Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

mercoledì 16 maggio 2012

"Matched", di Allie Condie



More about Matched Ebbene sì, questa volta parleremo di Young Adult, genere letterario che vuoi per età anagrafica vuoi per temi narrativi non si annovera (o meglio, non riesce ad annoverarsi, mica lo scartiamo noi a priori) tra le nostre letture quotidiane. 
La “proposta” (poi si capirà il perché delle virgolette) è arrivata dal’amica Miriam, che, rimembrando i suoi fasti passati di cultrice delle Lettere, domenica scorsa mi ha apostrofato con un Γνῶθι σεαυτόν (gnôthi seautón) così imperativo da non consentire dibattito alcuno. 

Ovvero, cosa rispondere se la tua primogenita 13enne sfoglia “Matched” in libreria e ti dice che sì, è quello, il libro che vorrebbe in regalo. 

Secondo il vecchio adagio Miriamesco, anzi due, per cui: 1. “Per combattere il nemico (ovvero l’AM – Adolescente Medio, ndr), devi conoscerlo” 2. “Ho tre figli di cui uno un pieno svezzamento, cara, figurati se adesso ho il tempo di leggere (*), è andata a finire che mi sono ritrovata a scaricare il suddetto “Matched” dal web (santi @Bookrep) con l’ordine perentorio di leggerlo e recensirlo, via email naturalmente, alla diretta interessata; deadline “suggerita”: 72 ore. La mia obbedienza è stata immediata, cieca e assoluta. Anche perché Miriam è donna verace, di braccia possenti e carattere sanguigno: quindi, sempre meglio rifletterci. Prima, possibilmente. 

La questione è che mai richiesta fu più inutile. Di ore, dicevo, ce ne abbiamo messe non più di otto. Trascinati dalla trama, e – ovviamente, come c’era da aspettarsi – da una scrittura agile, eppure (surprise!) né sciatta né standard (come ben esemplificato in un recente articolo @La_lettura, a firma L. Ricci), abbiamo affrontato questo urban-fantasy-distopico romanzo sentimentale (ma non solo) che ha dalla sua alcune peculiari e interessanti qualità. 

Prima fra tutte il particolare per l’universale, bel grimaldello per far leva sulla curiosità intellettuale delle nuove generazioni. 

La scelta dell’autrice, ossia contestualizzare la parte romance della trama, chiaramente molto evidente, all’interno di un futuro prossimo che risponde adeguatamente ai canoni della narrazione distopica, è chiara e netta: una (ancora) non ben definita Società, guidata da un Leader carismatico, governa una fetta consistente del Pianeta Terra. Tutto pare aver avuto origine da una catastrofe tecnologica non (ancora) ben identificata, che ha modificato radicalmente le abitudini di vita del genere umano. 
E’ mantenuta, anzi esaltata nel corso di tutta la narrazione, una delle caratteristiche fondamentali della narrazione distopica: l’accento e la focalizzazione sulla vita sociale e di relazione. In “Matched” La “Società” (in senso lato, un particolare tipo di corporazione o gruppo di potere, tipica presenza della narrazione distopica) ha preso il sopravvento sul consueto vivere civile, minandone le caratteristiche salienti (libertà di culto, espressione, movimento, circolazione delle merci etc – qui in particolare si innesta la vicenda sentimentale, grazie all’entrata in scena del “match” appunto, l’accoppiamento “guidato” dei giovani da parte della Società, secondo rigide analisi volte a promuovere una progenie sana e forte), e favorendo tra l’altro la nascita e la proliferazione di società segrete e movimenti di ribellione clandestina. 

La contestualizzazione è precisa, seppur semplificata nelle sue caratteristiche distopiche dato il target primario a cui l’opera si riferisce. Non abbiamo (ancora) dati rilevanti sulla costituzione della Società, né sulla sua struttura né sulla sua organizzazione (e chissà se li avremo – annotazione importante); manca una parte più specifica riguardo altri aspetti del vivere civile e morale, per esempio il rapporto con la stampa o quello con il sentimento religioso. Eppure, solo il fatto che ci sia ritrovati ad affrontare una contestualizzazione così tipica ci offre la possibilità di illustrare al giovin lettore quel particolare, e senz’altro curioso, sottogenere della fantascienza e del fantasy che prende il nome di narrativa ucronica (e diacronica). E magari, chissà, ad avvicinarlo alla narrativa di genere, ma più “adulta”, da cui l’opera deriva e prende spunto. 

L’altra questione che ha molto sorpreso, e che differenzia quest’opera rispetto ad altre YA, è l’attenzione verso il libero arbitrio (il cui uso va imparato e allenato con la pratica) e verso le conseguenze che ogni scelta, o non-scelta, produce su se stessi e sugli altri. 
Negli ultimi anni ci siamo un po’ assuefatti ad eroi ed eroine (fatto salvo Harry Potter, sovrano detentore, almeno nei primi libri, del supremo titolo di “Colui-che-fa-le-peggio-stupidate-e-non-se-ne-accorge-se-non-al-capitolo-trenta”) per le quali il meccanismo di scelta o viene costantemente inibito - perché il fato governa su tutto - o relegato a un mero pretesto narrativo fine a se stesso che a conti fatti non inficia la vita né di chi agisce, né di chi subisce. Niente di più falso e fuorviante. 

La protagonista di “Matched”, Cassia, pur nell’ingenuità dell’età e nella semplificazione data dall’impostazione narrativa scelta dall’autrice, affronta i drammi piccoli e soprattutto grandi dell’esistenza con le sue sole forze, ossia senza l’intervento né di eventi soprannaturali, né creature magiche o demoniache; e nemmeno grazie alla presenza di particolari doti personali, magari sconosciute e “venute fuori” con la pubertà (al pari dell’acne). 
Ci troviamo di fronte, finalmente, ad una ragazza che affronta delle responsabilità crescenti (tra cui, per altro, anche la questione del matrimonio) con altrettanta crescente consapevolezza, nel tentativo (vedremo poi, se riuscito) di preservare non soltanto se stessa e il proprio futuro, ma anche quello che, di sé, è oramai il passato e deriva in primis dalla propria famiglia di origine, di cui Cassia riconosce, in modo profondo e chiaro, il ruolo educativo (vedi il rapporto con il nonno, simbolo vivente, attraverso il manufatto che le porta in dono, del valore del passato e della memoria). 

Per altro, in una realtà quale la nostra, dominata da un surplus di connessioni e informazioni, è interessante la riflessione, che potrebbe derivare dalla lettura dell’opera, sull'importanza dell'espressione artistica e culturale di qualità: opere dell’ingegno umano quali musica, teatro, danza, scrittura, fotografia, arte. 

A Miriam ho consigliato il bollino giallo; come succede in tivù. E non per questioni di mera censura (sacrableu!) ma perché credo che “Matched” potrebbe dare il meglio di sé - perché si presta bene all'esperimento e offre diversi spunti interessanti - qualora un adulto proponga, al termine della lettura, una discussione leggera e per caso sui temi di cui sopra affrontati dall’autrice.
Sorvolando sulla parte romance, che va vissuta, come dire, in tutta l’intimità della beata adolescenza. 

E speriamo che il secondo e terzo volume siano all'altezza del primo.

ps. per altre, più compete informazioni su distopia e ucronia, cliccate qui


(*sostituire a piacere la parola "leggere" con: dormire/andare in piscina/ depilarmi/ fare se**vietato ai minori**) 

domenica 13 maggio 2012

“Stoner”, di John E Williams – una serata di lettura condivisa (parte seconda)


More about Stoner Il passato lunedì, 7 Maggio (perdonate il ritardo) ci siamo ritrovati ospiti di @Tempoxme_libri per la seconda parte della nostra lettura condivisa (se volete rileggere la prima, potete farlo qui). Partecipanti attive, oltre alla gentilissima padrona di casa, le bravissime @colvieux @SedCetta e @leggendoLibri che hanno animato una discussione equilibrata, ampia, strutturata e divertente. 

Ancora quattro le aree tematiche proposte e analizzate: 

Le figure femminili nel romanzo 
L’attenzione è chiaramente focalizzata su Edith, moglie di Stoner e madre della loro figlioletta Grace. Si è convenuto sulla forza espressiva del personaggio-Edith, ben delineato in tutti i suoi tratti peculiari. 
“Moglie-bambina sempre uguale a se stessa” (@SedCetta), emotivamente instabile e inafferrabile (@Tempoxme_libri), Edith è capricciosa, volubile, spesso consapevolmente cattiva. Risentimento e vendetta di figlia incompresa sono riferiti al padre assente e autoritario (@colveaux) ma proiettati sul marito, di cui rifiuta l’affetto e la sessualità e che mira, con lucidità e metodo, a distruggere (@SedCetta): nei suoi spazi (lo studio smantellato), nelle sue relazioni intime (la figlia rubata), e in quelle professionali (studenti e colleghi, la stesura del secondo libro abbandonata). 

Il giudizio rimane sospeso, molte le questioni aperte che speriamo siano riprese nei capitoli successivi: su tutte, la distruzione meticolosa degli oggetti d’infanzia regalati dal padre, un falò che Edith appicca nella sua camera di ragazza, al suo ritorno a casa in occasione del funerale del genitore, morto suicida in seguito al crack finanziario subito con la grande crisi del ’29. Una scena scabrosa e violenta che rientra perfettamente (@colveaux) nell’economia del racconto alla voce “la trasformazione di Edith”. 

Rimangono per ora irrisolti i nodi attorno al rapporto ambiguo, appena accennato, con Lomax, il collega amato-odiato di Stoner, e con la figlia Grace che Edith tenta in ogni modo di sottrarre al controllo del padre, che invece dimostra per la figlia un affetto sincero e attento, anche nelle cure quotidiane, che va ben oltre i consueti canoni dell’epoca. 

I lutti e le lacrime 
@Tempoxme_libri pone l’accento sull’importanza fondamentale che riveste la serie di lutti che affligge la famiglia Stoner nel corso della parte dell’opera analizzata: il padre di Stoner, il suocero, il vecchio professore. Una “vera rivoluzione” (@Tempoxme_libri) per entrambi i personaggi principali: Edith alla morte del padre dà il via alla sua “trasformazione”. Stoner affronta per la prima volta forse una commozione partecipe, tanto da sfociare nel pianto – così inusuale per una figura così riservata - alla morte del mentore universitario. La morte dei genitori, per entrambi i protagonisti, è fonte di riflessione e crescita interiore – riflessione che poi chiaramente verrà intesa ed espressa in maniera diametralmente opposta. 

Interessante il dibattito che segue: @coilveax pone l’accento sull’asetticità delle relazioni, un’“anaffettività totale e devastante ma tranquilla, resa normale e inquietante dallo stile e dalla narrazione” che viene mitigata soltanto dal rapporto padre-figlia: “complicità silenziosa (…) Ma un silenzio caldo, in un racconto quasi gelido”. 

L’ambiente accademico 
Che in questa parte del romanzo è approfondito e tratteggiato con grande efficacia tra professione, amicizie e rivalità. 
A casa Edith, qui l'alter ego, Lomax, brillante e avvenente studioso, con cui Stoner ingaggerà un’aspra e feroce battaglia che si fa specchio della guerra privata: anche qui un giovane conteso, Walker, il pupillo zoppo [nb, Walk-er è tutto tranne uno che cammina… attenzione] del professor Lomax che cerca un riscatto attraverso il ragazzo, così come Edith cerca un riscatto nei confronti della figura maschile del padre/marito assoggettando la figlia. 

@Tempoxme_libri sottolinea poi il tema dell’amicizia e della familiarità instaurata da Stoner con il collega Finch, che si adopera attivamente (e si espone) per salvaguardare l’integrità morale e professionale dell’amico nel corso della vicenda Walker. 

Lo stile 
Discussione animata e ricchissima di spunti che ha visto protagonista soprattutto @leggendolibri che espone i propri dubbi riguardo la validità dell’opera. Lo stile “veloce, scorrevole e fluido” (@Tempoxme_libri) è un pregio o un limite? Secondo @leggendolibri il testo scorre perché non ci sono argomenti di rilievo da esporre: siamo di fronte ad un “romanzo cometa” da cui “l’eccezionalità è bandita”? Per @SedCetta e @colveux si rileva sì un’“asciuttezza piatta” che tuttavia è adeguata al racconto e “funzionale al tema del narrato”: una “lucida e inquietante banalità del male” (@colveaux): la mancanza di relazioni umane vive e forti spinge a “piccoli grandi crimini affettivi” che vengono compiuti “con la più assoluta naturalezza”. 

Ecco qui l’immagine che abbiamo eletto rappresentativa dell’opera: 



Dicevamo - l’assenza di passioni, il silenzio, l’incomunicabilità – insomma tutti qui temi che lo scrittore vuole affrontare (e vuol far affrontare al lettore) sono ben rappresentate non soltanto dal ritmo narrativo e dallo schema tematico dell'opera, ma anche dallo stile che ben si adatta con la sua scarna essenzialità. 

Molte le domande a cui non siamo riuscite ancora a rispondere: prima fra tutte, la presunta “mediocrità” di Stoner tra desiderio di felicità e speranze disilluse. A seguire, siamo curiose di verificare la consistenza della trama: ce l’aspettiamo divisa in tre parti (giovinezza e mutamento / età adulta e sviluppo della personalità – vita personale e professionale / età avanzata) ed equilibrata nel recuperare ciò che è rimasto in sospeso. Siamo d’accordo con @leggendolibri quando sottolinea che la lettura di quest’opera presuppone un impegno massimo del lettore che, lungi dall’essere mero spettatore di una vicenda (eventualmente immedesimandosi in essa), è chiamato ad uno sforzo di lettura non indifferente per interpretare ogni singolo non-avvenimento: ma l’opera cosa deve provocare? Emozioni, o reazioni? (@SedCetta). Ad ogni modo si sottolinea l’estrema attualità del libro che pur profondamente contestualizzato nello spazio e nel tempo riesce a valicarne i confini per proporci una lettura che può essere affrontata anche alla luce della nostra epoca. 

Affrontiamo la lettura dei capitoli finali e attendiamo con ansia il prossimo appuntamento (in agenda per domenica 27 maggio, ore 22) per la discussione conclusiva. Grazie ancora a @Tempoxme_libri per l’ospitalità. 

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Serata di lettura condivisa: “Stoner”, di John E Williams, Fazi Editore, 2012, 10-conclusione
Venue: @tempoxme_libri | #Stoner
Date/Time: Lunedì 21 Maggio 2012, ore 22.00

giovedì 3 maggio 2012

"Venivamo tutte per mare", di Julie Otsuka


More about Venivamo tutte per mare(Ovvero: nelle sbiadite fotografie color seppia che giovani donne stringono tra dita minuscole e conservano poi in scatole laccate, buste gialle di cartone consumato, valigie e bauli di legno, è contenuta tutta l’ipocrisia del mondo che verrà). 

Il testo, annoverato dal New York Times tra i titoli migliori del 2011, non appartiene al genere del romanzo. Riferisce piuttosto al teatro, e in special modo alla tragedia greca classica: luogo deputato, per antonomasia, all’espressione corale delle moltitudini. Nella struttura della tragedia greca, specialmente in quella Eschilea e Sofoclea, che è programmatica a riguardo, al prologo (“tutta la parte che precede il coro” secondo la definizione di Aristotele) succede il parodo, ossia il primo canto del coro. Canto che poi si alterna, secondo una specifica sequenzialità, durante tutto il corso dell’azione scenica, tra episodi e stasimi, ovvero le esibizioni del coro stesso, che successivamente all’entrata in scena sono statiche, ovvero prive dell’elemento della danza che invece contraddistingue il primo canto. 

Costituito da un numero preciso di elementi ed obbediente a determinate, e rigide, regole formali e contenutistiche, il coro rappresenta di volta in volta una moltitudine (di cittadini : Tebani – cfr Sofocle “Antigone” / “Edipo Re”, di anziani : di Argo – cfr. Eschilo “Agamennone”, di fanciulle e/o donne : cfr Eschilo “Coefore”) e ha il compito di illustrare e commentare la situazione che si sta svolgendo in scena. 

La bidirezionalità tra il coro in scena e la moltitudine della folla sugli spalti è sempre forte ed evidente, almeno nel momento più classico della tragedia. Lungi dall’affidare la narrazione ad un’asettica impersonalità, il coro evidenzia, e sottolinea, attraverso l’espressione della moltitudine, il sentire comune e ha un effetto seduttivo ed ipnotico sull’ascoltatore che, liberandosi dall’ “io” della narrazione, si immedesima, invece, nel “noi” della moltitudine, che non è soltanto spettatrice dell’evento, ma pienamente coinvolta in esso, e da esso. 

Questo, in sintesi e tecnicamente, ciò che ci accade anche durante la lettura delle vicende narrate da Julie Otsuka nel suo “romanzo corale”. La questione però, come spesso accade, è altra, più complessa, nascosta tra le pieghe della fruizione del testo. La verità è che rimaniamo affascinati e turbati da un simile espediente narrativo (e scenico), che ripercorre, pur nella sua letterarietà (ma anche grazie ad essa, che non scivola mai né nel sentimentale, né nel patetico) due specifici drammi storici accaduti oltreoceano nella prima metà del ‘900: la tratta delle “spose in fotografia”, giovani ragazze giapponesi vendute dalle famiglie, attraverso la pratica dei sensali, ai connazionali immigrati, che desideravano un matrimonio rapido e sicuro, e quello, parimenti drammatico, delle deportazioni dei cittadini americani di origine giapponese volute da F.D. Roosvelt a seguito dell’attacco a Pearl Harbour. La narrazione, affidata ad un generico “noi” che comprende tutte le centinaia di giovani ragazze deportate in massa, prima dalla terra di origine, e poi verso i campi di internamento, colpisce perché è profondamente, intimamente femminile. Le donne, sradicate dai propri affetti e dalle proprie abitudini, vengono affidate, sole, ad un destino che ha il sapore del Fato – ineluttabile come nella tragedia greca. L’uomo che pecca di ubris (tracotanza, potremmo tradurre) agli occhi degli dei viene condannato. Sta china, non alzare il capo, lascia parlare me – intima il marito appena conosciuto. Lavora sodo, non ti fermare, sarchia, monda, estirpa le erbacce, sfrega la biancheria fino a farti sanguinare le mani – ordina il padrone. Fai il tuo dovere di moglie e soddisfa tuo marito, partorisci i suoi figli – scrivono le madri dalla terra lontana. La dimensione della donna è analizzata e declinata in tutte le sue forme: dai sogni della giovinezza, intrisi di romanticismo e speranza (un banco kimono di nozze; quel bell’uomo visto solo in fotografia, così distinto – sarà il direttore di un negozio, o un capo officina in uno stabilimento, o un contabile?), alle difficoltà della vita adulta sia nella dimensione personale (l’amore, il sentimento, la maternità) sia in quella lavorativa, professionale. 

Si percepisce subito, all’istante, la presenza di una ricerca bibliografica accuratissima che rende le vicende narrate reali, concrete, contestualizzate. La magia della narrazione sta proprio in questo non-sensazionalismo. Sarebbe stato facile scivolare nell’asetticità del reportage giornalistico oppure, peggio ancora, cedere al fascino del sentimentale, scegliendo di raccontare una o due storie particolari, che avrebbero preso il lettore “di pancia” escludendo tuttavia il valore della testimonianza storica e limitando la capacità di immedesimazione. 

Vi lascio con le magistrali fotografie di Dorothea Lange, che per tutta la sua carriera professionale si occupò in primis di migranti e conflitti bellici. Buona lettura. 






martedì 1 maggio 2012

ADC e #librinnovando: geek mum @ work


E' che a me, di #librinnovando, è piaciuto tutto.

Ora, non mi permetterò di raccontarvi per filo e per segno quel che è successo e quello su cui si è dibattuto. Altri hanno fatto, e stanno facendo, molto meglio di me. Vorrei prenderla un po' alla lontana, perché a dire la verità sono state proprio alcune sottotematiche particolari, a risvegliare la mia curiosità.

Nei giorni precedenti all'evento ho segnalato il convegno ad amici e conoscenti; di persona, via email, via Twitter. Curiosamente, qualche volta in più di quanto avrei ritenuto standard, mi sono sentita rispondere che le questioni erano un po' “troppo” - per un pubblico medio-competente. Troppo tecniche o, paradossalmente, all'inverso, troppo poco approfondite.
Ebook? Non me ne occupo, preferisco la carta. Editoria? Naa, ne sento parlare tutti i giorni. Formazione? Non è il mio campo, ci sono i professori. Biblioteche? Non ci vado mai.

Spesso mi capita di domandarmi se oggi ci sia ancora qualche argomento relativamente al quale riteniamo di avere la capacità di dire che non ci interessa. Semplicemente, non credo sia più in nostro potere, soprattutto per quanto riguarda le questioni culturali. Per più di un fatto.

La nostra vita professionale è precaria nel senso più profondo del termine, contratto a giornata o a tempo indeterminato che sia. Perché nessuno di noi può sinceramente affermare di possedere quella certezza assoluta, quella di sapere, intendo, dove sarà tra dieci anni, e – soprattutto - di cosa si occuperà.
In realtà rifletto poi anche su altro.

Ci capita sempre più spesso di diventare genitori ad un'età sicuramente più avanzata rispetto alla generazione che ci precede. Qualche indubbio vantaggio (acume, esperienza, conoscenza del mondo e di se stessi – questioni che forse a 20 anni erano tutt'altro che risolte), se ben gestito, può controbilanciare con lungimiranza le evidenti difficoltà che la medesima età anagrafica pone sul nostro cammino genitoriale: lo scarto generazionale, l'approccio educativo della scuola moderna, lo sviluppo cognitivo dei bambini che al giorno d'oggi risulta assolutamente imparagonabile al nostro.

Se vi è capitato di imbattervi in un bambino di 4 anni intento a sfogliare un tablet, avrete capito molte cose. Una su tutte, l'esperienza della lettura: qualcosa di profondamente, intimamente diverso rispetto a quello che era per noi. Perchè per un bambino di 4 anni ciò che conta sono le parole.
La differenza, lo scarto tra i vari supporti, è minimo. Esiste, ma è uno scarto che presuppone soltanto, e quando c'è (perché non c'è sempre), un momento di fruizione diverso: talvolta non intercambiabile ma quasi sempre non esclusivo, e comunque secondario.

L'idea di fondo è la separazione (ripeto, solo se esiste) delle esperienze sensoriali: tanto quanto il tablet può essere utile durante la giornata, perché te lo porti dalla nonna, nello zainetto, perché sta in poco spazio, lo accendi quando vuoi e ci puoi leggere tante cose sopra, così il libro è il momento della nanna o delle guance rosse di febbre; è il momento della mamma e del papà, del profumo della camomilla calda, della carta liscia, dei segnalibri di legno, delle storie che sono sempre quelle, belle proprio perché le conosci già a memoria.

Non c'è dicotomia, non c'è guerra, non c'è fazione: mettiamoci tranquilli, rilassiamoci. Nulla sparirà, wounded on the battle field. Né il libro, né l'ebook. Almeno per ora.
C'è solo una libera scelta, che nel futuro sarà soltanto dell'individuo adulto ma che per ora è affidata (anche) alla responsabilità e alla sensibilità del genitore che si deve fare primo garante dell'educazione dei propri figli, oggi più che mai.

Ora: se non c'è dicotomia per lui, dico, per quel tipo basso, sotto al metro e dieci, che in questo momento potrebbe girarvi per casa, mi domando perché ce ne debba essere per me.
Dal mio punto di vista non ha (più) senso, perché il mio obiettivo ora come ora non è leggere solo per me, ma leggere anche per lui, facendo in modo di trasmettergli, per osmosi, una nozione di lettura che sia sì corretta, ma anche, e soprattutto, confacente al suo io.
E per farlo mi occorrono prima di tutto informzioni, che posso recuperare soltanto attraverso l'ascolto: di quello che è il bambino e di ciò che desidera per sè.

Ritorno al punto. Ecco perché penso che sia di nostra responsabilità anche tutta una serie di questioni secondarie dentro cui spesso mi smarrisco, perché le vedo archiviate un po' troppo in fretta, o delegate ad altri, per altro in futuro prossimo di incerta declinazione spazio-temporale.

Come per esempio ri-pensare al valore della libreria. Sia negozio di catena sia indipendente. Un centro nevralgico, una psicogeografia fatta di scambio, comunicazione bidirezionale (lettore/libraio), esperienza sensoriale. Ecco perché, personalmente, mi fa specie trovare, in libreria, il dispenser ben rifornito delle cewingum o l'espositore delle agende - ma non inorridirei se accanto all'edizione cartacea del libro che cerco fosse disponibile pure, (in non so che modo), quella in ebook. Perché, sempre guardando la questione dal punto di vista di quel tipo basso che vi gira per casa, l'idea del formato viene soltanto dopo, solo alla fine di un percorso di scelta consapevole. E mai all'inizio. All'inzio ci sono le parole, o le immagini: e solo poi arriva il come leggerle (o farsele leggere). La scelta non è mai quella del se leggere o meno, ma del come.

Penso anche alla questione della ricontestualizzazione delle biblio-teche, che passa anche dalla semantica lessicale. Il nome della biblio-teca. La bilbio-teca per un bambino in età pre-&-scolare è qualcosa di molto più social rispetto a quello che era (e rimane) per me.In biblio-teca un bambino ci va non solo per leggere un libro, ma anche per ascoltare qualcuno che racconta (o legge) delle storie, assieme ad altri bambini, o per vederle, quelle storie, magari sul video di un pc.

Le nuove tecniche dell'insegnamento.
Non credo che esse debbano prescindere, oramai, da certe tematiche di fondo quali l'auto-aggiornamento volontario degli insegnanti. Per un puro, semplice prinicipio, totalmente scollegato da qualsiasi discorso relativo alle questioni politico-sociali che entrano in campo quando si parla di scuola: banalmente, le cose da imparare sono troppe per essere condensate tutte in uno, due corsi di formazione all'anno. La formazione di un professore deve essere quotidiana, personale, auto-costruita su esigenze, peculiarità, strumenti e obiettivi propri.

Mancavo da un po' dal mondo accademico, che ho frequentato anche successivamente alla conclusione degli studi (ndr, la mia laurea, in Lettere Antiche ma con una tesi in Letteratura Italiana, risale all'oramai preistorico anno 1999); quindi forse sono di parte nel dire che ho apprezzato l'intervento delle Istituzioni di Facoltà. Avevo bisogno di un tuffo nella Norma, mi occorreva proprio fisicamente. Da impenitente filologa.
La norma mi ricorda sempre, anche nell'interezza un po' retorica del linguaggio celebrativo e formale, della presenza forte dell'Umanesimo. Che deve essere certamente ripercorso, ristudiato, declinato alla luce delle nuove discipline e della comunicazione 2.0, ma che è, e che deve essere, sempre presente.

La lingua è studio, oltre che del nostro passato - attraverso cui concepire il presente, e prevedere il futuro - anche del pensiero. E' attraverso lo studio della regola (difficile, impegnativo), che viene possibile, e facile poi, perché abbiamo le mani già avvezze al mestiere, coi calli che ancora si vedono in controluce, scartavetrare il reale isolando le voci di fondo, arrivando a scoprire, alla fine, il nocciolo delle questioni.
Come dire, qualità e gratuità non sempre vanno assieme, per parafrasare (la terra l'è bassa – come dice la bisnonna).

In conclusione, l'edizione romana di #librinnovando, con i panels tematici, le discussioni animate, il live twitt, mi ha confermato, ancora, qualcosa di cui personalmente sono sempre più convinta: che quest'arte di scavare e scrutare la terra alla ricerca di ogni minima, infinitesimale pagliuzza dorata debba riguardare tutti noi, nessuno escluso, e ogni tipo di esperienza che abbia a che fare con la cultura e la formazione personale: la lettura di un litblog o del quotidiano, la scelta delle esibizioni che il programma della città propone, lo spettacolo teatrale, il film in proiezione al multisala, il convegno in cartellone.

Non possiamo più neppure trincerarci dietro alla delocalizzazione geografica.
Grazie alla tecnologia che per una volta ci viene in aiuto, sempre più manifestazioni, convegni, conferenze verranno, si spera, organizzati e gestiti con un occhio di riguardo non soltanto al pubblico presente in sala, che non è, e non sarà più, l'unica cartina tornasole della bontà dell'iniziativa, ma anche verso tutti coloro che, a distanza, grazie a strumenti quali lo streaming e i social media, avranno la possibilità di ascoltare, intervenire, e perché no, farsi un'opinione.

@appuntidicarta