Nulla da segnalare, se non godersi lo spettacolo senza troppe paranoie. Atmosfere da brivido, profumo di sigaretta, cappotti di lana umidi di pioggia, mistero fitto, poliziotti buoni e poliziotti cattivi, delinquenti, assassini e quell’aria tutta dublinese che solo a descriverla, se non sei bravo, ne perdi per lo meno la metà. E soprattutto, l’Essere Umano. Dopo tanta extracorporeità da fenomeno paranormale (vampiri, licantropi, angeli e affini), finalmente gli Uomini. Soli, nell’essenza inalienabile di corpo e mente: belli, brutti, giovani, vecchi. Sposati, single, con figli, senza figli. Buoni, altruisti, empatici, egoisti, cattivi, assassini, fuori di testa. Eppure, sempre uomini, nella quotidianità di un confronto, impari, con le gioie, ma spesso con i drammi, dell’esistenza.
Chi siamo (e come funziona)
Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.
Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.
sabato 3 settembre 2011
"Nel bosco", di Tana French
Nulla da segnalare, se non godersi lo spettacolo senza troppe paranoie. Atmosfere da brivido, profumo di sigaretta, cappotti di lana umidi di pioggia, mistero fitto, poliziotti buoni e poliziotti cattivi, delinquenti, assassini e quell’aria tutta dublinese che solo a descriverla, se non sei bravo, ne perdi per lo meno la metà. E soprattutto, l’Essere Umano. Dopo tanta extracorporeità da fenomeno paranormale (vampiri, licantropi, angeli e affini), finalmente gli Uomini. Soli, nell’essenza inalienabile di corpo e mente: belli, brutti, giovani, vecchi. Sposati, single, con figli, senza figli. Buoni, altruisti, empatici, egoisti, cattivi, assassini, fuori di testa. Eppure, sempre uomini, nella quotidianità di un confronto, impari, con le gioie, ma spesso con i drammi, dell’esistenza.
mercoledì 3 agosto 2011
"Cold Spring Harbor", di Richard Yates
Chuck Palahniuk, LA SCIMMIA PENSA, LA SCIMMIA FA, Ame 2011, pag. 9
L’ultimo Yates è buio e profondo; eppure, nonostante ciò, porta con sé tanta rabbia e tanta energia da lasciare perplessi. Riflessioni in ordine sparso.
- Cold Spring Harbor è una polveriera di sentimenti inesplosi, malgrado l’aria tranquilla di sobborgo urbano, villette a schiera (lusso | medio lusso | popolare), drogherie, pub e strada statale. Niente di nuovo se non la provincia americana, con il suo sogno di emancipazione e ricchezza posticcia, in the middle of nowhere; la reclusione autoinflitta del cittadino medio in fuga dal caos della metropoli comprende, tra i vari optionals, abitazioni dall’odor di muffa, stanze dal soffitto basso separate da tramezzi di legno scadente, infissi scheggiati, tendine in cotone rosa pallido e smunto a difesa di una privacy inconcludente, vicini pettegoli e maligni. Abitazioni inframmezzate ai drive-in, lunghi edifici squadrati, insegne al neon, buio tra separè luridi e operai ubriachi. [E c’è qualcuno che ha imparato così bene la lezione di Yates, non tovate? (*)].
- Per la serie “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, e secondo l’assioma - Yates per cui “se non parli di famiglia di cos’altro parli”, i parenti-serpenti non mancano mai. Si parte da Evan Shepard, un James Dean de’ no’ artri, brutta copia dell’originale, quasi un Fonzie ante litteram depredato di ciuffo, senso dell’umorismo e happy days, bello da paura ma un po’ lento di comprendonio, che si innamora, giovanissimo, dell’ “impertinente” Mary, con cui concepisce una figlia e convola a giuste nozze riparatrici, a cui segue un divorzio altrettanto rapido. Evan, in viaggio con il padre, il “capitano” Shepard, brav’uomo, distinto, che da anni ha riunciato alla carriera militare e si è ritirato in pensione per accudire Grace, la moglie caduta vittima di gravi crisi depressive e alcolismo, per caso (che non è fortuito) incontra Rachel Drake, giovane ragazza bella e fragile, a metà strada tra l’emancipazione femminile incipiente e l’adeguamento, richiesto di necessità, al ruolo, socialmente codificato, di moglie e madre. Rachel introduce Evan nel fantastico ed emozionante mondo dei Drake: la madre, Gloria, divorziata (abbandonata dal marito), sempre sull’orlo di una crisi di nervi, dipendente da tabacco e alcool, regina del sopra le righe e del melodramma esistenziale, e Phil, fratello di Rachel, alle prese con un’adolescenza standard, né più bella né più brutta delle altre, e come ovvio ormonalmente ribelle.
- Sarebbe facile stare lì a raccontarcela e divertirci a indicar col dito il buono e il cattivo. Rachel da una parte, Evan dall’altra (bastardo adultero), Gloria relegata a bruciare tra le fiamme della Geenna (girone infernale “Le Suocere Velenose”); e il povero “capitano” Shepard? Via, lo mettiamo tra i puri di cuore. Solo che in tutta questa kermesse abbiamo dimenticato un piccolo particolare: il punto di vista interno multiplo, che crea doppie, se non triple, letture di uno stesso avvenimento, che viene intepretato da più personaggi contemporaneamente. Così tutto si mescola: Evan non è soltanto un ragazzotto poco incline alle responsabilità ma un giovane dal cuore un po’ indurito dai travagli famigliari, alla continua, costante ricerca di miglioramento (si veda il desiderio di affermazione sul lavoro, anche grazie ad un’ipotetico diploma di laurea), vittima di un’educazione sbilanciata, perché solo paterna, forse troppo convenzionale, rigida, “militaresca”, che ha dato troppo peso non a quel che è ma a quel che la società vorrebbe che fosse. Rachel è giovane e promettente ma anche instabile e poco propensa all’analisi e alla comprensione: si veda il rapporto con il fratello Phil, che, malgrado l’età del ragazzo, non evolve in un paritario confronto tra giovani adulti, ma involve anzi, perché implode su se stesso sbilanciandosi via via o da una parte o dall’altra, in equilibrio instabile e condiviso tra una sorella maggiore eccessivamente compresa nel ruolo della “mammina premurosa” e un fratello adeolscente incapace di svincolarsi da quello del “piccolino di famiglia”. E via di seguito, passando da Gloria a Grace, con il “capitano” Shepard sempre in mezzo a far da parafulmine tra l’una e l’altra (e per altro non esente da colpe: prima fra tutte, l’aver trascinato per anni la moglie da una base miliare all’altra – instabilità di luoghi e affetti che forse, prima causa tra tutte, ha acuito, se non generato direttamente, le psicosi della povera Grace).
- Cold Spring Harbor è il luogo delle promesse mancate, il luogo in cui l’uomo cessa di esistere come tale, sfibrato dallo sforzo e dalla fatica della ricerca. Un esempio su tutti, la guerra, o meglio il suo fantasma. Evan vorrebbe arruolarsi ma non può, a causa di un problema fisico, e cerca riscatto nello studio, temendo il momento in cui i reduci di guerra torneranno a casa, celebrati difensori della democrazia e della libertà. Shepard Senior nel corso della sua carriera militare, vuoi per scarse capacità vuoi a causa dei problemi di Grace, ha seguito il destino del nostro Tenente Drogo, alla ricerca di quei Tartari che non sono arrivati mai. Phil guarda con ammirazione il collega di lavoro, sguattero in un fast food di basso rango, che di punto in bianco assurge a rango di eroe patrio e vede finalmente riconosciuto il proprio valore, osannato dal pubblico in delirio e lacrime, alla vigilia della sua partenza per il fronte (e col senno di poi, chissà se sia mai tornato). E poi le donne: Rachel, da giovane, carina e promettente ragazza di città, si trasforma in una moglie un po’ sovrappeso, alienata dalla vita di famiglia e risucchiata nel gorgo di un matrimonio convenzionale e spento. Mary, che dopo un errore di gioventù, ricomincia a “studiare sodo” e forse ce la fa pure, ad emergere dalla palude, ma per contro, quale obolo, perde ciò che i giovani americani hanno sempre perso nel corso delle loro peregrinazioni lavorative: famiglia e affetti, sfilacciati tra figli dati in affido ai nonni, matrimoni plurimi, storielle sgangherate, bisettimanali o mensili, con uomini già impegnati.
Ritornando all’incipit della nostra questione, viene spontaneo domandarsi il perché, di tutto questo accanimento terapeutico. Se tutto è dato per perso, perché spenderci tanto tempo? Ma perché alla fine, ma proprio alla fine, Yates si dimostra per quello che è. Altro che cinico materialista. Vittima sì, ma di un inguaribile ottimismo. La SPERANZA, ecco cos’è che alimenta gli sforzi sovrumani di ogni personaggio di Cold Spring Harbor. Non sogni di gloria, per carità, ma la speranza del vivere quotidiano: quel vivere “un po’ meglio” che comprende un diploma di scuola superiore, un giorno senza alcool, le comodità moderne della lavatrice e della casa con un fazzoletto di giardino intorno; la condivisione della vita con gli affetti più cari, la salute, il riconoscimento sociale e professionale.
Phil prende defintivamente congedo da Cold Spring Harbor, e lo fa in un modo che ha assieme del poetico e del tragico. Prende congedo metaforicamente dalla parte più buia di se stesso e di Cold Spring Harbor: un attimo di inimità rubata, lo sguardo attraverso la tendina di cotone gualcito, falso simulacro di intimità familiare, che Phil, con coraggio, si fa forza a fissare per bene negli occhi.
Il ragazzo, dopo un’estate che porta con sé il profumo del romanzo di formazione, raccoglie armi e bagagli e parte per affrontare un altro anno di scuola. E’ bella, nella sua struggente malinconia, l’immagine del padre di Phil che, una volta affrrontata la fatica dell’acquisto dei vestiti (economici, altro che giacche di tweed) per la scuola, abbandona il ragazzo in un bar, così su due piedi, e Phil è costretto a correre, confidando solo su se stesso, per raggiungere la stazione e arrivare al treno.
E’ il giovane Phil, un altro ragazzo che “diventerà uomo”, come il piccolo tra le braccia di Rachel, ad avere racchiuso in sé il seme della giovinezza e del riscatto. Un seme piccolo, minuscolo, che Yates in qualche modo consegna anche, e soprattutto, ai suoi lettori.
(*) Nota a margine per la questione dei “virgolettati”. Ritorniamo sempre a JC Oates e al suo linguaggio in prestito, che diventa importantissimo strumento di metatesto (i piccoli che scimmiottano i grandi, cercando di utilizzare le stesse forme lessicali, e i grandi che imitano radio, televisione, cinema e carta stampata). Chapeau.
Testo commissionato dall’associazione culturale di una piccola biblioteca di provincia quale base per un reading pubblico, estivo, in località turistica.
giovedì 21 luglio 2011
"La centrale", di Elisabeth Filhol
Impensabile l’idea di affrontare il testo come un’opera compiuta, conclusa, fatta e finita. Perché gli interinali del reattore, un inizio e una fine non ce l’hanno: se ne vanno da una parte all’altra, senza continuità alcuna, né di ruolo, né di tempo. “La centrale” è un buchino di serratura, e questo ci deve bastare. Un qualcosa da cui sbirciare, spiraglio di una porta mal chiusa da un bambino distratto. Un film già iniziato e il buio in sala.
La vita di Yann, per il lettore, non ha né un inizio né una fine. Dobbiamo accontentarci di episodi accennati, di storie a metà, di persone che incontriamo e che poi, così quasi per caso, vengono abbandonate, perse, e poi magari ripescate dall’oblio del ricordo e del tempo. Persone di cui non sappiamo nulla di più di quello di cui l’autrice ha voluto metterci a parte, pace all’anima nostra.
E che ci possiamo aspettare, dal lavoratore interinale del Moloch-centrale che tutto inghiotte, fagocita, tritura e poi sputa. La “carne da atomo” non ha residenza alcuna, visto che i luoghi di domicilio sono quelli votati, per definizione stessa, alla precarietà dell’esistenza: campeggi, roulottes, case prefabbricate, container, motel, finanche sedili posteriori delle auto. I coinquilini poi sono individui sconosciuti, che oggi ci sono, e condividono con noi schiscetta, chiacchiere, silenzi e radioattività, e domani non ci sono più, inghiottiti dalla strada interstatale lunga e dritta verso una nuova (e sempre vecchia, come già vissuta) opportunità professionale, o dal Moloch. E’ la condizione del lavoratore moderno e precario, aggravata dalla particolare situazione carica di rischi, sottintesi e inquietudine. Non troppo diversa, per la verità, dall’inquietudine che attanagliava la mente (e i polmoni) del bis-prozio “Gigetto” (all’anagrafe, Pierluigi Maria), emigrato in Germania, lavoratore stagionale nelle miniere di carbone della Rhur (mandare soldi a casa, buttar giù due righe al mese per moglie e figli, fare il possibile per rimanere in salute). E’ che si sperava che 60 anni di industralizzazione di massa e progresso condiviso ci avessero cambiato la vita ma a quanto pare non è così.
Con un’aggravante. Quello dell’immagine e della focalizzazione. Diversamente dal mondo nero ed evidente, sassoso e ferrigno dei bacini siderurgici della Ruhrgebiet, descritto nella sua immediatezza di vista, udito, tatto e olfatto nelle lettere del bis-prozio, fogli striminziti a righe di scuola, piegati e ripiegati con accuratezza quasi maniacale, quello della Centrale è un mondo asettico, intangibile, ingannevole. Tutto è bianco latte, pulito, quasi sterilizzato. La centrale rifulge sotto il sole della campagna. Dalle ciminiere, un filo di fumo quasi trasparente, innocuo. L’acqua delle piscine di raffreddamento è azzurra. Di un azzurro puro, trasparente, brillante, sintetico, perfetto. Vien voglia quasi di farsi un bagno, lì dentro.
Si indossano tute pressurizzate, caschi, occhiali, doppi, tripli guanti. Involucro spesso, guscio di tartaruga, che dovrebbe proteggerci dall’atomo e dal sentimento. Solo che la cosa non funziona, in nessuno dei due contesti. La permeabilità inevitabile al sentimento si rispecchia nella vita nomade che solo all’apparenza è libera e scevra da qualsiasi vincolo: in realtà il pegno si paga con lo sradicamento dalla propria terra, dalle famiglie, dai figli, dagli amici, dalle tradizioni. Della permeabilità all’atomo neanche a parlarne, simboleggiata qui non dall’intangibile (troppo facile), ma da un qualcosa di fisico, sensibile, evidente ai sensi, eppure così inerme nella sua minuzia: un dado di acciaio staccatosi da chissà quale alloggio.
Al di là delle impicazioni politiche, per le quali vi rimandiamo alla rassegna stampa sul web, la Filhol ci catapulta, controcorrente rispetto a tanta parte della letteratura moderna, nel mondo (così umano) dell’imprevedibile e consegna nelle nostre mani una verità che vale la pena considerare: per quanto l’Uomo (moderno) pianifichi, coordini, definisca, concretizzi ciò che considera il Mondo, quello in cui ritiene degno e necessario vivere, attraverso procedure rigide ed efficaci, sistemi di controllo e verifica, non sarà mai in grado di eliminare del tutto, malgrado gli sforzi, l’area dell’UNCONFORTABLE, quella zona d’ombra del non calcolato, dell’imprevisto, dell’inatteso.
Ps. Sentiti ringraziamenti al “signore riccio” dello stand Fazi (Torino 2011) che ci ha aiutato nella ricerca di “quel libricino francese con la bella foto in bianco e nero in copertina e l’autore che ha il cognome che inizia per F”. A lui, i complimenti per la pazienza degna di un santo, a noi l’award “il bibliotecario perfetto 2011”.
mercoledì 20 luglio 2011
"Chiedi e ti sarà tolto", di Sam Lipsyte
Andiamo con ordine.
- Ho chiesto chiarezza ed etica ai miei colleghi e ai miei superiori, e mi sono trovato disoccupato. No, non solo disoccupato. Disoccupato e ricattato, con una grana da risolvere di quelle che alla classica sòla lavorativa del venerdì pomeriggio questa qui je fa ‘ un baffo;
- Ho cercato di definire il rapporto con mia moglie (sabbie mobili profonde e insondabili) arenato, prosciugato (sic) chissà dove tra divano, tv e cure parentali, e tutto quel che ne è uscito è un certo Paul, nel letto del quale mia moglie si sente tutto tranne che prosciugata (sic);
- Ho parlato con amici di vecchia data, gnocche compagne di college e parenti stretti. Io, che mi credevo un uomo virile, di età matura, padre di famiglia, marito impegnato e responsabile, ho scoperto di aver interpretato, per anni, agli occhi degli altri di cui sopra, il ruolo del tipo scialbo, sfigato, nerd, e diciamocelo, pure un po’ viscido e per niente atletico. E il bello è che quel ruolo, quello di sfigato cronico, lo ricopro tutt’ora;
- Ho cercato di instaurare con mio figlio un vero rapporto di affetto, condivisione e complicità, e tirando le somme ho scoperto poi con orrore che, malgrato le fatiche e l’impegno, il geniale nanetto quattrenne si ritrova ad avere più interessi in comune con il sopraddetto Paul piuttosto che con me.
Insomma, Milo Burke è l’Uomo allo Specchio. Uno specchio malefico e infingardo. Perché questi “altri”, con cui Milo Burke desidera confrontarsi così spasmodicamente, chi sono?
Dunque. C’è l’artista incompresa che altro non è se non la consueta figlia di papà, e di talento non ne ha nemmeno quel tanto che basta per buttar giù a matita la lista della spesa sulla carta del pane. Ci sono i datori di lavoro, gente senza scrupoli, militarizzata, pacca sulla spalla e scopa di saggina pronta e stretta nell’altra mano. C’è il collega affamato di successo, che sembra così equilibrato e consapevole di sé ma che poi, alla sera, anziché tornare a casa (visto che una casa non ce l’ha) si rifugia in uno scantinato polveroso che condivide con altri suoi pari, sistemandosi per la notte nel suo loculo personale, una gabbia di tre metri per due arredata con un materasso sporco e poco altro, pagliericci di fortuna, promiscuità e lerciume. C’è una moglie fedifraga che, per altro, fa poco o niente per nasconderlo. C’è pure un bambino di età prescolare in balia di un gruppo di educatori di infanzia ecologisti radicali, maniaci e scriteriati, e di una babysitter col vizietto degli stupefacenti. E c’è una madre che a 70 anni e rotti ha giusto scoperto la sua vera indole e, dopo un matrimonio tradizionale durato decenni, ora divide la casa con una compagna giovane, palestrata e abbronzata, strafregandosene alla grande del suo ruolo di madre e nonna, un ruolo che, secondo Milo, una volta che hai acquisito non dovresti più perdere per strada - e di vista. E c'è l'alter ego di Milo: Purdy. Bello, ricco da far spavento, appagato dalla vita (pare) e dalla professione, circondato da lusso, amici veri, donne meravigliose (a loro volta belle, ricche da far spavento, appagate dalla vita eblabla).
E quindi? Dov’è la “normalità”? E’ questione che forse non c’è. Che poi, alla fine, non ci resta che riderne. Ma di una bella risata, intelligente, spontanea, viva, una risata che ha il sapore del passato, di quelle storie yiddish, quelle più vere e sagge, quelle che col sorriso ti fanno pensare. Quelle che raccontavano i nonni e gli zii, attorno al tavolo, tovaglie immacolate e cose buone da mangiare, calde e dolci, sui piatti. E magari pensarci su, ogni tanto, senza prendersi troppo sul serio.
Lettura veloce e continua, se no si perde il filo della narrazione, e un consiglio: vi rimandiamo anche alla preziosa analisi della cover ad opera di Who’s the Reader, qui.
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