Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

martedì 18 maggio 2010

"Il castello dei Pirenei", di Jostein Gaarder

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Abbiamo preferito procrastinare di qualche giorno l’analisi critica di quest’ultimo J Gaarder, poiché, indubbiamente, è libro per cui di necessità dovrebbe ritenersi fondamentale una riflessione attenta, puntuale e anche, diremmo, quasi “cross-funzionale”, oltre che lievemente strutturata.

Cominciamo prima di tutto col definire il genere letterario a cui appartiene, o meglio, a cui vogliamo far appartenere quest’ultima fatica dello scrittore-professore Gaarder. E’ romanzo, opera di fantasia e immaginazione; ma è anche trattato, opera di divulgazione, saggio interdisciplinare, così come gran parte dei suoi scritti.

Si è detto molto, nelle rassegne stampa e sul web. Romanzo lento e dal sapore posticcio, stile piatto e di empatia quasi nulla, personaggi inverosimili e costruiti a tavolino. Trattato dal sapore eccessivamente divulgativo per alcuni; per altri, al contrario, pagine ridondanti di dissertazioni filosofico-scientifiche di difficile comprensione / fruizione per i lettori (la maggior parte) non avvezzi alla materia.

Affrontiamo prima di tutto la questione genere letterario, dalla quale siamo partiti. Affrontare questo tipo di analisi relativamente a quest’opera significa abbandonare in parte i preconcetti, tipici del genere “romanzo”, a cui per certi versi ci hanno abituato le ultime letture della medesima tipologia. Non ci troviamo di fronte ad una sceneggiatura da film e di ciò occorre, come dire, farsene una ragione. Questi personaggi riflettono molto e agiscono poco, anzi per nulla. Il romanzo non è racconto di avventura, azione, sentimento, passione alla stregua di best sellers internazionali – o di una loro trasposizione cinematografica da colossal Holliwoodiano. Anzi, probabilmente ci troviamo di fronte ad uno dei libri meno cinematografici degli ultimi anni.
Ecco il perché, in parte, di una delle maggiori critiche portate al volume. Il lettore medio ha per certi versi perduto quella capacità di fruire di un romanzo da lettura lenta e ponderata, all’interno del quale sia preponderante l’utilizzo del pensiero e dell’immaginazione piuttosto che quello dell’azione e della descrizione dettagliata (fisica soprattutto, e poi emozionale), di personaggi e atmosfere. 
Abbiamo bisogno, a tutt’oggi, di avere ben in evidenza le fattezze di un personaggio, per innamorarcene o per disprezzarlo. Ci occorre avere un’idea che risulti quanto meno vaga possibile del suo corpo, dei suoi capelli, del suo sguardo, di ciò che vive, e dove; di ciò che sente, e come. La nostra capacità immaginifica è, per certi versi, andata perduta.
Eppure, di esperimenti di questo tipo ne è piena la letteratura. Basti pensare ai Dolori del giovane Werther, oppure alla “copia italiana” opera di U. Foscolo (le ultime lettere di Jacopo Ortis). La tradizione dei romanzi epistolari è lunga e attraversa ogni cultura e ogni epoca. 
Forse qualcosa è andato perduto, e occorrerebbe recuperare qualche antica tradizione letteraria che potrebbe offrire, ancora, diversi e notevoli spunti di riflessione.

Abbandoniamo per un momento la questione genere e personaggi per passare ad una breve analisi sulla parte più specificatamente didattica. Quel che ci preme qui sottolineare non è tanto la validità o meno delle tematiche espresse, su cui ci permettiamo di sospendere il giudizio, quanto la tecnica espositiva, che rivela, tendenzialmente, un approccio perfettamente scientifico votato ad una completa “analisi e accettazione del dubbio”.
Le dissertazioni filosofiche di Steinn non hanno alcuna pretesa di verità insindacabile o di inequivocabile giudizio morale. Semplicemente, Steinn esprime con valida e congruente arte dialettica ciò di cui ha fatto tesoro ed esperienza nel corso di decenni di vita: studi, esperienze, affetti, delusioni.

Prova evidente di questa posizione di estremo dubbio e totale apertura allo scibile, non soltanto la sua riflessione in quanto tale (il sogno della navicella spaziale, per esempio) ma anche l’agitazione, la riflessione continua, l’irrequietezza con cui Steinn, a mano a mano, affronta la corrispondenza con la (ex)amata Solrun.

Se dovessimo consigliare una tematica di base, sottesa, o meglio una chiave di lettura attraverso la quale affrontare questo volume, consiglieremmo una riflessione attenta sulla “liberazione dal pregiudizio”.

Prima di tutto con valenza endogena: entrambi i personaggi, dopo un percorso di crescita e maturazione, che Gaarder non manca di esporre con coscienziosità di giudizio, si liberano (in parte) da tutte quelle sovrastrutture intime, mentali e fisiche che avevano così caratterizzato (e condannato) la loro giovinezza.
Gaarder ammette, candidamente verrebbe da sostenere, se non fosse che le ammissioni sono da ricercare tra i meandri della scrittura e della “cultura giovanile” che lo scrittore dipinge in maniera sottile e si direbbe quasi incurante - dicevamo Gaarder ammette l’immaturità di certe tesi e di certi atteggiamenti tipici, se vogliamo, di una certa età anagrafica ma anche di certi ambienti e di talune epoche storiche.

La chiusura mentale del giovane Steinn, che per un gioco di specchi, irritante e menzognero, si ritrova da una parte ad assaporare la libertà fisica, mentale, di giudizio e di azione (tipica spavalderia di giovane uomo agli albori dell’esistenza) e dall’altra a rifiutare categoricamente non soltanto una via alternativa, ma addirittura, gli individui che di questa via alternativa si fanno profeti.
In questo senso, non ha miglior fortuna Solrun, che, dopo un’esperienza sensoriale certamente di dubbia origine, converge ogni sua energia nella ricerca di una realtà immateriale intrisa sì di religione, ma anche di mistica ed esperienze parapsicologiche.

La difficoltà di approccio per noi sussiste invero anche a causa della nostra “visione esterna della problematica” (un tantino pregiudiziale, vien da dire).
Indubbiamente la cultura nordica, per certi versi molto simile a quella anglosassone, si distacca in parte dalla nostra per quanto riguarda vari aspetti tra cui, per esempio, la concezione della famiglia, della religione, della società, il rapporto con la natura e/o l’ambiente che ci circonda.
Fatichiamo a comprendere questi due personaggi che ai nostri occhi potrebbero rischiare di apparire solamente quali sciocchi post-adolescenti girovaghi e irresponsabili, alla ricerca di emozioni adrenaliniche estreme per sfuggire alla noia dell’esistenza (e alle responsabilità che derivano da una vita adulta: scuola, lavoro, famiglia): la vita in una caverna ad imitazione degli uomini primitivi, le fughe in lande desolate, organizzate all’ultimo minuto, prive di qualsivoglia meta e omogeneità strutturale, i “colpi di testa”, le distrazioni (fatali, verrebbe da dire).

Il rapporto intenso, quasi viscerale, con la natura, l’acqua, la terra, il cielo, i fenomeni atmosferici; relazione unica con la natura e l’ambiente tipica di popolazioni che da millenni debbono fare i conti, al nostro contrario, con una natura selvaggia e indomita; una relazione di assoluta reverenza che porta ad una compenetrazione profonda, di completo rispetto e venerazione, per l’universo circonda l’Uomo le lo compenetra.
Potemmo pensare che il libro di Gaarder sia poco riuscito proprio per questa sua mancanza di adattabilità al contesto globale. Indubbiamente è un libro di nicchia, di certo non corrispondente ai canoni estetici più in voga. Anche qui, credo che la tematica dello “scampato pregiudizio” sia l’unico mezzo per riappropriarsi di una propria identità, unica e inalienabile, di lettore consapevole.

Per quanto riguarda il capitolo finale (da molti indicato come posticcio e inconcludente):
vorremmo lasciare libera interpretazione, con un solo, marginale spunto di discussione. In tutta la vicenda, il marito di Solrund rappresenta in un certo senso l’uomo di mezzo. Colui che, avulso da un contesto prettamente accademico, di conoscenza approfondita di tematiche e materie, si accosta al mondo con l’innocenza tipica dell’Uomo e la sua ingenuità.

domenica 16 maggio 2010

"Educazione siberiana", di Nicolaj Lilin

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Pareri contrastanti e fenomeno mediatico. Interviste, ospitate, tante parole. Peccato, ci viene da dire. Così ci si è rovinata la lettura, persa nell’idea secondo cui, PER FORZA, ce ne dobbiamo fare un’opinione. Quindi, morale della storia, o sei con lui, o sei contro di lui. Un fenomeno editoriale? Tante verità fittizie messe assieme così per caso? Uno spaccato di gioventù criminale con cui fare i conti? Chi lo sa.

Ad ogni modo, a noi questa Educazione Siberiana ha fatto venire in mente quelle vecchie storie che ascoltavamo quando eravamo ragazzi.
Quando, a scuola, la maestra invitava i nonni reduci della Seconda Guerra a parlare della prigione o dei bombardamenti, e noi li ascoltavamo in silenzio, un po’ intimiditi, seduti al banco con le braccia conserte. E ne uscivamo intorpiditi, con la mente invasa da immagini e colori e felicità e disperazioni, quando la mattina si era già fatta mezzogiorno e per una volta non ci eravamo resi conto del trascorrere del tempo.
Il ritmo narrativo è lo stesso, un tempo lungo, lunghissimo, antico, monotono e cantilenante, una storia nella storia, ogni accenno o digressione utile per un racconto parallelo che si intesse e si incastra nel precedente e nel successivo senza soluzione di continuità. (Astenersi chi cerca avventura e suspance alla maniera delle spyfictions made in USA).

Così erano le storie, quando ancora non c’era la televisione, a monopolizzare le nostre serate. Forse erano veritiere, forse un poco idealizzate; probabile, anzi, perché l’arte del ricordo è poesia soggettiva e di mutevole pensiero.
Eppure, erano queste storie a illuminare il nostro passato, a tenere la via libera dalla polvere della dimenticanza, quella strada sconnessa che congiunge il nostro passato – qualsiasi esso sia – con il nostro presente e con il futuro che verrà.

In questo senso non possiamo permetterci di definire questo ragazzo classe 1980 quale “erede di Saviano”. Tutto ci può stare, tranne che etichettare Educazione Siberiana come un libro documentario o un manifesto di denuncia. E’ semplicemente un ricordo, un rimembrare di tempi passati alla maniera dei vecchi cantastorie, inestimabili rappresentanti di tutte le culture e di tutti i tempi.

Con tutte le differenze del caso, viene da pensare che Educazione Siberiana sia un po’ il prodotto del nostro tempo alla stessa maniera in cui lo sono stati i versi dell’Iliade e dell’Odissea.

Lungi dall’essere considerate vicende reali, queste due opere monumentali venivano recitate e ascoltate in parte per il puro piacere della narrazione (di una potenza enorme, ipnotica e violenta, grazie all’uso dell’esametro: una metrica dotata di una purezza stilistica estrema, che dava alla narrazione quel ritmo lungo del respiro che ben si adattava alla recitazione, alla riflessione e alla meditazione, ma che, proprio per questa intima circolarità, offriva la possibilità di un distacco totale dall’analisi della forma a favore di una fruizione totale sul contenuto), ma anche – si diceva – quale testo didattico e di riflessione morale.

Le divinità dei poemi epici non sempre corrispondono alla nostra idea di Entità Soprannaturale: accanto a figure mitologiche di grande spessore morale, troviamo anche creature capricciose e vendicative, abituate ad ottenere tutto il richiesto senza porsi troppi problemi in fatto di etica e giustizia.

Allo stesso modo, non tutti i protagonisti (comprimari e no) dei poemi omerici sono cavalieri senza macchia e senza paura: ci si imbatte in animi malvagi, personaggi ambigui e bugiardi, assassini e mentitori di professione. E anche gli eroi veri sono Uomini a tutto tondo che sbagliano, soffrono, maturano e attraverso questo percorso di vita creano la propria strada e influenzano quella degli altri.

L’esempio offerto da questi uomini di valore (ricordiamo l’epiteto qualitativo che compete ad Odisseo: “colui che ha molto sofferto”, colui che ha molto sopportato: gli sbagli degli altri, le vendette umane e divine, ma anche le proprie debolezze interiori), ovverosia il rispetto che mostrano verso la propria terra, verso i propri vecchi, i progenitori e antenati, quello per le proprie donne, figli e famiglia, offre ai giovani un’autentica mimesi che travalica epoche e culture.
In questo senso i poemi omerici erano, per la gioventù, testi didattici e filosofici - oltre che, per altro, validi “manuali pratici” che insegnavano, in maniera semplice e tradizionale, le arti manuali delle armi, della pittura, della navigazione e della vita quotidiana.

Nessuno può contestare la violenza sanguinaria insita in Educazione Siberiana, o una visione a tratti parziale che tende, in certi punti, ad un velato tentativo di auto-giustificazione (tirando in causa assetti di geopolitica che meriterebbero un’analisi a parte). Occorre, crediamo, verificare il fine a cui tende tutto ciò e che travalica in parte il contenuto del testo.

Notevole l’idea della forma italiana del testo: è evidente l’operazione di editing (soprattutto per quanto riguarda forme complesse della lingua, quali consecutio e congiuntivi) che tuttavia non altera l’immediatezza di fondo e il trasparire di una visione semplice e imperfetta del vissuto quotidiano propria di un giovane poco più che adolescente. 

"Disturbo della quiete pubblica" - "Super Cannes", Richard Yates & G. J. Ballard

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Abbiamo accomunato Yates e Ballard perché ci interessava il connubio psichedelico alcool-droghe di sintesi. Eravamo curiosi di porre a confronto questo Yates cupo, segnato dal destino, ferito e disilluso dalla realtà - ma ancora ben radicato in essa - e uno degli ultimi Ballards, che, la realtà, la irride, la svirgola, la trasforma e la manipola fino a creare scenari di visoni metafisiche e surreali, in un delirio visionario di mondi da olocausto nucleare eppure, alla fine, così incredibilmente paralleli a quella realtà che, pareva, avesse abbandonato.
Curioso che due personalità eminenti della letteratura moderna, praticamente coetanei (1926 verso 1930) con molte esperienze simili a curriculum (vedi permanenza nell’esercito) siano arrivati a risultati analoghi utilizzando mezzi diametralmente opposti – ma c’è da dire che l’errore di lettura qui c’è: stiamo paragonando uno scritto degli anni 60 ad uno più giovane di circa 30 anni. Ce lo facciamo andare bene così, per il momento, e poi vedremo perché.
Per questo consiglio di lettura utilizziamo i "bullet points" perché vogliamo offrire soltanto qualche spunto di riflessione spot. A ciascuno poi, l’arte di rifletterci sopra in maniera articolata (e non strutturata, perché qui l’opzione non funziona, visto il gap temporale tra i due scritti).

- Porre a paragone John Wilder – Yates (JWy) e Paul Sinclair – Ballard (PSb). Riflettere sugli “stati di partenza”: affermazione sociale e professionale e successivo abbandono di una situazione di equilibrio, instabile e precario, ma pur sempre equilibrio, a favore di un’opzione totalmente destrutturata, totalmente avulsa dal contesto di partenza – sicurezza sociale, accettazione da parte della comunità, canoni prestabiliti. 
Definirne le motivazioni: per Jwy, desiderio di rivalsa, attitudine alla sfida, desiderio di emergere, aconvenzionalità rispetto alla realtà conosciuta, istinto (possiamo chiamarlo così) di sopravvivenza. Per PSb, passione amorosa, desiderio di compiacere, interesse verso nuove realtà alternative, una certa qual passività di animo e di sentimento.

- Alcool e droga di sintesi. L’utilizzo di sostanze psicotrope per sopravvivere a realtà in continuo mutamento ed evoluzione, da cui è impossibile sottrarsi e, viceversa, sopportare. Curioso che Yates avesse già identificato, agli albori della psicanalisi, il potenziale distruttivo di antidepressivi e ansiolitici che sostituiscono i superalcolici e le sigarette (a questo proposito, possiamo anche tornare alla nostra Oates, vedi “Sorella, mio unico amore”). 
Gli antidolorifici da cui PSb si trova dipendente, i derivati dell’eroina assunti dalla giovane moglie in carriera, e le bottiglie di gin scolate di nascosto da Jwy, tracannate in solitudine, in bettole mefitiche e luride, giusto pochi attimi prima di partecipare alla riunione degli AA, ben poche differenze hanno tra loro.

- Le realtà alternative, sottoinsiemi rotondi e tracciati di rosso, gli uni dentro agli altri: per PSb, il complesso di Eden-Olympia, un paradiso perduto che sa tanto di Dante Alighieri, con i suoi gironi e le sue bolge infernali, per quanto edulcorati e trasmutati dall’aria condizionata e dalla brillantezza delle superfici vetrificate. 
Per Jwy, il centro di igiene mentale, luogo infernale di malattia, sudiciume, violenza, disprezzo, pazzia.

- La pazzia lucida (e qui torniamo al matto che parla, vedi Revolutionary Road, o al ricercatore Robert Kerans compagno di avventura del colonnello Riggs nel Mondo Sommerso). In parte, Jwy perde il senno si direbbe quasi consapevolmente. La pazzia non assume i contorni, ahimè più consistenti, di un delirio reale e drammatico, inevitabile e devastante, ma viene per certi versi ricontestualizzata ad arte per assomigliare sempre più ad una quasi consapevole – e teatrale – uscita di scena. 
L’alienazione mentale (fomentata sempre più spesso da alcool o sostanze) risulta l’unico mezzo, di rivalsa istintiva e senziente, attraverso cui chiamarsi fuori da una realtà sempre più estranea e incompatibile con la propria esistenza interiore. 
Ballard invece, nei suoi tratti visionari, va ancora oltre. In una società in cui nulla è più lasciato al caso, all’improvvisazione e all’istinto naturale, la psicopatia CONSAPEVOLE e guidata è l’unica via di uscita per conservare una SUPPOSTA lucidità di fondo che aiuti a sopravvivere nella realtà del quotidiano e del necessario. 

Interessantissimo confronto tra le parti: Yates, nella sua essenza di autore letterario fedele ad un realismo puro, scarnificato e incontrovertibile, definisce la fuga come unica via di uscita da una vita ormai priva di qualsivoglia significato intrinseco. Ballard, libero invece da ogni sovrastruttura letteraria di questo genere, si abbandona a una riedizione fantascientifica totalmente nuova e di violento impatto psicologico: l’analisi della realtà di oggi, che non è più necessario abbandonare, ma che è sufficiente de-compattare e poi ri-comprendere; l’Uomo, attraverso strumenti nuovi, totalmente scevri da qualunque etica e qualsiasi morale, non è più costretto ad un esilio volontario (e in parte salvifico). 
L’Uomo di Ballard, nel nome di nuovi, fecondi ideali solipsistici, può vivere appieno la sua Nuova Era.

- Sembra stupido ma... l’arte cinematografica & LA PISCINA. Dare un occhio alle ambientazioni. 
E’ inutile, Ballard rimarrà per sempre affascinato dalle sue visioni perfettamente surreali e abbacinanti. Da qualsiasi parte lo si legge, coordinate che sempre ritornano e che fa piacere ritrovare: il sole violento e caldissimo che batte contro le pareti di vetro e acciaio di palazzi addormentati - o abbandonati; la luminosità del cielo che si riflette negli specchi d’acqua di piscine azzurre, immobili, su cui navigano moscerini minuscoli, dalle ali argentee. 
Da confrontare con la parentesi “cinematografica” di Jwy: una Los Angeles allucinata, chiarissima, persa nel caldo e nell’afa dell’estate; una città post nucleare popolata da attori squattrinati - prigionieri di appartamenti microscopici arredati a colori pastello e soffocati dai flebili effluvi provenienti da vetusti e mal funzionanti condizionatori d’aria – e da imprenditori senza scrupoli, volgari e reietti, confinati in  ville-con-piscina immerse nei verdi villaggi residenziali (SuperCannes docet) sulle alture holliwoodiane. Si confronti anche l’industria cinematografica a firma Yates con la descrizione puntuale e accurata del Festival del Cinema di Cannes alla Ballard-maniera. Risultati ... stupefacenti. 

"Un bel giorno per rimanere sola", di Nanae Aoyama

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Facile, facilissimo, sarebbe gestircela con un banale Yoshimoto vs. Aoyama. Tecnicamente possibile, contenutisticamente fuorviante. del perché, ora ne parliamo.

Inutile divagare sullo stile della Yoshimoto. E' d'uopo soltanto accennare alla limpidezza dell'esecuzione e alla tecnica meditativa, tutta orientale, del togliere piuttosto che del mettere - e dell'arte poetica in senso lato.

Con N Aoyama ci troviamo ad affrontare un contesto stilistico totalmente differente - creato, supponiamo, in maniera (in parte) consapevole. Il confronto sarebbe oltre che inutile probabilmente anche dannoso perché offrirebbe un'accezione di base negativa per l'interpretazione dell'opera analizzata.

Questione contenuti. Parliamo di precise identità sociali: ragazzi giovani, giovanissimi, alle prese con il lavoro, la precarietà dell'esistenza, l'identità personale da ricercare e conquistare a fatica.

Un conto tuttavia è sistemare la questione con una Banana Yoshimoto classe 1960 (anno più, anno meno). Un altro è analizzare la problematica utilizzando come point of reference l'anno 1983.

Se proprio vogliamo tentare un raffronto, per quanto limitato, potremmo riflettere sul ruolo della realtà percepita.

Chizu è una ragazza che percepisce l'esistenza della vita quotidiana attraverso - o meglio, soprattutto attraverso - le crepe della sofferenza interiore, dell'inadeguatezza (studio e lavoro, istruzione e capacità intellettive), del confronto (impari) con la società (il presente e il futuro), con i genitori e con gli anziani, che rappresentano il presente e il passato. Ciò si esprime anche nella percezione che Chizu ha del mondo esterno: folla impersonale sui treni affollati, quartieri di periferia, fatiscenti e poco puliti, vecchie abitazioni tradizionali, squallide e cadenti, persone anziane che suscitano sentimenti di sarcasmo, pena, commiserazione, fastidio sia mentale (ragionamenti a prima vista sterili, difficoltà di comprensione del presente) sia fisico (indumenti smessi, abitazioni vecchie, poca pulizia).

Chizu (e forse l'autrice stessa) percepisce il peso del proprio passato, frutto di una così grande e millenaria tradizione culturale; e tuttavia non è più in grado di identificarsi in esso e di contestualizzarlo, eventualmente reinterpretandolo alla luce dei tempi moderni. Tutto ciò, a causa dell'educazione ricevuta - scolastica e familiare, che vede familiari e maestri relegati a un ruolo sempre più marginale - e dell'interesse quasi ossessivo - tipico di una certa fascia giovanile nipponica, gli under 30 fortemente urbanizzati - per il denaro, la realizzazione personale e l'occidentalizzazione.

Ecco spiegato l'astio irrazionale e immaturo (oltre che una mal celata invidia soprattutto nei riguardi della vita sentimentale) verso l'anziana donna con cui si ritrova, in qualità di ospite, a condividere l'appartamento.

Difficile che Chinzu si interessi a ciò che la circonda: visite a località storiche di interesse, attenzione al dettaglio architettonico o naturale, meditazione di fronte allo spettacolo della natura, sia esso un fiore di ciliegio in boccio, la neve in giardino, il mare in tempesta.

La visione della Yoshimoto, che talvolta, è bene ricordalo, soprattutto negli ultimi lavori tende lieve ad un velato manierismo, ha tuttavia il merito di un sostanziale ottimismo di fondo: il distacco dell'osservazione e del sentimento, tipico di entrambe le autrici, per la Yoshimoto è frutto di una meditazione personale che comprende un'analisi profonda del contesto sociale e personale alla luce di una spiritualità di profonda radice culturale che, malgrado le difficoltà, tende a mantenere valida nel tempo la propria forza espressiva; per la Aoyama, questo distacco è invece indice di un profondo disagio giovanile tipico, al momento, di un'identità culturale in equilibrio instabile tra rifiuto della tradizione e futura creazione di un nuovo equilibrio interiore. O così almeno si spera.