la primavera e alcuni ragazzi che corrono sul prato” (@appuntidicarta) “nell’illusione che la sua vita abbia avuto un senso” (@Tempoxme_libri). 

Io ringrazio tutte le protagoniste che hanno allietato queste tre serate, che ho vissuto con attesa, interesse e partecipazione: prima di tutto Giuditta, gentilissima padrona di casa, seguita dalle brave – e competenti - @SedCetta, @leggendolibri @colvieux). Grazie a tutte per l’impegno, la passione, la discussione, il confronto.

-> potete trovare qui e qui rispettivamente la prima e la seconda parte della lettura condivisa su #Stoner.