Chi siamo (e come funziona)

Guardate, spulciate, leggete a piacere: qui si scrive per voi. Di libri.
Di cosa avete bisogno? Un thriller da leggere sotto l'ombrellone? Una commedia di raffinato humour per il fine settimana in campagna? La lettura di quel certo testo che vi incuriosisce tanto (ma che ancora non avete osato acquistare) deve essere di necessità attenta e scrupolosa oppure può adattarsi anche alle cinque fermate di metrò, il tragitto che tutti i giorni percorrete per andare al lavoro?
Qui, di opere, ne troverete alcune. Lette e poi schedate per "modalità di lettura" (veloce, lenta, frazionata, continua...); utilizzando le etichette cercate quella che più vi piace, quella che più sentite vostra, quella che più si adatta alle vostre esigenze del momento.
Perché, non temete, c'è sempre un libro giusto al momento giusto. Conclusa l'opera, tornate qui: per ogni libro consigliato viene pubblicata una banale guida alla lettura, senza pretese. Si tratta solo di alcune note che si spera possano esservi di aiuto per approfondire, magari solo in parte, le scelte stilistiche dell'autore, i legami sottesi alla trama, la psicologia dei personaggi.
Quindi... Buona lettura! E se avete domande, complimenti, stroncature terribili ... scrivete! info@appuntidicarta.it ADC risponderà a tutti! (O almeno, farà del suo meglio). Trovate ADC anche su Twitter.

Bio: ufficialmente, ADC è una delle tante invisibili e silenziose figure che popolano il vario mondo delle CEO's PA.
Di solito quando non lavora (ma anche - ogni tanto - quando lavora: il suo capo è uno comprensivo) legge.
Siccome ha studiato il greco antico per dieci anni, non disdegna qualche capatina nella filologia classica, se l'occasione lo richiede.

mercoledì 21 luglio 2010

"Viaggio a Itaca", di Anita Desai - parte prima

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Attenzione: l'analisi che segue non è propedeutica alla lettura. 
Tornate da noi dopo aver letto il libro.


Per la seconda parte si veda qui
Per la terza parte si veda qui




Occorre analizzare il libro unendo la sinossi all’analisi del testo, visto che l’apparato della trama risulta spesso inestricabile dall’analisi dei personaggi e delle ambientazioni.

Primi Anni Ottanta. Siamo con Isabel e Giacomo, due bambini irrequieti che vivono con i nonni paterni in una grande villa sul lago di Como, circondata da un meraviglioso giardino; veniamo a sapere che i genitori dei due piccoli, Matteo e Sophie, sono assenti da diverso tempo. Nel corso delle prime pagine, la vicenda esposta nel prologo si chiarisce: Sophie è tornata in India per convincere il marito a tornare a casa.
I due infatti, diversi anni prima, al termine degli studi e appena sposati, sull’onda degli incipienti anni ’70 avevano intrapreso un viaggio in India, luogo da cui Matteo non aveva più voluto far ritorno, dopo aver conosciuto la fondatrice di una comunità spirituale presso cui poi aveva deciso di stabilirsi. Matteo ha rinnegato il suo passato, la moglie, i figli e la sua famiglia. Ora però, giace, ammalato e prostrato, in un letto di un ospedale ai confini con la civiltà.

Il romanzo si compone di tre parti fondamentali.
Nella prima – una sorta di lunga introduzione - ci vengono presentati il giovane Matteo e la sua famiglia: i due coniugi, ricchi imprenditori, la figlia maggiore Carolina, perfettamente compresa nel ruolo di giovane ragazza di buona famiglia, e Matteo, di carattere ombroso e inquieto.

Alcuni appunti.
I due coniugi sembrano fisicamente incapaci di allevare bambini, che talvolta sembrano essere stati procreati soltanto per convenienza sociale. Il marito è impegnato con il lavoro e la carriera, Livia, la moglie, con il ruolo sociale che l’alta posizione le conferisce. Incapace di rapportarsi con una realtà totalmente diversa da quella precostituita che conosce, la donna, pur avendo provato a scalfire la dura corteccia che ricopre l’animo del bambino, si ritrova terrorizzata e inerme di fronte a un figlio che non riconosce e che non rispecchia i canoni attesi.
Il marito, uomo rude e silenzioso e unica figura maschile del romanzo oltre a Matteo, è costantemente impegnato nel suo lavoro e nelle sue attività.
I coniugi tuttavia sembrano due adulti imprigionati nel loro imbarazzo, più che persone di poca umanità. Questo figlio irrequieto e davvero irritante, che scardina tutte le loro sicurezze, chiede a gran voce che gli sia rivelata la verità dell’esistenza. Il ragazzo ha un comportamento che mal si concilia con lo status sociale della famiglia, perché rinnega tutte le convenzioni alle quali – secondo i due genitori - è necessario e naturale sottomettersi. E’ la vittoria dell’incapacità di esprimere se stessi (il marito, un buon uomo preda di un carattere introverso e timido che lo porta a evitare ogni contatto per paura di cadere nell’imbarazzo) e di comprendere gli altri (la moglie, dura donna del dopoguerra, rigida nelle sue convinzioni).

Bisognerebbe sforzarsi di abbandonare la strada tracciata, di seguire questo bambino ribelle nel suo profondo, abbandonando le modalità note e apprese attraverso un imprinting perverso. Ma non possiamo chiedere questo sforzo ai due genitori; per loro, ci sarà soltanto l’incapacità di scostare il velo dei formalismi che continueranno a filtrare i sentimenti e le sensazioni, nonostante gli sforzi.
Matteo passa da un collegio all’altro, fino ad approdare a un precettore privato che tuttavia viene licenziato dalla madre che non approva i metodi di insegnamento forse non convenzionali (e proprio per questo, forse, gli unici che riuscissero in qualche modo a far presa sul ragazzo) e l’insegnamento delle materie umanistiche, e poi ad un vecchio prete, che con pazienza e fatica riesce a colmare le lacune negli studi. Ma il rapporto con i genitori è oramai compromesso.

"il tè nel deserto", di Paul Bowles

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La trama è nota. Port e Kit Moresby, facoltosi New Yorkers poco più che 30enni, insieme all’amico George Tunner intraprendono – un po’ per moda e un po’ per noia - un coraggioso viaggio nell’Africa del nord. Siamo nell’immediato Dopoguerra.

Tra Kit e Port i rapporti sono difficili: dopo dieci anni di matrimonio l’intesa tra i due è perduta, naufragata tra convenzioni sociali da rispettare per necessità e un’intimità poco condivisa. Kit, creatura inquieta e delicata, non nasconde l’irritazione per un viaggio che non condivide e che ritiene privo di significato.
Presto annoiato dalle città asfissianti del Maghreb, desideroso di scoprire a tutti i costi l’esotico e misterioso fascino del deserto in tutta la sua meraviglia e di mostrarlo a Kit, che cerca di riconquistare allontanandola in tutti i modi da Tunner (avversario quanto mai improbabile e innocuo), l’irrequieto Port dà il via ad una vera e propria fuga nell’entroterra, insieme alla moglie, verso il cuore del deserto. Questa corsa a perdifiato alla ricerca del Sahara e di se stessi porterà i due protagonisti alle estreme conseguenze che tutti conosciamo.

Difficilissimo inserire il libro entro precise categorie di lettura. Gotico romanzo sentimentale, studio di caratteri ove la trama non è che secondaria, romanzo introspettivo e psicologico (con un tocco di freudiana memoria).

Credo che una valida chiave di lettura si potrebbe ottenere leggendo il libro seguendone i contrasti stridenti che lo caratterizzano.

Prima di tutto, il titolo. L’originale inglese “The sheltering sky” (intraducibile in italiano) si rivela utilissimo per comprendere i vari livelli di lettura di questo romanzo.
Ecco gli ultimi pensieri di un Port ormai devastato della febbre tifoidea: Aprì gli occhi, li richiuse, vedendo soltanto il cielo sottile che si stendeva in alto a proteggerlo. Lentamente si sarebbe formata una fessura, il cielo si sarebbe ritirato, ed egli avrebbe visto quello che non aveva mai dubitato vi fosse, al di là, avanzare verso di lui con la velocità di un milione di venti. Il suo grido era una cosa separata accanto a lui, nel deserto. Continuava, incessante (pag. 196).
Appare una stella nera, un punto di tenebra nella luminosità del cielo notturno. Punto di tenebra e porta spalancata sulla pace. Protenditi, penetra oltre il tessuto impalpabile della protezione del cielo, trova riposo (pag. 198).
Il cielo di Port protegge dall’infinito che spaventa e come una coperta leggera lo ripara dalle emozioni troppo forti, da ciò che non vogliamo vedere, da ciò da cui ci nascondiamo, dal potere terribile della vita e della morte.
Il cielo di Port nasconde Kit dietro a convenzioni sociali e mancanza di intimità, nasconde la difficoltà di entrambi a interfacciarsi con se stessi e con gli altri e di capire i bisogni reciproci.
(Siamo così sicuri che Kit abbia bisogno di un viaggio estremo, lei, così delicata e fragile, così disperatamente alla ricerca di un senso da dare alla propria vita e a ciò che la circonda? Non è piuttosto Port, a non essere in grado di capire i reali bisogni della moglie, che non è attratta da Tunner spinta da un reale sentimento, quanto piuttosto perché vede in lui ciò che il marito non è: un uomo energico, solare, socievole, rassicurante nella sua semplicità forse banale ma così concreta? La conclusione del viaggio personale di Kit ci darà una risposta).

Il cielo del deserto, tuttavia, non è un cielo che protegge. Il sole abbacinante e violento e il vento arido e sabbioso non fanno altro che togliere veli e spalancare porte nascoste. Scopre i desideri nascosti e anestetizzati da anni, sradica comportamenti dati per acquisiti, riapre vecchie ferite che eravamo riusciti a nascondere così bene, a noi stessi e agli altri.
Kit e Port, entrambi alla ricerca di una rivelazione, cadono vittime del loro eccesso e della loro incapacità di affrontare il deserto esteriore e quello interiore.

Port, disincantato e scettico, ma nel profondo così desideroso di nuove esperienze, così impaziente di sperimentare nuove sensazioni – al punto di rifiutare di sottoporsi alle vaccinazioni preventive richieste per il viaggio – non vedrà nulla e non sentirà nulla. Per una crudele legge del contrappasso, il Port sano e vigoroso non riuscirà a godere delle meraviglie del deserto, pur volendolo strenuamente. E nel momento in cui arriverà a toccare la verità ultima del suo viaggio, cadrà malato e inerme, e terminerà la sua avventura non sotto il cielo del Sahara, ma in una stanza angusta dell’ultimo avamposto occidentale ai confini con le sabbie. Sua moglie, da sola e pagando un prezzo altissimo, arriverà nel cuore del deserto e di se stessa, luoghi a lui definitivamente preclusi.

Kit infatti, la persona meno interessata al viaggio e alla scoperta, sarà alla fine l’unica dei tre viaggiatori a raggiungere il cuore del deserto e le sue verità nascoste. Kit che non ha mai fatto mistero della sua avversione per il viaggio intrapreso, che non ha mai negato il suo disagio e la sua irritazione di fronte alla scelta estrema del marito che ha preferito il Magreb a un tranquillo soggiorno in Italia, meta indiscussa del più classico dei Grand Tour.

Le verità raggiunte da Kit - quelle verità a cui il marito voleva arrivare tenendola per mano - sono realtà non mediate dalle convenzioni occidentali, lontane da tutti i luoghi in cui vengono ricreate alla perfezione minuscole e fragili imitazioni dell’Inghilterra post bellica: tranquille signore dai baschetti di sughero color caki e dai colletti bianchi inamidati, tazze di tè pomeridiane, distinti viaggiatori equipaggiati di occhiali da lettura, giacca, bastone e cappello.
Il viaggio all’interno del deserto voluto da Port trascina Kit, la spoglia degli alberghi in stile europeo, dei compagni di viaggio occidentali, dei mezzi di trasporto a motore importati dall’Europa, e infine dei suoi vestiti a lei così cari.
Le stanze in cui Kit si ritrova a nascondersi, trascinando con sé un Port sempre più vittima del delirio, perdono via via le loro caratteristiche europee per assumere sempre più la fisionomia magrebina. Per attraversare il deserto, Kit cavalcherà cammelli, indosserà le stoffe Tuareg, si coprirà i capelli con un turbante, si travestirà addirittura da uomo per non attirare attenzione all’interno di un suq. La sua pelle, lattea come quella di tutte le ragazze di buona famiglia dell’epoca, diventerà scura e abbronzata. I suoi rossetti Helena Rubinstein resteranno inutilizzati nella pochette, che si terrà stretta al cuore, salvagente alla deriva. Indosserà collane e parteciperà a rituali e cerimonie che nulla più avranno a che fare con la sua terra di origine.

L’unico viaggiatore privo di aspettative di alcun genere, Tunner, uomo concreto, aperto ad ogni esperienza e curioso, è transitato dal deserto indenne; deserto che, in verità, ha soltanto intravisto, così come non è stato capace di conoscere nel profondo l’animo di Port e i desideri di Kit.

"La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo", di Audrey Niffenegger

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Con avventatezza lo inseriamo qui tra i “libri di viaggio”, perché in realtà il viaggio, benché questa volta si parli di viaggi nel tempo e non nello spazio, è il vero protagonista di questa morbida e raffinata storia d’amore che si dipana dagli anni 60 ai giorni nostri.

Curioso come l’attenzione del lettore sia focalizzata per una volta non tanto su chi viaggia ma su chi resta, spettatore del viaggio che altri intraprendono.

Clare, artista e scultrice di talento, è la moglie di Henry, il primo uomo affetto da “cronoalterazione”, una disfunzione genetica che costringe chi ne è affetto a svanire dal presente, nei momenti più impensati e in maniera del tutto imprevedibile, per catapultarsi nel passato o nel futuro e lì rimanere, per minuti, ore o giorni, confrontandosi con la propria vita futura e passata.
Nel corso dei suoi viaggi, Henry incontra una Clare ancora bambina, si misura con avvenimenti ancora in là da venire, con persone già viste e di cui vorrebbe poter modificare le sorti. Attraversa luoghi diversi, visita persone che dal suo presente sono ormai assenti e altre che dovranno ancora nascere.

Lasciamo da parte ogni analisi tecnica sui viaggi nel tempo – non pensiamo sia intento dell’autrice definire con precisione le problematiche sottese a questa tematica tanto cara alla fantascienza – per analizzare i veri protagonisti del romanzo: Clare, e il tempo che passa.

Il viaggio è in sé movimento, scoperta, invenzione, rivelazione, anche drammatica. Lo abbiamo visto nei due libri precedenti.
Per Clare, invece, il viaggio non è altro che stasi. E’ attesa, è analisi introspettiva, è ansia per un futuro che ha ancora da compiersi e che non sappiamo se si compirà mai. Un ritorno sempre atteso, ma mai annunciato, senza data e senza coscienza. La partenza è improvvisa, incontrollabile, e avviene anche nei momenti più importanti, quelli in cui non vorremmo mai essere lasciati soli.

Da qui, l’importanza dei gesti e delle piccole cose di tutti i giorni. Le piccole cose che aspettano il ritorno insieme a noi e alle quali ci si ancora per combattere la solitudine, l’abbandono, la nostalgia. Il tempo che non passa mai.

Il consiglio è quello di soffermarsi sulle descrizioni, soprattutto delle stagioni e del tempo che cambia, visti attraverso gli occhi di Clare.
L’inverno di Chicago, con la neve e il vento, fatto di divani caldi, tazze di cioccolata, tisane, coperte pesanti e pomeriggi della domenica passati a leggere davanti alla finestra. L’estate torrida della campagna, dei prati e degli insetti. L’autunno dei disegni dei bambini: il cielo dalle sfumature color arancione, gli uccelli migratori, il vento trasparente e freddo del pomeriggio inoltrato, le ombre scure della sera che annunciano il freddo in arrivo.

Tutti i particolari delle descrizioni più riuscite, puntuali ma mai ridondanti, hanno come oggetto ciò di cui si può godere nella propria intimità, in contrapposizione con un esterno “altro”: una bella lettura accompagnata da un disco di qualità, una cena con gli amici più cari, una stanza calda e accogliente a cui si può ritornare. Lo studio di Clare, disseminato di strumenti da disegno, pennelli e colori.
Tutto quello che a Henry è in un certo senso precluso, visto che in maniera del tutto casuale e non prevedibile viene trasportato, nudo e traumatizzato, nei luoghi più impensabili (un vicolo di periferia in una sera freddissima d’inverno, una cantina sotterranea senza uscite di sicurezza, un rifugio di vagabondi da cui Henry viene malmenato), senza la possibilità di portare con sé nulla che lo faccia sentire protetto e a casa - un vestito, gli occhiali, una foto. Neppure l’otturazione inserita in un dente, che sistematicamente viene perduta chissà dove.

Clare è la depositaria di questo segreto, il segreto di poter vivere queste piccole felicità senza interruzione, la capacità di trovare un riparo dall’esterno.

La storia d’amore di Clare e Henry è tutta qui, è la bellezza struggente di vivere le piccole cose di ogni giorno e il silenzio terribile che acquista anche la stanza più bella, dopo che la persona che amiamo l’ha lasciata.

Mai però che Clare si dia per vinta. E’ una donna forte che difende la vita, le sue bellezze e le sue scoperte. Henry è uomo ironico, pungente, a tratti esilarante. Le sue battute taglienti spezzano con cura i momenti di maggior lirismo, evitando che il libro si trasformi in una tragedia cruenta da trasposizione cinematografica.

Un ultima nota: vi invitiamo a seguire i consigli per la lettura (e per l’ascolto musicale) disseminati qua e là.
Libro da lettura medio-veloce, facilitata dall’inusuale sistema di scrittura, che si avvale di un costante punto di vista multiplo graficamente sottolineato nello scorrere dei brevi paragrafi.
Siccome si tratta di una narrazione sviluppata lungo il corso degli anni, l’attenzione è focalizzata sugli eventi (separati anche mesi o anni tra loro, come fotografie). Ogni evento è proposto dal punto di vista di Clare o di Henry (CLARE: o HENRY: a livello grafico) e non mancano i casi in cui sia visto da entrambi, separatamente.
E’ necessario inoltre prestare attenzione alle date: ogni sezione di capitolo, infatti, è evidenziata da una data – e dagli anni che Henry e Clare hanno al momento dell’episodio. Il sistema sembra a prima vista un po’ macchinoso e difficile da seguire, ma così non è. Ci si abitua subito e si rivelerà molto utile per capire le varie connessioni tra il presente, il passato e il futuro dei due protagonisti.

venerdì 9 luglio 2010

"La moglie di don Giovanni" - "Jezabel" - "Il calore del sangue", di Irene Némirovsky

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More about JezabelCosa dire. L'Irene, quando leggerla, te lo dice lei. Non è che puoi decidere tu, consapevolmente, ok, non ho altro da fare, mi leggo un'Irene. No. L'Irene ti capita tra le mani quando vuole lei. Al contrario, ti metti in testa di affrontare, con raziocinio e dedizione, che so, Suite Francese, e dopo due mesi sei ancora lì, a combatterci con tutte le tue forze, fermo e fisso a pagina 46.

L'Irene è l'arte del detto e del sottinteso, l'arte della pittura dalla pennellata veloce. L'Irene è quella che ti fa capire che se non osservi LE realtà che ti stanno intorno, se non le sperimenti, se non ne fai tesoro; se non ti documenti, se non te la sudi a studiare giorno e notte tutti coloro che sono venuti prima di te, ecco, scrittore non lo diventerai mai. Non che l'esperienza e l'applicazione salvino dalla mediocrità, comunque. Questa signorina vestita di chiffon rosa te lo rammenta, verrebbe da pensare - un sorrisetto malizioso e perfido sulle labbra - ogni volta che, santocielo, prende in mano una penna. Fastidioso.

Eppure utile, perché al di là delle tematiche (complesse) contingenti, viene da riflettere sul ruolo della Scrittura e dell'analisi interiore, sul valore dell'osservazione e della riflessione intima.

Ci dà l'impressione - tutta personale, ovviamente, e degna di qualsivoglia confutazione - che parte della letteratura contemporanea, soprattutto quella degli ultimi anni, si sia espressa favorendo, consapevolmente o no, una certa, come dire, ottica di globalizzazione. Personaggi più da film che da libro, tendenti di volta in volta alla caricatura o allo stereotipo; situazioni decontestualizzate, di facile montaggio, smontaggio e riposizionamento. L'adolescente inquieta, il giornalista tutto d'un pezzo, la donna in carriera. Figure evanescenti, pur nei loro (minimi) tratti peculiari, personaggi volutamente poco caratterizzati che potrebbero, con una certa facilità, poche modifiche e scarso impegno, essere estrapolati dal contesto originario e riposizionati, in un solo gesto, tra le righe di un qualcosa di completamente diverso.

La micro-caratterizzazione dei personaggi ha molteplici cause e qualche vantaggio di non poco conto. tra i vantaggi, una più vasta possibilità di immedesimazione. Molto più facile per un'adolescente confrontarsi con, poniamo, una Isabella Swan - per carità, nulla da dire, solo che Mrs Cullen è soltanto l'ultima delle tante ad incarnare il topos della ragazzina acqua e sapone (location non ben definita, potrebbe essere una cittadina qualsiasi della sterminata provincia americana come della molto meno sterminata bassa padana), carina ma non troppo, timidina ma forse no, abilità ginniche pari a zero, pochi amici, studiosa, elenco hobbies, gusti musicali, opinioni politiche... tutto non pervenuto - piuttosto che con i profili così complicati delle figure femminili descritte dall'Irene.

Donne giovani ma già adulte. Donne mai avulse dal contesto, al contrario inserite a pieno regime all'interno del proprio microcosmo, che è, e rimane, particolarissimo: l'alta società parigina del decennio '30-'40, la Russia anteguerra, e che non potrebbe essere modificato in alcun modo. Donne dal carattere forte, indomito, alle prese con difficoltà che vanno bel oltre quelle di alcune "eroine" moderne: realtà sociali e politiche, il matrimonio, i figli, la guerra, la miseria, la deportazione, la fame, il lutto.

Il problema è che l'immedesimazione, talvolta, porta conforto, ma allo stesso tempo limita - e perdonate il gioco di parole - il confronto costruttivo e la visione di insieme.

Le donne dell'Irene sono creature dalla pelle candida e dagli occhi febbricitanti; tormentate, inquiete, passionali, vivide, reali. Nei loro balli, nei loro vestiti, nei loro gioielli. Nella grazia e nella rudezza dei discorsi, negli atteggiamenti, negli sguardi. Ognuna con il proprio carattere, fatto di luci e ombre, nessuna sovrapponibile all'altra. L'omologazione è improponibile. 

Dalla negazione del tutto, verso un io primario, definibile, indivisibile, nasce tuttavia, inaspettatamente, un altro tipo di immedesimazione, quella della pluralità: il modello, che non è univoco, lo diviene, cancellando in un soffio il pericolo dell'immedesimazione passiva in un singolo modello.

Le mille donne dell'Irene ne compongono una sola, che vive non soltanto nelle pagine di un romanzo, ma nella realtà e attraverso i secoli: una donna dalla femminilità fortissima, dalla grande identità personale, formata e plasmata dalle gioie ma anche - e forse soprattutto - dalle sofferenze e dalle difficoltà  della vita, ciascuna così diversa e personale, ma tutte così simili, nei tempi e nei modi.